Margherita Agnelli nell'archivio LaPresse  

famiglie sovrane e proprietarie

Dai Windsor alla Zarina Margherita: la crisi delle dinastie e cosa potrebbe succedere in casa Agnelli

Michele Masneri

I Windsor in crisi, i Savoia pure, e gli Agnelli non si sentono molto bene. E se Margherita si prendesse Stellantis? Distopie

Non si sa chi sia messo peggio, se quelle regnanti, quelle sovrane oppure quelle solo proprietarie, ma il 2024 si delinea finora come molto horribilis per le dinastie in giro per il mondo. Al memoriale in suffragio dell’ex re Costantino di Grecia, monarca ganzissimo, già campione olimpico, a Windsor, la famiglia reale ospitante inglese era praticamente assente, decimata. Kate infatti è convalescente e forse nuovamente ospedalizzata, William ha cancellato all’ultimo forse per starle al fianco o forse perché non ne può più di tutti quei parenti Grecia pur fichissimi e longilinei (grazie al sangue  non blu ma molto liquido e americano dei Miller, monopolisti dei Duty Free). Assente lady Gabriella Windsor figlia dei principi di Kent (detti affettuosamente “rent a Kent” perché noleggiabili  tipo i nobili della Grande Bellezza). Lei porella ha appena perso il marito Tom Kingston, belloccione morto misteriosamente, che merita un inciso.

Quarantacinquenne, ex diplomatico in Iraq dove è stato fatto prigioniero, poi rilasciato, poi si è buttato nella finanza. Già fidanzato di Pippa Middleton, ambitissimo partito tra le ragazze da marito anche tossichelle londinesi. La madre di Gabriella Windsor, la leggendaria Maria Cristina di Kent, tedesca, cattivissima, era passata sopra la mancanza di blasone: un precedente fidanzato della figlia raccontò ai giornali delle nuotate nudi nella piscina coperta a Buckingham palace e dell’extasy preso nel castello di Windsor. Quindi benissimo Kingston, anche se “un po’ basso”, e con degli antenati proprietari di macellerie, sottolinea il Times. Non c’era ovviamente Harry che ha appena perso una causa  contro il ministero dell’Interno, che non gli vuole dare le scorte armate per le sue trasferte inglesi (e adesso ci si chiede come ripagherà il milione di sterline di spese legali stimate: a Netflix non gli rispondono più al telefono e le malevolenze familiari ormai sono esaurite, un altro libro non ne vien fuori). Ancora: Carlo sta facendo la terapia per il suo tumore, dunque a presenziare c’era solo Camilla con aria perplessa insieme a tutti quei cugini giunti da ogni dove, compresa la sorella di Costantino Sofia di Spagna, la più grande funeralista al mondo, e perfino l’ex marito cacciatore Juan Carlos, confinato a Dubai (quello sì, sarebbe un podcast  e un documentario che vorremmo, Juan Carlos che vuota il sacco). Ma in generale per le dinastie è appunto un “annus horribilis” come il 1992 per Elisabetta, quando le andò a fuoco Windsor e le si separarono tre figli su quattro. Però in giro per il mondo le altre famiglie anche meno blasonate non se la passano meglio. 

 

Da poco archiviati a Torino i funerali di Vittorio Emanuele, che a fine vita aveva pensato bene di accettare un bel documentario che ha ricordato a tutti le sue malefatte. Emanuele Filiberto, il figlio, ha pensato poi di rilanciare subito la richiesta di restituzione dei gioielli Savoia, per rendersi simpatico. 

 

Molto più avvincenti gli sviluppi della vera famiglia regnante italiana, gli Agnelli: e lì chissà come andrà a finire; però noi si sogna una distopia giudiziar-finanziaria con clamoroso plot-twist: Margherita vince tutte le cause, salta tutto l’asse proprietario, e lei si prende la maggioranza di Stellantis, e col suo conte russo, il marito Serge de Pahlen nostalgico dello Zar e molto amico di Putin, belli e spietati come il conte di Montecristo tornano in Italia in pompa magna (e si stabiliscono a City Life, al posto dei Ferragnez).  Nel frattempo Putin invade l’Europa e Trump vince le elezioni. A questo punto l’Italia è protettorato di Mosca, esce dall’euro e aderisce al rublo, de Pahlen viene fatto vice-Zar, la Stellantis riapre immediatamente lo stabilimento di Togliattigrad e si mette a sfornare a tutta callara la Zigulì, l'indimenticata berlina della nomenklatura sovietica (rigorosamente euro zero). Fioccano gli ordini dalla Cina e dall’India,  viene eletta auto dell’anno in Corea del Nord con trionfo al salone di Pyongyang (Maduro ne ordina una versione Abarth). Ripercussioni anche politiche: Giuseppe Conte accetta di guidare un governo di larghe intese rossobruno, e lancia  un nuovo superbonus in rubli. Salvini per scarso rendimento putiniano viene mandato in Siberia, ma poi graziato se la cava con un confino a Forte dei Marmi tra i nuovi oligarchi di ritorno e il Twiga. Tavares va al confino invece a Capri (vedi sotto). La polizia ha ordine di manganellare un po’ meno, Repubblica e Gedi vengono immediatamente inglobate in Russia Today con direttore Francesco Borgonovo che con barba duginiana va bene già così. Francesco Giubilei viene fatto invece corrispondente in Transnistria, mentre Gigi Moncalvo è nominato ministro della Cultura al posto di Sangiuliano che viene fatto imperatore di Capri. 


Nicola Porro rimane dov’è, Libero e La Verità diventano un po’ più moderati, il film di Ginevra Elkann viene ritirato dai cinema che danno invece ininterrottamente La corazzata Potemkin nella nuova versione che de Pahlen fa girare ex novo, in un kolossal franco-russo-italiano cui sono tenuti a partecipare tutti i parenti Agnelli come comparse, e proprio John Elkann deve ripetere infinite volte la parte del bambino nella carrozzella (al Lingotto). Vive proteste sotto i consolati statunitensi su e giù per l’Italia: è tutta una provocazione americana.

  • Michele Masneri
  • Michele Masneri (1974) è nato a Brescia e vive prevalentemente a Roma. Scrive di cultura, design e altro sul Foglio. I suoi ultimi libri sono “Steve Jobs non abita più qui”, una raccolta di reportage dalla Silicon Valley e dalla California nell’èra Trump (Adelphi, 2020) e il saggio-biografia “Stile Alberto”, attorno alla figura di Alberto Arbasino, per Quodlibet (2021).