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Lo spettro del merito

Appello per una riforma del sistema universitario che non abbia paura di discrezionalità e mobilità

27 Gennaio 2019 alle 06:00

Lo spettro del merito

Foto Imagoeconomica

Uno spettro si aggira per l’Italia: lo spettro del merito. Tutte le vecchie e nuove leve della sinistra si sono coalizzate in una sacra caccia alle streghe contro di esso. Il dibattito sulla crisi dell’università ne offre una prova esemplare. C’è un meccanismo con cui il ministero premia gli atenei “virtuosi” del nord e impoverisce quelli del sud, costringendo i giovani meridionali a un’emigrazione forzata che acuisce la divisione del paese. E gli opinion leader del riformismo riflessivo ne traggono la conclusione che è colpa del sistema meritocratico. Lo fa intendere da ultimo Francesco Sylos Labini, astrofisico del CNR, in un articolo pubblicato sul Fatto quotidiano. La sua critica al sistema si fonda su premesse giuste, ma approda a esiti radicaleggianti. E’ vero che l’allocazione dei cosiddetti punti-organico, su cui si basa tanto il reclutamento quanto la progressione di carriera dei docenti, dipende dalle entrate di ogni singolo ateneo, nelle quali sono ricomprese anche le tasse pagate dagli studenti e la quantità di finanziamenti acquisiti nei propri territori. Sennonché la contribuzione media dell’Università della Basilicata è la metà di quella del Politecnico di Milano, perché il reddito delle famiglie lucane è la metà di quello delle famiglie, settentrionali e meridionali, che possono permettersi di mantenere un figlio nel capoluogo lombardo.

 

Il ministero premia gli atenei “virtuosi” del nord e impoverisce quelli del sud, costringendo i giovani meridionali all’emigrazione forzata

Il concorso di idoneità degli accademici è il simbolo dell’ipocrisia con cui il paese proclama il merito e lo tradisce

Allo stesso modo la capacità per l’accademia di autofinanziarsi dipende dalla forza del sistema produttivo che le ruota attorno, e che al nord è molto più forte e più impegnato civilmente. Così i gap territoriali, anziché essere considerati come squilibri da sanare, diventano presupposti di progressiva punibilità a danno degli atenei più deboli. E’ vero che questo sistema, introdotto dal governo Monti e in vigore ormai dal 2012, ha prodotto effetti cumulativi irreversibili, spaccando la geografia del sapere accademico. A ciò si aggiunga un’ulteriore criticità, per cui le progressioni di carriera interne allo stesso ateneo “costano” meno punti-organico rispetto all’assunzione di docenti provenienti da altre università, con l’effetto di azzerare la mobilità, tanto al nord quanto al sud, disincentivando le migrazioni accademiche su cui da sempre si fonda la maturazione compiuta di un’esperienza didattica o di ricerca.

 

Ma che cosa c’entra, questa storia, con il merito? Non se lo chiede chi, come Sylos Labini, utilizza questo fallimento per liquidare in toto l’idea di incentivare e premiare la qualità accademica e la responsabilità gestionale, valorizzando i cosiddetti “atenei virtuosi”, piuttosto che “dare ossigeno al sistema universitario nazionale e soprattutto alle sue componenti più deboli, i precari e gli studenti”. Allo stesso modo il candidato favorito alla segreteria del Pd, Nicola Zingaretti, propone nella sua mozione congressuale di rilanciare la pubblica amministrazione e la scuola imbarcando i cosiddetti “precari storici” e aumentando a pioggia gli stipendi.

 

Dopo una parentesi liberale in cui timidamente il merito si era legittimato a sinistra come la leva per tendere a una società più giusta, attraverso l’eguaglianza di opportunità, oggi la sua paura torna a evocare il fantasma dell’Autorità demolita dal dirittismo post-sessantottino. Ritorna cioè l’idea che una società meritocratica creerebbe ineguaglianze profonde negli esiti finali, attivando non solo una mobilità sociale dei migliori verso l’alto ma anche una verso il basso, costituita da una classe discendente di ex ceto medio, minacciosa per la coesione sociale, e magari anche foriera del populismo. Non ci si chiede più, a sinistra, quale prezzo, non solo in termini di giustizia sociale, ma in termini di sviluppo e di qualità dell’offerta, paghi un sapere le cui posizioni di vertice non siano occupate in base al merito, ma in base a un sistema che garantisce gli “esiti” secondo un’astratta idea di uguaglianza. Così ritorna dietro la lavagna, anche nel pensiero di un meridionalista illuminato come Gianfranco Viesti (“La laurea negata”, Laterza, 2018), la strategia di selezionare diversamente i docenti e incentivare gli studenti a muoversi e a frequentare gli atenei migliori, di sostenere i corsi di laurea moderni e utili, legati direttamente al mondo del lavoro, di concentrare una parte delle risorse finanziarie su alcune università di eccellenza. In nome di un proclamato universalismo del diritto allo studio, si torna a promuovere l’idea di una formazione egualitaria di massa, che prescinda da una gerarchia dei saperi complessa, sorretta da centri di imputazione posti su livelli diversi, riferibili ad autorità riconosciute.

 

Ma così facendo si consegna lo stesso rilancio del Mezzogiorno a una strategia fondata sulla spesa distributiva, che ha rappresentato storicamente la sua condanna. Così il futuro del sapere al sud resta sospeso tra il rivendicazionismo inefficiente di certe sue satrapie e il municipalismo egoista delle accademie del centro-nord. Come quello che ha indotto i docenti, gli studenti e i loro referenti politici di Pisa a sconfessare l’idea di esportare il sapere della Normale a Napoli, rinunciando a una contaminazione accademica che poteva solo far bene, tanto a Pisa quanto a Napoli. Bisogna leggere il documento assembleare degli studenti e dei dottorandi dell’ateneo pisano per comprendere quanto si stia radicalizzando, nel mondo universitario, l’attacco al merito e ai poli di eccellenza, mentre nel resto del mondo il sapere accademico cammina sull’eccellenza e così contamina l’impresa, con ricadute sostanziali per l’economia e la società.

 

Si finge cioè di ignorare che non è il merito, ma la burocratizzazione del merito, la radice della malattia italiana. Ne è espressione, per esempio, il sistema dell’abilitazione scientifica (Asn), istituito dalla riforma Gelmini per selezionare a livello nazionale i professori ordinari e associati idonei a partecipare a un secondo concorso, bandito localmente dai singoli atenei. L’idea di un sistema a doppia selezione si poneva l’obiettivo di contrastare fenomeni di familismo, nepotismo, quando non proprio di corruzione, diffusi nel mondo accademico, facendo sì che una prima scrematura di merito a livello centrale riducesse il rischio dell’arbitrio a livello locale nell’assegnazione delle cattedre. Alla centralizzazione della idoneità formale si aggiungeva la sostituzione delle scelte “soggettive” dei commissari giudicanti con parametri “oggettivi” e con l’uso di algoritmi, definiti da un’Agenzia di valutazione del sistema universitario (Anvur).

 

Oggi sappiamo che la centralizzazione dell’idoneità e la riduzione della discrezionalità dei commissari non hanno eliminato alcune discutibili pratiche di controllo dei concorsi. Gli inquinamenti permangono, tanto a livello centrale quanto a livello periferico, sotto l’ombrello dei dati oggettivi prodotti dall’Anvur e a dispetto di ogni retorica meritocratica. Con un paradosso in più: talvolta per affermare il merito è necessario costruire i concorsi su misura del candidato ritenuto migliore tra coloro che hanno conseguito l’idoneità nei concorsi nazionali. Salvo poi finire sotto il faro di un’inchiesta penale per abuso d’ufficio.

 

Una recente indagine di Emanuele Bajo, pubblicata su lavoce.info e condotta sulle prove di abilitazione scientifica nazionale di Finanza aziendale e Economia degli intermediari finanziari, dimostra come i candidati incardinati all’interno della medesima area concorsuale risultino privilegiati rispetto a quelli impegnati presso atenei esteri o in altri settori, nonostante questi ultimi non esibiscano un livello di produzione scientifica inferiore rispetto ai primi, secondo la misurazione oggettiva definita dall’Anvur. Il risultato è la constatazione che il fattore determinante nel conseguimento dell’abilitazione scientifica non è il merito, ma l’appartenenza.

 

La doppia selezione non funziona. Perché la prima scrematura di una commissione centrale non aumenta l’attrattività del sistema universitario rispetto ai talenti che provengono da università diverse o straniere. Né funziona la scelta di ridurre al minimo la discrezionalità delle decisioni pubbliche. Poiché tutela il decisore, non il cittadino candidato, e meno che mai, a cascata, il cittadino studente rispetto alla sua aspettativa di un’offerta formativa di qualità.

 

In realtà il concorso di idoneità degli accademici è il simbolo dell’ipocrisia con cui il paese proclama il merito e lo tradisce. La commissione è chiamata a fare una valutazione dei titoli individuali e di un numero stabilito di pubblicazioni. I titoli spesso rimandano a esperienze presso atenei e istituzioni pubbliche e private che il più delle volte il commissario non conosce e che comunque non ha gli strumenti per valutare. Racconta a chi scrive un filosofo che fa parte di una commissione nazionale per l’idoneità a professore associato: “Se un candidato scrive che ha svolto una lectio presso un istituto privato canadese che non conosco, in base a quali criteri posso attribuire a quell’esperienza un punteggio? Quanto alle pubblicazioni, ciascuno dei candidati presenta un numero variabile tra dieci o quindici elaborati, tra libri, saggi e articoli per riviste. Una commissione che volesse valutare con scrupolo la qualità della ricerca presentata dovrebbe impiegare anni prima di potere emettere un giudizio fondato. Chiunque faccia questo mestiere sa invece che per un accertamento delle conoscenze e delle competenze basterebbe un colloquio orale di quindici minuti”.

 

Dopo una parentesi in cui il merito si era legittimato a sinistra oggi la sua paura torna a evocare il fantasma dell’Autorità demolita dal dirittismo

Si finge di ignorare che non è il merito, ma la burocratizzazione del merito, la radice della malattia italiana. L’esempio dell’Asn

Ma il colloquio orale non è previsto per l’idoneità. Il colloquio orale fa paura, perché riconnette la valutazione del merito all’autorità e all’autonomia del giudizio umano. Se poi si confronta l’esiguo compenso previsto per i commissari con l’impegno formalmente richiesto, si comprende che il vero lubrificante del sistema resta l’esercizio di un potere a vantaggio della cordata che ciascun commissario rappresenta.

 

Questa esperienza dimostra che per coltivare il merito negli spazi del sapere bisogna tornare a far uso di una discrezionalità protetta dalle leggi e gerarchicamente orientata. Si tratta di riaffidare alla responsabilità umana, legittimata dal principio di autorità, il compito di selezionare la nuova classe dirigente accademica, mandando in soffitta un sistema formativo fatto di procedure asettiche e di controlli burocratici che non hanno scongiurato l’infiltrazione del familismo e della corruzione. Significa rilegittimare tutte le posizioni apicali, che sono state espropriate della loro potestà discrezionale e trasformate in centri di burocrazia autoreferente, in nome di un egualitarismo malsano, monopolizzato da corpi intermedi malati. Significa, ancora, rimettere il magistero, di qualunque disciplina, nella posizione di valutare, in piena autonomia e senza conseguenze giudiziarie, i premi e le promozioni nella scala gerarchica funzionali allo sviluppo del sapere.

 

Prima di richiuderlo in soffitta, se la sente la sinistra di misurarsi davvero con il merito? E’ una domanda, questa, da cui può dipendere lo stesso destino degli atenei meridionali. Tanto più necessaria di fronte a un governo populista che il merito lo ha ghigliottinato nella pubblica piazza. Per esempio congelando il turn over dei docenti, in nome di una clausola di salvaguardia a garanzia della spesa distributiva in deficit, che dà al sud un’elemosina improduttiva come il reddito di cittadinanza. Oppure regalando alle università telematiche un taglio alla soglia minima di docenti e l’aumento degli esami che i professori interni possono svolgere su materie affini. Vuol dire accettare che non esista almeno un professore ordinario per ogni cattedra e, quindi, di fatto consentire una regolazione “domestica” degli esami con i propri studenti-clienti.

 

Se il merito è visto, nella lente gialloverde, come il nemico di una certa rivendicata incompetenza, almeno non diventi a sinistra una colpa di cui vergognarsi. Il pentitismo non è mai servito a una rivincita.

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