Paolo Sorrentino al Festival del cinema di Venezia, sul red carpet del film "The Young Pope" (foto LaPresse)

Paolo Sorrentino, l'arcitaliano del cinema

Mariarosa Mancuso
L'animale che non c'entra: i fenicotteri e la giraffa in "La grande bellezza", il canguro saltellante in "The Young Pope". Urge generatore automatico per le frasi da guru che il regista sempre più spesso rilascia. Su tutto.

Già avevamo un prezioso “Sorrenthanks”, che in automatico rilasciava ringraziamenti alla maniera di Paolo Sorrentino. Lo avevano messo su internet Mirko Centrangolo e Davide Orsini, all’indomani del discorso da Oscar che riunì in singolar quartetto Fellini, Scorsese, Maradona e i Talking Heads, sue fonti di ispirazione. Al clic, produceva altre eccentriche squadrette. Per esempio “Grazie a Fausto Brizzi, Francesco Graziani, Mara Maionchi e le emoticon su Whatsapp". Oppure: “Grazie a Ron Howard, Oscar Pistorius, Biagio Antonacci e il kebab senza cipolla”.

 



Paolo Sorrentino (foto laPresse)


 

Annunciato subito dopo l’Oscar a “La grande bellezza” con le parole “Non sarà un’altra storia di solitudine, stavolta parlo di amicizia” – infatti i vecchi amici Michael Caine e Harvey Keitel raccontano le soste in bagno, “tutta la pisciata minuto per minuto” – “Youth" ha ispirato un altro generatore automatico. Sputava fuori “Scene dal prossimo film di Sorrentino”, senza dover neppure mettere la monetina.

 

Non è un gioco nuovo, lo praticava Umberto Eco nel suo periodo smagliante, prima di leggere Kant di sera e frequentare Gustavo Zagrebelski di pomeriggio. Analizzava la filastrocca “Tre civette sul comò” come se fosse Dante, recensiva il biglietto da diecimila lire (critica tiepida, ma “Ringraziamo l’editore che ha fornito l’esemplare per recensione”). Parodiava Luchino Visconti (per il suo cinema di aristocratica decadenza) e Michelangelo Antonioni per il suo “cinema da carro attrezzi”: strade e piazze vanno sgombrate in nome e per conto dell’incomunicabilità (copyright Rodolfo Sonego sceneggiatore di Alberto Sordi).

 

Sostenevano Guido Almansi e Guido Fink – curatori dell’antologia di falsi letterari “Quasi come” – che la parodia, meglio ancora se feroce, va considerata un omaggio. E una scorciatoia per capire lo stile dei venerati maestri. Il generatore automatico di scene sorrentiniane – sul sito Libernazione – confermava i vezzi che avevamo annotato guardando i film del regista. L’animale che non c’entra, per esempio: i fenicotteri e la giraffa nella Roma di “La grande bellezza”. Puntuale, nell’ultima fatica “The Young Pope” – si usa dire così per le opere dei Venerati Maestri, va segnalato però che quando diventano tali non fanno più la fatica necessaria per completare davvero l’opera – nei sotterranei del Vaticano appare un canguro saltellante.

 



 

E via con i personaggi patchwork (“una spogliarellista cingalese, una contorsionista armena, un’indossatrice irachena”). I paesaggi già molto visti – dalla Città Eterna all’Engadina, che allevia la fatica allo sceneggiatore perché un artista con la tubercolosi rimane sempre impigliato tra le cime e la terrazza solarium. I rumori della carta di caramella che si mischiano con la colonna sonora cool. L’alto e il basso che si mischiano, anche se poi quel che Paolo Sorrentino e i suoi fan considerano “alto” è posizionato all’altezza del “midcult”. Pensate ai quadri degli impressionisti sulle scatole dei cioccolatini (copyright William Somerset Maugham, “La luna e sei soldi”).  

 

Dopo le dichiarazioni su “Fuocoammare” urge generatore automatico per le frasi da guru che Paolo Sorrentino sempre più spesso rilascia. No twitter, no social network: il nostro – classe 1970 – ha capito che in Italia nulla paga più del buon tempo antico, soprattuto quando la carta stampata si dà una rinfrescata di modernità (poi casca sulle promozioni: La Repubblica l’Espresso regala il Dvd – dicesi Dvd, il computer su cui scriviamo neanche ha più la feritoia adatta – di “Reds”, film sulla rivoluzione d’ottobre con Warren Beatty (magnifico ottantenne ma pur sempre 80 sono).

 

Sorrentin-guru ha appena distrutto il documentario di Gianfranco Rosi, candidato italiano agli Oscar. Nella commissione selezionatrice c’era Paolo Sorrentino, che ha messo agli atti il suo rapporto di minoranza. Lo fece qualche anno fa Laura Morante al Festival di Locarno, contro il Pardo d’oro a “Verso la rivoluzione sulla due cavalli” (bisognava essere lì per vedere la faccia attonita della giurata americana Janet Maslin). Vezzo arcitaliano, e va detto che Sorrentino dell’arcitaliano ha tutte le caratteristiche: nel resto del mondo i giurati dopo il verdetto tacciono – se non per sempre – almeno per un po’, non fanno la fronda un quarto d’ora dopo. “Scelta masochistica” ha fatto sapere il nostro, elencando le ragioni tecniche. Sacrosante: esiste una categoria per il documentario e una per i film, avremmo potuto candidare due titoli.

 

Ineccepibile, ma era più utile convincere gli altri giurati prima del guaio, che elimina dalla corsa all’Oscar “Lo chiamavano Jeeg Robot” di Gabriele Mainetti: il più bel film italiano da anni, l’unico che parla il linguaggio internazionale dei supereroi. Farlo fuori è in effetti una “scelta masochista” – nell’italiano più sciolto e svelto che fu, quando le scelte avevano “motivi” e non “motivazioni”. Ma la premessa “Fuocoammare è un film bellissimo” suona come “ho molti amici neri” (o ebrei, o gay). Fa immaginare un Oscar svilito da un documentario su Lampedusa con cadaveri in primo piano (“necessari”, spiega Gianfranco Rosi che si è posto la questione etica e si è assolto, sperando nell’effetto Meryl Streep, che tra le lacrime ha caldeggiato l’Orso d’oro a Berlino). Per sabotare retroattivamente “La grande bellezza” era difficile trovare un’idea più astuta.  

 

Roberto Saviano ha espresso opinioni dalla cannabis libera ai bambini da fare o da non fare, ed è in pista da troppo tempo (l’Italia funziona come il “marziano a Roma” di Ennio Flaiano: un giorno son tutti a osservare l’extraterrestre, dopo una settimana al solo nominarlo sbuffano, guardate la “rivoluzione” Virginia Raggi). Paolo Sorrentino potrebbe subentrare. Per configurare l’algoritmo che produrrà le dichiarazioni – o a ispirazione degli umani che si nasconderanno nella macchina, come i nani nell’automa scacchista del Settecento – suggeriamo la dichiarazione rilasciata a Concita De Gregorio (quando una giornalista è con te, e non ti fa il contropelo, vengono più memorabili): “Dopo ‘La grande bellezza’ una signora ha pianto per venti minuti tenendomi la mano”. “Sembra più la reazione a un trauma che l’entusiasmo di una fan sfegatata”, avrebbe potuto dire Concita.

 

“‘The Young Pope’ parla di fede e tradimento, mantenere Higuain ricorda i due concetti”. Fu la dichiarazione in conferenza stampa, dopo l’anteprima a Venezia di due episodi della miniserie (10 in tutto, su Sky Atlantic dal 21 ottobre), accompagnati da risatine – non previste dal copione – quando Silvio Orlando faceva battute su Higuain. Scritte, recitate, montate parecchi mesi addietro. Bel doppio salto mortale senza farsi (troppo) male. Resta una questione, non solo sorrentiniana. Chi scrive romanzi o gira film debba avere un orizzonte un po’ più distante degli amici e dai conoscenti, e anche dei napoletani, e perfino degli italiani. Soprattutto in una produzione internazionale con Jude Law e Diane Keaton nel cast: Papa Pio XIII e Sister Mary che lo ha cresciuto in orfanotrofio. Invece no: si ride per un cardinale – Silvio Orlando, appunto – che si chiama Voiello e tifa Napoli.
Un venerato maestro fa scattare la competizione. Un articolo a firma Paolo Nizza su “The Young Pope” – assai promozionale, lo pubblica il sito di Sky Atlantic – attacca cosi: “Paolo Sorrentino ha 46 anni e non ha certo la morte negli zigomi (per citare il Tony Pagoda del romanzo ‘Hanno tutti ragione’). Ma capisce lo stesso molto bene le cose. Il tempo al cinema è sempre risicato, in televisione invece si può dilatare”. Henri Bergson vorrà perdonarci, con i suoi ragionamenti sul tempo e la durata. Ma le manfrine sul tempo al cinema son sempre scuse per l’indugio, come le manfrine sul superamento della narrazione nascondono l’incapacità di costruirne una.

 

Per un generatore automatico di motti sorrentiniani sulla vita, sull’arte e sull’universo mondo non serve faticare. Il regista ha provveduto personalmente con “Tony Pagoda e i suoi bon mots”. Non un gruppo musicale alternativo, è il nostro modo per riferirci al già citato “Hanno tutti ragione”, romanzo di Paolo Sorrentino uscito da Feltrinelli assieme al sequel “Tony Pagoda e i suoi amici”. Parecchio materiale viene ripreso nei monologhi di Jep Gambardella, parecchio altro materiale nelle battute del giovane Papa americano e dei suoi cardinali. A Paolo Sorrentino non interessa il pontefice, e neppure il salottiero disincantato (da quando una femmina gli spezzò il cuore). Interessa occupare per intero lo schermo, e non scansarsi mai per farci vedere il film (copyright Dino Risi a proposito di Nanni Moretti: “Scansati e fammi vedere il film”).

 



 

Presto servirà un generatore automatico di giudizi sorrentiniani sui concorrenti al Rischiatutto, essendo il regista tra i giudici che fanno i provini e i quiz di cultura generale ai concorrenti di Fabio Fazio (da giovedì 29 settembre, titolo della trasmissione “Prova Pulsante”). Servirà anche un generatore di citazioni sorrentiniane dentro i film di Paolo Sorrentino: Lenny Belardo alias Papa Pio XII sogna Piazza San Marco allagata di notte, proprio una scena di “Youth” – la migliore, quel che è giusto è giusto, mentre il pratino in discesa con i fiorellini e le muse ispiratrici era da antologia del kitsch.

 

Ultimo nella lista – non meno importante, per come si stanno mettendo le cose – servirebbe un generatore automatico di film sorrentiniani ispirati ai film di Nanni Moretti. Lo rende necessario l’annuncio del prossimo film dedicato a Silvio Berlusconi, dieci anni dopo “Il caimano” (tra “Habemus papam” e “The Young Pope” ne sono passati solo cinque, ma in mezzo ci sono state le dimissioni di un Pontefice).

 


 

 

Anche il jepgambardelliano “non volevo essere invitato alle feste, volevo farle fallire” si può pensare come versione più adulta e sofisticata del morettiano “mi si nota di più se vengo e me ne sto in un angolo, oppure se non vengo del tutto?”. Tra i film che vorremmo rifatti è “Bianca”, suggeriamo il vero Maradona per giocare sul tappeto-campo di calcio nella cameretta, o il finto Maradona scritturato per “Youth” (Higuain si darà assente). Ora si esercita pure Fiorello, nella parodia del maestro. Annunciando e facendo circolare un video: “Sarò nel prossimo film di Sorrentino, ecco in esclusiva le prime scene”.