Le Nozze di Figaro, The Metropolitan Opera 2005

Tutte le storie d'amore parlano di una cosa sola: soldi

Antonio Gurrado
“Le nozze di Figaro” sono il libretto più marxista di tutta la lirica. Permane dal primo all’ultimo verso una fedeltà mirabile al motto che la vecchia Marcellina brandisce nell’intento di obbligare Figaro a sposarsi con lei: “Argent fait tout”, il denaro fa tutto. E all’ossessione monetaria si assomma il feticismo per gli oggetti.

Quando la trama ristagna, già all’inizio del secondo atto, Figaro se ne torna bel bello a casa e cantando con ilare disinvoltura sancisce che la cosa è possibile è naturale: è possibile che un signore feudale eserciti lo ius primae noctis su una serva, pertanto è naturale che il Conte voglia avvalersene nei riguardi della bella Susanna. Anche se è la sua promessa sposa, pazienza. Susanna accusa il futuro marito di “trattar scherzando un negozio sì serio” ma lui è serissimo, avendo colto con un secolo d’anticipo che “Le nozze di Figaro” sono il libretto più marxista di tutta la lirica. Di là dai convoluti inghippi e dalle sùbite agnizioni, permane dal primo all’ultimo verso una fedeltà mirabile al motto che la vecchia Marcellina brandisce nell’intento di obbligare Figaro a sposarsi con lei: “Argent fait tout”, il denaro fa tutto.

 

Il denaro stabilisce la gerarchia sulla quale sono disposti i personaggi. In cima il Conte, che ne dispone a sufficienza da poter regalare a Figaro un’intera stanza di casa senza impoverirsi, e da promettere a Susanna di pagarla per ottenere favori che potrebbe arrogarsi gratis; in basso, contadini e contadinotte la cui ottusità rasenta la servitù volontaria: “Siamo tante contadine, e siam tutte poverine, ma quel poco che rechiamo ve lo diamo di buon cor”. Nel mezzo, i rapporti di potere sono regolati da un complesso sistema di compensi reciproci. Figaro non è immune e rischia di trovarsi invischiato in un contratto sponsale che lo lega a Marcellina per via di un vecchio debito di duemila monete, “promesso matrimonio con prestanza di danar”. L’affidabilità di notabili come don Basilio viene trasposta in termini economici (“Quel che compro io vendo”) e  il potere stesso dei nobili viene identificato nel non pagare il dovuto, nel “dar novanta per cento”.

 

All’ossessione monetaria si assomma il feticismo per gli oggetti. Sin dalla prima scena Susanna associa la felicità a un cappellino nuovo e Figaro a un nuovo letto, e per tre ore non c’è oggetto che passi di mano senza richiedere qualcosa in cambio: una promessa, un equivoco, uno spavento. Il culmine è quando l’oggetto chiave della trama, il biglietto galante, viene scambiato per “sommario dei debiti”, equiparando l’impegno amoroso a una cambiale; del resto, di fronte a Marcellina, a Figaro viene presentata l’alternativa secca “o pagarla, o sposarla”. Per questo l’amore vago e aereo, quello di cui Cherubino canta rivolgendosi “all’eco, all’aria, ai venti”, è mero simulacro dell’amore vero e concreto, che mercifica  l’amato rendendolo “oggetto dell’abbandono”. La canzone “Voi che sapete” contiene la rivelatrice quartina: “Ricerco un bene fuori di me, non so chi’l tiene, non so cos’è”.

 

Ne consegue che su questa scala sociale i pretendenti sono contrattabili alla stregua di beni, e saggiamente tutti sconsigliano a Susanna di prendersi “un vile oggetto”, “un paggio”, “un incognito”. Susanna ammette la propria inferiorità di “donna triviale” ma non rifugge da una certa ipocrisia pelosa. Da un lato stigmatizza che il Conte, nel corteggiarla, venga “a contratto di denari”; dall’altro imposta la relazione con Figaro su una dialettica servo/padrone piccata sin dal primo recitativo: “Sei tu mio servo o no?”. Susanna non vuol essere serva e oggetto per il Conte però mercifica Figaro, non esita a pagare per riscattarlo da Marcellina; e la mercificazione diventa la strada della salvezza di Figaro in quanto figlio “perduto, anzi rubato”, nella scena dell’agnizione in cui sono “l’oro, le gemme e i ricamati panni”, insomma gli status symbol, “gl’indizi veri della nascita illustre”. Allora i “duemila pezzi duri” che Figaro deve a Marcellina si commutano in dote, e così i soldi raggranellati da Susanna e la regalia dell’inatteso padre don Bartolo, a riprova che l’amore è felice quando è ricco. D’altronde Figaro sa benissimo che il matrimonio è sempre una messa in scena. In un accesso di metateatro, annuncia che “per finirla lietamente e all’usanza teatrale, un’azion matrimoniale le faremo ora seguir”; e di fronte alle borse che gli vengono profferte non esita a incitare: “Bravi, gittate pur ch’io piglio ancora”, saldo nella consapevolezza che tutte le storie d’amore parlano di soldi.

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