l'editoriale del direttore

Agricoltori in ostaggio di Coldiretti

Claudio Cerasa

Le difficoltà del popolo dei trattori nascono dalle dimensioni delle imprese. Agli agricoltori conviene averle più grandi, a Coldiretti no. Piccolo è bello? A Sanremo forse sì, nella realtà no. Verità da smascherare fra palco e realtà

Piccolo non sempre è così bello. Nelle prossime ore, la protesta degli agricoltori, oltre che a Sanremo, arriverà a Roma e, salvo intasamenti sul Grande raccordo anulare, salvo deviazioni in tangenziale, salvo lavori per il Giubileo, salvo buche capitoline capaci di inghiottire qualsiasi cosa, trattori compresi, il popolo degli agricoltori chiederà al governo di avere maggiori aiuti per poter lavorare in pace, al riparo dalle difficoltà della contemporaneità.

  

Gli agricoltori, come sapete, godono già di un status riservato a pochi lavoratori in Europa (generano il dieci per cento delle emissioni di CO2 in Europa, ma sono esentati da quasi tutti gli obblighi climatici riservati alle imprese europee) e anche in Italia non se la passano male (non pagano l’Imu, non pagano l’Irap, non pagano l’Irpef sui terreni agricoli). Ma nonostante questo, comprensibilmente, chiederanno al governo di avere ancora qualcosa in più per poter alleviare i propri problemi (ormai è chiaro: bastare fare “bu” al governo e il governo sgancia, avanti il prossimo).

   

 

Quello che però nessun esponente del governo e nessuna associazione di categoria ha avuto il coraggio di spiegare in questi giorni al popolo dei trattori è che una parte delle difficoltà incontrate sul proprio percorso è stata causata non da coloro contro cui protestano (la politica) ma da coloro che li rappresentano. Un nome su tutti: Coldiretti.

  

La forza di Coldiretti, in questi anni, è stata insieme la condanna dei governi e la rovina degli agricoltori. Coldiretti fa paura agli esecutivi perché rappresenta milioni di agricoltori (1,5 milioni di agricoltori, secondo le stime diffuse da Coldiretti, nonostante le aziende agricole in Italia siano decisamente di meno, 1.133.023).

     
E interesse di Coldiretti, di conseguenza, è far di tutto affinché questi numeri restino alti. Più teste, più voti. Più voti, più influenza nella politica. Il problema è che la retorica coldirettiana ha contribuito a frammentare in modo decisivo il mondo agricolo italiano. E non è un caso che non si ricordi una sola battaglia dell’associazione più famosa del paese a favore dell’unica politica in grado di offrire prospettive di crescita e benessere a lungo termine al settore agricolo: l’aggregazione delle imprese. Il risultato di questa non politica è quello fotografato dall’Istat nel suo ultimo censimento del settore agricolo italiano.

 

Piccolo è bello? Mica tanto. L’Italia, dice l’Istat, ha aziende agricole mediamente molto più piccole rispetto ad altri stati membri dell’Unione europea: in Spagna la dimensione media è di 26,1 ettari, in Germania 63,1, in Francia 68,7, in Italia 11,1. Le piccole imprese agricole e soprattutto quelle famigliari, come testimoniato dall’ultimo rapporto della Confederazione italiana agricoltori (Cia), costituiscono ancora la componente più significativa del totale (il 93,5 per cento delle imprese rientra in questa tipologia: dati 2020).

  

Dov’è il problema, si dirà. Semplice. Le aziende più grandi sono quelle che innovano di più (“risulta informatizzato il 78,2 per cento delle grandi aziende contro appena l’8,8 per cento delle piccole”: dati Istat). Le aziende che innovano di più sono quelle che investono di più (“nel triennio 2018-2020 le aziende agricole più grandi hanno effettuato investimenti innovativi in misura nettamente maggiore rispetto alle più piccole: il 35,9 per cento delle aziende con oltre 50 ettari di superficie agricola utilizzata a fronte del 21,3 per cento di quelle con 10-50 ettari, dell’8,4 per cento delle unità con 1-10 ettari e del 4,7 di quelle che hanno fino a un ettaro). Le aziende che investono di più sono quelle che crescono di più. E le aziende che crescono di più sono quelle che riescono a sfruttare la competizione globale senza drammi eccessivi e che riescono anche ad avere un accesso al credito migliore delle imprese piccole.

Sentite cosa dice l’ultimo rapporto Ismea, giugno 2023.

Primo: “Una delle principali barriere agli investimenti è la difficoltà di accesso al credito, soprattutto per le imprese micro, piccole e medie”.

Secondo: “L’intera filiera italiana appare complessivamente più debole e frammentata rispetto alla media europea”.

Terzo: “La filiera agroalimentare in Italia è più frammentata rispetto al resto dell’Ue per la prevalenza in tutte le fasi di micro e piccole imprese”.

Quarto:  Francia e Germania creano un valore aggiunto superiore a quello dell’Italia a causa della “maggiore frammentazione dell’offerta, nella prevalenza di produzioni ad alta intensità di lavoro e nella difficoltà da parte delle aziende agricole a esportare e/o a integrare alcune fasi della filiera a valle (trasformazione, confezionamento e commercializzazione”.

Quinto: “La ricchezza creata da ciascuna impresa europea dell’alimentare, della distribuzione e anche della ristorazione, è maggiore che in Italia, dove pesa la maggiore presenza in tutte le fasi di micro, piccole e medie imprese, finanche nel settore distributivo organizzato”.

Sesto: “Nel 2022, la quota di mercato dei primi cinque retailer (Mediobanca, 2023) in Italia è pari al 57 per cento, al di sopra di quella della Spagna (50 per cento), ma ben lontana da Francia (78 per cento) e Germania (75 per cento)”.

Settimo: “Miglioramenti della produttività dovrebbero derivare anche dall’ammodernamento delle aziende agricole e dall’introduzione di innovazioni tecnologiche e organizzative”.

Ottavo: “I limiti strutturali (piccola dimensione delle aziende, invecchiamento, basso livello di istruzione e formazione dei capi azienda e degli occupati) comprimono la dinamica della produttività dell’agricoltura italiana”.

   

Innovazione, produttività, aggregazioni. Quello che manca all’agricoltura è quello che manca all’Italia. E il fatto che in due mesi di dibattito nessuno abbia ricordato agli agricoltori cosa gli manca per competere, vivere, crescere e creare ricchezza è lo specchio di un dibattito italiano autolesionista, ostaggio di associazioni desiderose di imporre nel panorama pubblico un’agenda che può portare certamente benefici a chi guida le associazioni ma che difficilmente può portare benefici a chi cerca di lavorare in Italia. Trattori compresi. Piccolo è bello? Nei romanzi sì, a Sanremo pure, forse, nei campi degli agricoltori mica tanto. Fra palco e realtà, Coldiretti, in questi anni, ha sempre scelto la prima a discapito della seconda. Piccolo è bello? A Coldiretti conviene, all’Italia no.
  

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.