Ultimo meridionalista ma mai sudista. In memoria di Giovanni Russo

La sua tonda faccia era l'opposto della mutria di Saviano

26 Settembre 2017 alle 20:52

Ultimo meridionalista ma mai sudista. In memoria di Giovanni Russo

Giovanni Russo

Alle cinque della sera / sulla piazza di Matera / da una millecento lusso / scende Giovanni Russo, / redattore viaggiante / del Corriere della Sera / Che successo! Che carriera!”. Ecco la filastrocca che Ennio Flaiano, nientemeno, dedicò nei remoti Cinquanta a colui che poi divenne l’ultimo dei meridionalisti e che è morto l’altro giorno nella sua casa di Piazza Grazioli a Roma. Per decenni furono versi famosissimi, più del personaggio che ritraggono: non era necessario essere stati lettori del Mondo, il favoloso settimanale sulle cui pagine sia Flaiano che Russo scrissero, per conoscerli, bastava essere minimamente interessati alla letteratura o al giornalismo o al Meridione. Insomma bastava essere poco più che alfabeti. Oggi ho paura che non li conosca più nessuno e così li ho riportati subito, all’inizio, a guisa di epitaffio e rievocazione di un mondo sepolto. Il giornalismo non ha più nulla a che fare col lusso e se uno vuole fare carriera certamente non deve andare a Matera. Che poi Giovannino (lo chiamavano tutti così penso per via della statura e per quell’aria da eterna mascotte) era proprio di quelle parti: nato a Salerno nel 1925 da genitori cilentani (padre di Sala Consilina, madre di Padula), era cresciuto a Potenza.

 

Dunque gli ruppi le scatole per conoscere certi dettagli della città dei miei avi: all’Enoteca Corsi di via del Gesù mi disse che negli anni Quaranta i giovanotti potentini, ma forse tutti i giovanotti italiani, abbracciavano la contadina o la puttana, mentre dalla piccolo-borghese non bisognava aspettarsi vere soddisfazioni, solo qualche bacio. Le paesane si rendevano utili d’estate, quando durante la vendemmia o la trebbiatura ci si tuffava nei pagliai (le più belle erano di Picerno e portavano ancora il costume). Mentre d’inverno, mi raccontò, le alternative al casino erano ben poche. Giovannino aveva studiato nello stesso liceo di Rocco Scotellaro e fu amico di Carlo Levi, azionista e meridionalista come lui, ma più grande di vent’anni almeno. C’è una foto del 1945 che li ritrae insieme in Piazza 18 agosto: vestiti di tutto punto come allora si usava anche negli ambienti intellettuali, sembrano appena usciti da uno di quei ristoranti dove erano soliti concedersi mangiate di peperoni cruschi e soppressata, innaffiate dall’Aglianico del Vulture (non sto inventando né andando a memoria, è scritto in “Lettera a Carlo Levi”, Editori Riuniti).

 

A proposito di cibo, in “Baroni e contadini”, il libro del 1955 che gli valse il Premio Viareggio, racconta che a San Cataldo di Bella l’inverno precedente avevano ucciso un lupo e giustamente se l’erano mangiato: “Dicono che era saporito”. Episodio almeno per me toccante: molti anni dopo, ma sempre sull’Appennino lucano, mangiai una volpe di carne tenace e selvatico sentore. Sono simili particolari a mantenere viva l’opera di Russo, non i grandi temi come il latifondo, la riforma agraria, l’emigrazione verso le miniere belghe, vicende che sembrano più lontane delle guerre puniche ed è un bene, ogni epoca ha le sue tristezze. Quasi del tutto evaporato il tema grandissimo, la cornice generale, il soggetto di mille articoli, inchieste, reportage, ovvero il Meridione. Spesso a quel tempo si diceva Mezzogiorno: parola solare, positiva e quasi orgogliosa (senza bisogno di tirare in ballo i buoni e però stramorti Borboni). Non poteva durare. Oggi per definire le medesime regioni si usa soprattutto sud, parola che contiene l’idea del territorio-appendice, subordinato, disperato e palla al piede. L’ultimo dei meridionalisti non fu mai un sudista, le sue pagine non erano appesantite dalla recriminazione, la sua tonda faccia bonaria era l’opposto della mutria di Saviano. Era un meridionale di lusso, Giovanni Russo.

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