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La Lega chiude il Cara di Mineo che era stato aperto dalla Lega

La chiusura della struttura catanese, al centro di diverse inchieste, mette in evidenza tre ipocrisie di Salvini sull'emergenza “invasione” e sulla gestione dell'immigrazione

10 Luglio 2019 alle 18:16

La Lega chiude il Cara di Mineo aperto dalla Lega

Matteo Salvini durante il sopralluogo al cara di Mineo (LaPresse)

Per l'occasione il ministro dell'Interno Matteo Salvini è sceso fino in Sicilia. C'era da “celebrare la promessa mantenuta”: ieri il Cara di Mineo ha chiuso ufficialmente, come la Lega chiedeva da anni. Nel 2017 Salvini ci aveva anche passato dentro una nottata, con fotografi e social media manager al seguito. Sperduto nel mezzo degli aranceti in provincia di Catania, il Cara (cioè il centro di accoglienza dove vengono avviate le procedure per i migranti che richiedono la protezione internazionale) era il più grande d'Europa: ha ospitato più di quattromila richiedenti asilo nel 2014, prima che il dato si stabilizzasse attorno ai tremila, anche se ne avrebbe potute accogliere solo duemila. Così almeno era sulla carta, quando all'allora “presidente del consiglio Silvio Berlusconi venne l'idea – come rivelò nel 2011 il ministro dell'Interno dell'epoca, Roberto Maroni – di realizzare un 'Villaggio della solidarietà'” nel residence degli Aranci a Mineo, originariamente destinato ai militari americani di stanza a Sigonella e ai loro famigliari. Un ministro dell’Interno leghista chiude così ciò che otto anni fa aprì un altro ministro dell’Interno leghista. E non è l'unica contraddizione messa in luce da questa vicenda. 

     

Il problema non è chiudere i Cara, ma trovare alternative

A Mineo sono state arrestate 19 persone accusate di appartenenza ad una cosca della cosiddetta mafia nigeriana. Ma non è certo una novità degli ultimi sbarchi

  

Visto da lontano, il “fottuto centro di Mineo”, come lo chiamava il leader della Lega su Radio Padania, ricorda un sobborgo americano, con le sue quattrocento casette gialle e rosa allineate. Ma non è stato un esempio di buon vicinato né di gestione efficiente. Avrebbe potuto essere una risorsa per il territorio e per l'integrazione dei richiedenti asilo. Invece, per anni, la struttura è stata sinonimo di abusi, di condizioni di vita indecenti e poi oggetto di indagini che hanno coinvolto sia gli ospiti sia i dirigenti: le accuse vanno dalla corruzione nell'assegnazione di contratti alla creazione di falsi badge per gonfiare le cifre, dato che ogni migrante dava diritto a ricevere dallo stato una somma di denaro giornaliera. A gennaio, la polizia ha persino smantellato una cellula mafiosa nigeriana con sede nel centro, che gestiva il traffico di cocaina e marijuana e un giro di prostituzione.

   

   

Mettendo da parte gli atti giudiziari, la chiusura del Cara racconta anche un'altra storia, che smonta la retorica leghista dell'“invasione” e dell'"emergenza sbarchi". La chiusura di fatto è resa possibile dal declino del numero di migranti che giungono in Italia in maniera illegale. Sullo sfondo della decisione c'è il calo dei richiedenti asilo che, secondo i dati del Viminale, sono stati poco più di 3 mila nella prima metà del 2019; 17 mila nel 2018; 85 mila nel 2017. Nel 2016 erano 180 mila.

 

 

C'è anche una seconda questione messa in evidenza dal caso di Mineo. Ieri Salvini ha sfoderato tutto il suo repertorio – “è una giornata splendida”, “dalle parole ai fatti”, eccetera – e ci sono pochi dubbi che il Cara catanese sia stato un esempio di come non bisognerebbe gestire una struttura simile. Resta però il fatto che gli stranieri che hanno iniziato a essere trasferiti in centri più piccoli già a febbraio sono solo una parte dei 1.520 presenti. Monsignor Calogero Peri, vescovo della diocesi di Caltagirone che ospita 25 ex abitanti del centro rimasti “a spasso”, ha spiegato a Franceinfo che “i migranti nel centro erano migliaia e solo alcuni sono stati trasferiti. Gli altri si sono dati alla macchia”. Intanto la Lega continua a tagliare i fondi per l'integrazione dei richiedenti asilo, che talvolta possono attendere anche due anni per ottenere una risposta riguardo al proprio status di rifugiato. Cosa succederà a quelli che non lo otterranno o che non accederanno a un permesso umanitario, ormai assegnato di rado dopo l'approvazione del decreto Sicurezza? Si troveranno per strada, con il risultato di produrre più irregolari.

Enrico Cicchetti

Nato a Mantova in un afoso settembre del 1987, cerca refrigerio dalle parti di Roma. Al Foglio dal 2016, si occupa del sito, di video e di infografiche. Su Twitter è @e_cicchetti

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