Quel fissato di Camillo Langone

“Come sei bella”, quasi un manifesto poetico raccolto da Langone contro la sua stessa poesia

18 Novembre 2017 alle 06:00

Quel fissato di Camillo Langone

Foto Pixabay

Anche in “Keyla la rossa”, il romanzo di I. B. Singer appena edito in italiano e sontuosamente presentato qui da Annalena Benini, c’è l’espressione proverbiale: la fissazione è peggio della malattia. Al Foglio la conosciamo bene perché Giuseppe Sottile la impiega spesso con ironia e l’accoppia a un’altra uscita tipicamente palermitana (l’acqua mi bagna, il vento m’asciuga). Come si sia trasmesso il tipicamente yiddish e germanico-ebraico al palermitano, boh. D’altra parte il mio suocero di Bisceglie, Girolamo Dell’Olio detto Girolamo delle Feste per l’allegria, diceva dei fissati un po’ pazzi: quello tiene o verruq. E nel tedesco di Federico II Hohenstaufen, stupor mundi e Puer Apuliae, verrueckt vuol dire pazzo, strampalato, fissato. Questo giro lungo per dire una cosa corta: Camillo Langone è un fissato. Ha nel cuore ossessioni come la patria, il cattolicesimo romano, la manliness, i confini, la lingua, l’arte (compreso il Dio delle mezze calzette), il lambrusco bevuto e pensato e la poesia di cui è costituita ogni sua ossessione di grande, grandissimo scrittore polemizzante, orante.

 

Ha avuto una splendida idea editoriale. Un viaggio poetico in Italia, composizioni chieste a poeti italiani sul loro paesaggio originario o acquisito, intitolato “Come sei bella”, e pubblicato con forte risparmio di colla dalla benemerita Aliberti compagnia editoriale (circa duecento pagine per quindici euro o euri), un libro che mentre ti edifica ti si disfa nelle mani ma anche ridotto a fogliettini è assai pregevole, incantato. Maneggiare con cura. I poeti di Langone hanno fissazioni diverse dalle sue, per così dire lo smentiscono, e farsi smentire dai poeti adunati a corte è regale, bello. Sono multiculturalisti.

 

Per esempio Alberto Nessi racconta di un pensionato brianzolo in vena di conversazione che va a prendere il sole svizzero, “più puro”, nel Canton Ticino della gita a Chiasso sempre rifiutata da Camillo, e ce l’ha con i negri, gli zingari, i terroni e i musulmani, e vuole affondare i barconi dei migranti (Mentre il Brianza parla/ una folaga lo guarda. Anch’io cerco di guardarlo/ negli occhi ma trovo solo occhiaie da morto e sul labbro/ uno sputo: come contrasta/ la colomba sopra il fontanile intagliata/ nella pietra gentile di Brusino/ con questa voce di ferraglia!). Oppure Alessandro Fo nota nel Duomo di Siena una “statua africana della compostezza”, che a me sembra la Madonna di Provenzano, estranea al Duomo ma non a Siena, e conclude scandalosamente: Allora il Cielo è, una volta di più,/ anche una giovane e bella donna nera/ che sottile e elegante/ spiega il suo oro nel cappotto blu. E tutto questo meticciato, che mi fa prendere fischi per fiaschi e Madonna per Madonna, in un libro collettaneo firmato da Langone.

 

Giovanni Lindo Ferretti celebra una patria piccola in due versi conclusivi in ogni senso: Piccola Patria mia, cara al mio cuore/ mai sazi gli occhi, mai sazio amore. Dove il meraviglioso pathos è nel “piccola”, lontana dalle sacre frontiere. In Lombardia, dico in Lombardia, si apre il capitolo con una scarpinata gentile nel Triangolo lariano, la cui dorsale montana attraversa tutta la penisola dai confini incerti che s’inerpica tra i due rami del lago di Como, e Pietro Berra esagera in bravura se in bravura si potesse esagerare: Un giorno la faremo tutta di notte/ partendo da casa/ come in un sogno./ Cammineremo col muflone e col cinghiale/ con la volpe e la faina/ come compagni di un viaggio/ all’origine del bene e del male./ Cammineremo tutto il buio/ che ci è stato concesso./ E arriveremo alla punta Spartivento/ in tempo per vederci sorgere/ soli. Langone si sarebbe mangiati muflone e cinghiale, volpe e faina, e con gusto, nel suo immenso canto di gran fissato. Sofia Silva sbarca a Venezia con un tratto addirittura futurista, e con i cinesi: Due zero sei sette otto/ Treno regionale due zero/ Piscio glicemico sul pavimento/ Ponte della libertà della liber/ Ta-ta-TA’! Cinque cinesi tra dieci/ Dalie in infusione/ Due cannoni, gli aironi/ Venti autovelox. Roba spietatamente d’avanguardia. E a Gabriella Sica piace semplicemente Roma, “la mia calamita azzurra”, che invece Langone finge sempre di detestare, quasi come le magliette sponsorizzate con il coccodrillo o il giocatore di polo. Non ci fosse Franco Arminio, che a Matera legge le prime righe di una nuova storia in cui l’Italia moderna sparisce/ e torna l’arcaico, quello possente e quello amaro,/ Federico II e Scotellaro”, non ci fosse lui questo libro sarebbe un pressoché unanime manifesto poetico raccolto da Langone contro la poesia di Langone. Un po’ lo è, a sua lode di tollerante eccezionale eccezione.

Post Scriptum. Chiude la raccolta luminosamente una bella lettera in versi di Gabriel Matzneff, un’altra gita molto oltre Chiasso, e il sublime stilista francese ci sfotticchia un po’ celebrando la desueta parola “beltà”.

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Commenti all'articolo

  • emiliosisi

    18 Novembre 2017 - 18:06

    Non mi paiono versi straordinari, tutt'altro.

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