Sui rifugiati la Corte Ue dice che il “tutti a casa” di Salvini è solo propaganda

Luca Gambardella

Per i giudici di Lussemburgo nei paesi europei il diritto alla protezione non decade mai del tutto, anche in caso di reati gravi. E i rimpatri non sono possibili sempre, come va ripetendo il Viminale

Mentre il governo gialloverde sforna decreti sicurezza sempre più stringenti per ribadire il principio salviniano del “tutti a casa, subito”, la Corte di Giustizia dell’Ue ha detto oggi che i diritti dei rifugiati sono ben più ampi di quanto cerca di fare intendere il Viminale. Due i punti essenziali della sentenza con cui i giudici di Lussemburgo hanno affrontato i casi sollevati da un cittadino ivoriano in Belgio e da uno congolese in Repubblica ceca. Primo, che i diritti dei rifugiati nei paesi dell’Ue sono ben superiori rispetto a quelli garantiti dalla Convenzione di Ginevra. Secondo, che anche in caso di revoca dello status di rifugiato – per esempio per crimini gravi commessi – nessuno può essere rispedito nel suo paese d’origine se esiste il fondato sospetto che, in patria, i suoi diritti fondamentali siano messi a repentaglio. Insomma, il mantra del ministro dell’Interno Matteo Salvini non vale.

      

La sentenza, infatti, restringe e mette paletti importanti al decreto sicurezza approvato dai gialloverdi lo scorso ottobre. Ciò nonostante, anche stamattina, Salvini ha usato i suoi soliti toni sprezzanti per commentare, su Twitter, la decisione della Corte di Giustizia. “Ecco perché è importante cambiare questa Europa, con il voto alla Lega del 26 maggio – ha scritto il ministro dell’Interno – Comunque io non cambio idea e non cambio la legge: i ‘richiedenti asilo’ che violentano, rubano e spacciano, tornano tutti A CASA LORO”. Quindi ha rilanciato la proposta di un decreto sicurezza bis – la cui bozza circolata in questi giorni ha già fatto molto discutere – annunciando “norme ancora più severe contro scafisti e trafficanti”.

   

     

La propaganda gialloverde, però, sembra destinata nuovamente a scontrarsi con la dura realtà delle leggi. Per i giudici di Lussemburgo la revoca dello status di rifugiato, quando c’è un rischio per la persona in questione, fa perdere alcuni benefici, ma non sempre permette il rimpatrio. Secondo Gianfranco Schiavone, vicepresidente dell’Associazione studi giuridici sull’Immigrazione, la sentenza della Corte di Giustizia è estremamente interessante perché conferma una giurisprudenza ormai consolidata. “Già in base all’articolo 3 della Carta dei diritti dell’uomo si stabilisce chiaramente che, quando la vita di una persona è messa a rischio nel suo paese d’origine, non è possibile procedere al rimpatrio”, dice Schiavone. “La Carta dei diritti fondamentali dell'Ue vieta in termini categorici la tortura e i trattamenti inumani o degradanti, a prescindere dal comportamento dell'interessato, e l'allontanamento verso uno stato dove esista un rischio serio che una persona sia sottoposta a trattamenti di questo genere”. Per farsi un’idea, a chi viene revocato lo status di rifugiato andranno comunque garantiti alcuni diritti fondamentali come la libertà di professare la propria fede, quella di istruirsi e di avere un giusto processo. “Per di più – spiega Schiavone – non serve l’obbligo di residenza ma basta che la persona si trovi fisicamente in uno dei paesi dell’Ue”.

     

L’impatto della sentenza nell’applicazione del decreto sicurezza è comunque ancora difficile da quantificare. Secondo calcoli approssimativi, già oggi circa la metà dei rifugiati arrivati in Italia dal 2011 al 2018 (circa 84 mila persone) non potrebbe essere rimpatriata. Nel parlare di sicurezza e rimpatri e per motivare l’urgenza di un decreto come quello voluto dal Viminale, gli unici dati davvero rilevanti di cui tenere conto sarebbero quelli dei reati gravi effettivamente compiuti dai rifugiati nel nostro paese. Ma il ministero dell'Interno si è sempre rifiutato di diffondere questi numeri.

  • Luca Gambardella
  • Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Un paio di tirocini al ministero Affari esteri e al Parlamento europeo, abbastanza per capire che dovevo fare altro. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.it