Donald Trump e Hillary Clinton (foto LaPresse)

New York e l'amore-odio tra Hillary e Donald. E ora? Per curare le ferite ci sono sempre le (benedette) figlie

Paola Peduzzi
Dowd, ragazza di New York dalla famiglia super repubblicana, ha raccontato sul magazine del New York Times il corteggiamento dei Clinton alla città di New York, e quello di Trump alla città e anche ai Clinton.

La storia di come Donald Trump e Hillary Clinton sono emersi e si sono reinventati, di come “si sono abbracciati e azzuffati”, è la storia di New York stessa, ha scritto Maureen Dowd, columnist del New York Times, che vinse un Pulitzer straziando l’immagine dei Clinton e che in questa campagna elettorale è stata l’unica a riuscire a spiegare la compiacenza newyorchese che, in qualche modo e in qualche tempo, ha accompagnato Trump. Dowd, ragazza di New York dalla famiglia super repubblicana, ha raccontato sul magazine del New York Times il corteggiamento dei Clinton alla città di New York, e quello di Trump alla città e anche ai Clinton. “Quando erano amici”, il titolo dell’articolo della Dowd, racconta di quanto entrambi fossero estranei alla città che oggi trattano come casa: Trump era nato nel Queens, ma non aveva mai voluto atteggiarsi come un membro dell’ecosistema newyorchese; i Clinton avevano iniziato a rivendersi come newyorchesi quando Hillary decise di correre per il Senato nello stato di New York, prima di allora non c’entravano nulla.

 

Seguivano i soldi e chi i soldi li aveva, scrive la Dowd, impietosa contro il clintonismo e il trumpismo con quasi pari grado di disprezzo, e Trump per ingraziarsi l’ex presidente e sua moglie capì che il modo migliore era andare a giocare a golf con Bill, e così lo attirò nel suo club a Westchester, provvidenzialmente salvato dal fallimento qualche anno prima, dove presto l’ex presidente ebbe il proprio armadietto nello spogliatoio (Dowd dice che Trump le ha confessato di aver voluto ricostruire il golf club perché voleva dare a Bill un posto in cui giocare). Oggi Trump dice che, da buon imprenditore, in passato aveva coltivato relazioni con i politici, ma che non c’era qualcosa di più tra lui e i Clinton, ma allora, prima di questo scontro elettorale, Trump ci teneva tantissimo a conquistare i Clinton, e quando loro si presentarono al matrimonio con Melania – con la sua pelle setosa che tutte le invidiano da sempre, l’orchestra sinfonica, l’oro dappertutto e quello stile barocco francese che i Trump adorano – Trump fu sicuro di aver vinto tutto. Accoglienza, prestigio, soprattutto: conferma del proprio successo, che è l’unica cosa che gli importa davvero.

 

Maureen Dowd chiede a Trump la verità su quel che si mormora da molto tempo (l’entourage di Trump l’ha detto esplicitamente da tempo, Roger Stone, uno dei suoi fedelissimi, lo ripete appena può): davvero Bill ti ha telefonato, ormai l’anno scorso, per dirti di giocartela bene, e incoraggiandoti ad avere un ruolo determinante nella corsa presidenziale del Partito repubblicano? Quando devi gestire Bill, Donald e la verità allo stesso tempo, è difficile raggiungere un risultato, e nemmeno la Dowd ce la fa, Donald le dice solo, davanti a un piatto di polpette, “non mi ha detto che dovevo correre né mi ha detto di non correre”. Comunque sia, Trump ha fatto poi imbestialire Bill, ricordando che il vero irrispettoso nei confronti delle donne è l’ex presidente: nel Trumpworld, quel mondo che si può apprezzare in tutti i suoi paradossi guardando anche solo pochi minuti di Fox News, molti dicono che Bill Clinton è uno stupratore, stampano magliette in cui vogliono sia Hillary sia Bill in galera, lei è corrotta ma lui violenta le donne.

 

Ormai i rapporti tra Trump e i Clinton non importano più, resterà solo la ferocia della campagna elettorale, gli insulti, il passato rinnegato, quelle foto di famiglia di sorrisi e abbracci e complicità che oggi vanno nascoste nei cassetti, bruciate, dimenticate. Oggi si saprà la verità, chi vince e chi perde, ma intanto New York ancora si interroga su come riuscirà a gestire il simbolo Trump dopo tutto quel che è successo, se davvero si potrà assecondare la prassi politica naturale, ci siamo tanto odiati ma ora siamo tutti cittadini solidali della stessa meravigliosa America. Molti dicono di no, che questa volta l’oblio è un lusso, ma è anche vero che la memoria corta ci salva spesso dai dolori, ed è anche vero che ci sono le figlie, Chelsea e Ivanka, che sono come i loro genitori, ma più giovani e più aggraziate e più furbe . Entrambe hanno a cuore la tenuta dei loro brand, Clinton e Trump, entrambe sanno già come si sorride quando la guerra è finita.

  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi