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Chiudete la Crusca please

Cosa succederebbe se in Italia prendessero definitivamente il potere i passatisti culturali, quelli del sovranismo linguistico

Maurizio Crippa

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crippa@ilfoglio.it

23 Maggio 2019 alle 06:00

Chiudete la Crusca please

La sala delle Pale nella villa di Castello, a Firenze, attuale sede dell'Accademia (foto via Wikimedia)

“Citto bagaj, che adess vöri cünta’ come l’è che se fa’ a mètt in pee un bel palazz che’l borla minga giò, mìnga comè quell barlafùs de Genova”. Si potrebbe andare avanti e scrivere tutta la rubrica in dialetto milanese, ma era solo per rendere l’idea di quel che potrebbe succedere, in una prestigiosa università come il Politecnico di Milano, se in Italia prendessero definitivamente il potere loro: i passatisti culturali, quelli del sovranismo linguistico, quelli che confondono la difesa di una identità (della quale fa parte, a buonissimo diritto, anche il Politecnico) con la chiusura all’innovazione. Succederebbe che, oltre a vietare le lezioni in lingua inglese, prima o poi qualcuno imporrebbe il ritorno al milanes, tanto caro all’Ingegner Gadda. Succede che l’Accademia della Crusca ha deciso di conferire il premio “Benemeriti della lingua italiana” – anzi lo ha proprio inventato a bella posta quest’anno – a Maria Agostina Cabiddu, giurista del Poli che, quando l’università decise di introdurre corsi esclusivamente in inglese, “agendo contemporaneamente sul fronte della pubblica opinione e del diritto, organizzò un Comitato di docenti che espresse ripetuti appelli avversi alla decisione del Senato accademico e contemporaneamente si rivolse alla legge con un ricorso al Tar della Lombardia”. Manco fosse una staffetta partigiana. Ovviamente, siamo in Italia, il ricorso fu vinto, la Crusca esultò manco avessero ritrovato un autografo di Dante. E gli studenti del Poli, in compenso, non possono studiare in inglese. Pensare che volevano abolire l’innocuo Cnel. Chiudete la Crusca, che è dannosa.

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  • techman

    23 Maggio 2019 - 10:10

    Non sono d'accordo. Ben venga chi si batte per mantenere viva la lingua italiana, che deve essere lingua di scienza e tecnica, come lo è sempre stata oltre che di arte e cultura. Lavorando nel settore dell'informatica so bene l'importanza di conoscere l'inglese, ma sono consapevole anche che pensare di sostituirla sistematicamente con l'inglese o usare termini inglesi a sproposito per fare "più figo" non sia modernità ma provincialismo.

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  • techman

    23 Maggio 2019 - 10:10

    Non sono d'accordo. Ben venga chi si batte per mantenere viva la lingua italiana, che deve essere lingua di scienza e tecnica, come lo è sempre stata oltre che di arte e cultura.

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  • tenen314

    23 Maggio 2019 - 08:08

    Caro Crippa, ho vissuto una vicenda simile nel mio dipartimento, il dipartimento di Fisica di una grande università italiana (ed in fisica l'inglese è la comune lingua di lavoro in campo internazionale). Ma una cosa è saper leggere un articolo in inglese, altra cosa è insegnare bene in inglese una materia spesso difficile, dove "bene" significa ovviamente in modo comprensibile dagli studenti (e studentesse, for that matter). Credo che abbia ragione la prof. Cabiddu, a meno che l'insegnamento in inglese del Politecnico fosse pensato per i corsi di dottorato, verso quali è opportuno attirare anche candidati stranieri (e ad uno studente che abbia superato la laurea magistrale si può anche chiedere di fare lo sforzo di comprendere insegnanti non perfettamente padroni della ligua straniera).

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