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Nella fase due dei ristoranti c'è un altro virus: quello della sedia vuota

La riapertura e la situazione complicata della ristorazione. "Adesso serve denaro a fondo perduto". Parla Stefania Porcelli, titolare di Checco er Carettiere a Trastevere

5 Maggio 2020 alle 15:11

Nella fase due dei ristoranti c'è un altro virus: quello della sedia vuota

foto LaPresse

Roma. E la fase 2 dei ristoranti? “Benvenuti nell’economia della sedia vuota”, l’ha chiamata il Financial Times. Una frase che torna in mente entrando da Checco er Carettiere, locale storico di Trastevere, dove la crisi del coronavirus s’è già fatta sentire. “Lavoro qua dentro da cinquant’anni. Ho iniziato che avevo 15 anni, andavo a scuola e venivo a dare una mano al mio grande capo, mio padre”, dice al Foglio la titolare Stefania Porcelli, seduta a un tavolo del ristorante, che da lunedì ha riaperto ma solo per l’asporto.

 


Foto di David Allegranti


 

“Non vogliamo né licenziare, né chiudere e nemmeno darla vinta. Siamo qui da tre generazioni”, spiega. Guanti, mascherina e cappello di plastica per tenere i capelli. Intorno, i tavoli di legno riorganizzati per la futura riapertura al pubblico. “Ho chiuso l’11 marzo e dal giorno dopo ho cominciato tutte le pratiche, perché ho messo i miei ragazzi in cassa integrazione e ho cercato anche dei finanziamenti. Già da gennaio non si lavorava più, un po’ per il Covid che c’era già e aveva bloccato i movimenti, un po’ perché normalmente gennaio è il mese peggiore dell’anno; dopo le festività di Natale c’è un fermo generale”. Anche febbraio, dice Porcelli, “è stato molto brutto e speravamo che da metà marzo in poi, come di solito accade a Roma, fino all’estate, ci sarebbe stata la nostra riscossa. Tant’è che avevamo delle ottime prospettive, più degli anni precedenti”. Poi però i gruppi, anche di 30 o 40 persone, che avevamo prenotato, hanno iniziato a mandare disdette, “abbiamo dovuto restituire anche le caparre che ci avevamo mandato. Ci siamo ritrovati a chiudere a metà marzo con fatture in sospeso, contributi e tasse da pagare, in più da metà marzo a oggi non ho incassato un euro”.

 

Stefania Porcelli dice di aver fatto subito la richiesta di prestito agevolato da 25 mila euro, “non so quante scartoffie m’ha chiesto la banca”, ma ancora non ne è arrivata a capo e spera di risolvere entro questa settimana. “Comunque, a guardare bene, pure questi sono debiti che facciamo, anche se pagheremo dal 2022 in poi a tassi molto agevolati. Sono comunque altri soldi che ci mettiamo a debito. Lo voglio dire chiaramente: è impensabile che si riesca a stare in piedi tutti. Anche io non so se riuscirò a mantenere tutta ‘sta storia. Anche perché, sa qual è il discorso: quando riprenderemo a giugno chi ci andrà al ristorante? Io se fossi stata al governo avrei detto: l’asporto si può fare subito, non c’è promiscuità, arrivi prendi una cosa e te ne vai. Poi a settembre-ottobre, con un lockdown meno rigido, avrei fatto riaprire, sempre evitando la calca e per mantenere sotto controllo il virus”. Anche perché “a giugno non saremo pronti. Io sono convinta che le restrizioni imposte siano giuste dal punto di vista sanitario, perché per sconfiggere questa bestia dobbiamo stare più attenti, e non ho problemi a mettermi i guanti, la mascherina e pure il cappello. Ma il problema è un altro: adesso serve denaro a fondo perduto”.

 


Foto di David Allegranti


 

La vita di Checco, come di molti altri ristoranti, cambierà. Nel salone del ristorante prima c’erano 120 coperti, adesso diventeranno 48. “E io sono fortunata perché ho un locale ampio e ho un esterno, anche se non grandissimo, dove ce ne mettevo quasi settanta e adesso ce ne metterò 25. All’osteria c’erano 50 posti, adesso diventeranno 15. Ma il problema è che a giugno la gente non ci verrà al ristorante. Io mi attrezzerò per accoglierla ma qualcuno dei miei dipendenti lo dovrò lasciare in cassa integrazione”. Da Checco lavorano in 15, compresa la titolare e sua sorella. “Se farò 30-40 coperti, nella speranza di riuscire a farli, mi basteranno due camerieri. In cucina invece di sei persone me ne basteranno due. Ma con gli altri che facciamo? Dove li metto? Per questo devono darci finanziamenti a fondo perduto e la cassa integrazione prolungata almeno fino a settembre, non di nove settimane in nove settimane”. Anche perché, “se pure ripartiamo con lentezza, non possiamo assorbire tutto questo personale, che per me è importante. Qui c’è gente che lavora con me da vent’anni. Per questo ci devono dare la possibilità di tenere in piedi le aziende. Non ci possiamo permettere di fare altri debiti. Lasciamo stare la situazione di gennaio, quello è rischio d’impresa ed è andata così. Ma il resto sono due mesi di incassi perduti, perché tu, governo, mi hai fatto chiudere per due mesi. E ai miei collaboratori non è arrivato nemmeno un euro finora. Sono senza stipendio da metà marzo. E come fai con gente che vive di lavoro e che paga un mutuo?”.

 

È vero, dice ancora la titolare di Checco, “hanno sospeso il mutuo prima casa, ma devono mangiare, hanno i figli a carico, le mogli che non lavorano. A giugno riaprirò perché sono costretta a riaprire”. Ma con molta preoccupazione. “Guardi, io non voglio guadagnare chissà quali cifre, ma voglio stare qui con un minimo di soddisfazione”.

David Allegranti

David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Nel 2020 ha vinto il premio Biagio Agnes categoria Under 40. Su Twitter è @davidallegranti.

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