Al cinema vogliamo solo robot, supereroi e cartoon. Come mai?

Mariarosa Mancuso

2017, fuga dalla realtà. Ma c’era già nel 2016 e non c'è nulla che lo spettatore non abbia già visto almeno una volta

"Star Wars” campione d’incassi nel 1977 non è come “Rogue One” campione d’incassi oggi. Nel 1977 “Star Wars” era nuovo. Il decimo film della saga (diretto da Gareth Evans con titolo finto-timido, “A Star Wars Story”, minaccia una “Star Wars Anthology”) è roba da vecchi nostalgici. Parole offensive per i fan, ma così stanno le cose. Nell’universo di “Star Wars” viviamo sprofondati da 40 anni. Ammiriamo la forza e la persistenza del mito creato da George Lucas. Però gli spettatori che applaudirono il primo film erano più coraggiosi di chi ora gode ogni volta che sente sussurrare “Morte Nera” (qualcuno ha cercato di registrare i cavalieri Jedi come religione a tutti gli effetti, la proposta è stata appena respinta in Gran Bretagna). Gli spettatori del 1977 osservarono il caffè affollato di mostri provenienti da tutte le galassie, e si fecero una risata perché il futuro allora lo si immaginava candido oltre che egualitario. Gli spettatori di oggi quell’accozzaglia di mostri dovrebbero spernacchiarla: l’hanno rifatta ovunque, e la noia al cinema uccide. Piacerebbe riprovarlo, il brivido della novità. Ogni generazione dovrebbe averne diritto. E invece niente, vanno piuttosto le minestre riscaldate: 40 anni fanno sì che “Star Wars” più che “il cinema di papà” sia il cinema del nonno. Se guardiamo gli incassi del 2016, oltre a “Star Wars” ci sono i supereroi, e oltre ai supereroi ci sono i film d’animazione.

 

Tutta roba già vista e rivista, lisa come un calzino messo troppe volte in lavatrice. Tutta roba che una volta raccontava il mondo – Captain America è l’eroe patriottico della Seconda guerra mondiale, Wonder Woman si carica sulle spalle nude la lotta delle suffragette, Doctor Strange arriva con i figli dei fiori e la psichedelia. Tutta roba che il mondo ha smesso di raccontarlo da un pezzo: l’ultimo supereroe sintonizzato con il suo decennio fu “Spider-Man” di Sam Raimi, uscito nel 2002. Dovettero cancellare le Twin Towers, crollate tra le riprese e l’uscita in sala del film, e da allora la frase “Da un grande potere derivano grandi responsabilità” acquistò un nuovo significato. Oggi è tutto un “meta-meta-meta”, ovverossia: andiamo di citazioni e di autoironia, sperando che qualcosa resti. I film più attesi per il 2017 confermano la fuga dalla realtà, oltre che dalle novità. Supereroi, sequel, prequel, reboot, spin off, rifacimento con attori dei disegni animati (non bastò “Il libro della giungla”, arriva “La bella e la bestia” con Emma Watson). Insomma: nulla che lo spettatore non abbia già visto almeno una volta (rifatto a costi più alti, per via degli effetti speciali, e con la sciagura del 3D). Perfino Kenneth Branagh, che pure non pareva il peggio in circolazione, dopo una vita spesa su William Shakespeare si butta su Agatha Christie e mette in cantiere “Assassinio sull’Orient Express”.

 

Già, ma noi siamo avanti. Mica andiamo al cinema, noi guardiamo le serie tv. Peggio, di questi tempi. La tv ancora non è (ancora) invasa dai supereroi, ma al posto dei “Soprano” e di “Mad Men” – due Grandi Romanzi Americani che raccontavano il mondo là fuori – arrivano storie che non hanno nulla di realistico. Si comincia con un titolo già di stra-culto come “Stranger Things” e si finisce (per ora) con una serie come “OA”, che starebbe per “Original Angel”. Segno distintivo, l’incomprensibilità. Di un genere che fa apparire “Twin Peaks” di David Lynch un gioiellino di logica. Umilmente chiediamo, per il 2017, qualche film per spettatori adulti. Senza angeli. Senza creature incappucciate. Senza unicorni. Senza un muro per separare il Bene dal Male: le storie più belle son più complicate. E più vicine a noi.

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