Il regalo di Alda Merini

Otto anni fa moriva la poetessa. La sua persona e la sua parola miracolosamente coincidevano, in un aspetto di pura grazia 

Il regalo di Alda Merini

Foto LaPresse

Metti il freddo di una sera d’inverno, la luce inadatta di una sala che non è da conferenze. Fumo di sigaretta e una vecchia in ciabatte. E ragazzi foresti, venuti fin sui Navigli per lei, il poeta. Selvatici di scuola alberghiera, libri letti pochi, poeti meno. Eppure inchiodati, il silenzio sospeso, gli occhi sgranati, davanti alla vecchia che legge poesie, parla di maternità e di amore. La vecchia all’apparenza brutta, sciatta. In ciabatte. Ma i ragazzi foresti non riescono a non domandarle: “Che cos’è per lei la bellezza?”. “Perché, non mi vedi?”. Nessun paio di occhi, di labbra, che dubiti. “Al suicidio non ci ho mai neanche pensato, non credete”, aveva anche risposto. Eppure, per sicurezza, le avevano tagliato anche il gas. Gente che mai l’aveva vista né ascoltata, c’è da pensare.

  

Ma aveva la forza, a suo modo incontestabile, di farsi ascoltare. Che non derivava solo da cultura né da bravura. Da eleganza anticonvenzionale meno che mai. Nemmeno dall’aver attraversato i decenni della poesia italiana, tra un manicomio, un amore e un “dolore inutile”, in compagnia di Milano e di Vanni Scheiwiller, Giorgio Manganelli e Maria Corti. Una forza diversa da un “dono mediatico”, come lo chiama Valentino Zeichen. Di più. Maurizio Cucchi ha scritto, stupito che la “scomparsa di un poeta” potesse diventare “oggetto di un interesse diffuso”, che lei aveva utilizzato “in modo abilissimo il mezzo televisivo”. Che era riuscita a esprimervi un personaggio coincidente “con l’idea che in genere la gente ha del poeta: bizzarro e maledetto, insolito e sfortunato”. In realtà la forza mediatica che l’aveva strappata all’oblio la signora stracciona, la mistica della meraviglia (“Son sempre rimasta fedele/ alla mia meraviglia:/ mi meraviglio/ di un peccato impunito/ e della grazia inattesa”) l’attingeva a qualcosa di profondamente diverso. Mai “utilizzato” il mezzo, lei. Piuttosto l’ha dominato. Adoperato, nel senso del puro strumento. C’è in questo suo “dono mediatico” qualcosa di giovanpaolino, nel senso di consanguineo della potenza con cui un altro grande vecchio poeta seppe bucare il vetro, il gelo della comunicazione puramente intellettuale. E di una fede puramente detta. Il mistero della sua poesia – che superava i limiti della malattia e dello stereotipo della malattia, della povertà e dello stereotipo della povertà, dell’arte e dello stereotipo dell’arte; della mistica e dello stereotipo della mistica – sta tutto nel fatto che la sua persona e la sua parola miracolosamente coincidevano. In un aspetto di non volontarietà, di pura grazia.

  

Una disponibilità incondizionata (“il libro prima di nascere Dio lo deposita in te come una manciata di fango che diventa luce”), che rende misteriosamente giustizia anche alla cultura e alla poesia: “Domandano tutti come si fa a scrivere un libro. Si va vicino a Dio e gli si dice: feconda la mia mente, mettiti nel mio cuore e portami via dagli altri, rapiscimi. Così nascono i libri, così nascono i poeti”. (“Corpo d’Amore”, Alda Merini).

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