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Lazarillo de Tormes non annoia mai

Prima di Don Chisciotte, c’era lui. Che mette subito il suo lavoro sotto il segno della vanità

22 Gennaio 2020 alle 06:00

Lazarillo de Tormes

Era mezzo secolo prima che Don Chisciotte stabilisse che leggere libri fa male, molto male – il rock, i fumetti e i videogiochi non hanno l’esclusiva, quanto a cervelli per sempre spappolati (Cervantes raccontava un adulto sulla cinquantina, le fanciulle risulteranno ancora più soggette ai malefici influssi). Era mezzo secolo prima che le “Novelle esemplari” – scritte dal Cervantes medesimo, questo è sicuro, anche se del Chisciotte esistono un sequel vero e uno falso, pubblicato da un anonimo per sfruttare il bestseller – certificassero due vizi letterari già conosciuti nel Seicento e ancora in voga.

 

Detti vizi sono, per chi li avesse scordati o pensa che siano invenzioni recenti, il poeta che si fa pregare per leggere i suoi versi, e poi non smette più neanche se lo bastonano (mai andati alla presentazione di un libro? ecco, pensate allo scrittore che acchiappa il microfono e non lo molla più). E la raccomandazione in materia di cultura: chi arriva secondo, a un premio o a un concorso, deve considerarsi il vero vincitore, il primo premio lo vince sempre il raccomandato – ce lo ricorderemo al prossimo Premio Strega.

 

Mezzo secolo prima di Don Chisciotte, c’era “Lazarillo de Tormes”. Che mette subito il suo lavoro – “quest’inezia, che scrivo in stile così grossolano” – sotto il segno della vanità. Il soldato audace non disprezza la vita più degli altri, è il desiderio di lode che gli fa sfidare il pericolo. Vale lo stesso per chi scrive. E non provate neanche un briciolo di vergogna, voi romanzieri che scrivete oggi, a farvi sbugiardare da un dilettante di cinque secoli fa? Quando la finirete con la dichiarazione solenne: “scrivo per me, del pubblico non mi importa”?

 

“Chi scrive non lo fa senza fatica”, aggiunge il misterioso individuo – “Mi chiamano Làzaro de Tormes”, e giù con la genealogia da figlio di mugnaio – che narra le sue peripezie a un potente identificato come Vostra Grazia. Per la filologia, l’edizione appena uscita da Adelphi ha le fitte note di Francesco Rico, e la traduzione di Angelo Valastro Canale: noi non andiamo oltre lo spasso che un racconto così antico ancora procura. Figlio di mugnaio, dicevamo, venuto al mondo tra le acque del fiume Tormes. Il genitore “fu accusato di aver mal praticato un paio di salassi ai sacchi di chi veniva a macinare”. Arrestato, “confessò e non negò e fu perseguitato per causa della giustizia”.

 

Salassi a parte, che allora e per qualche secolo a venire erano la cura di tutti i mali – ma non erano le sanguisughe a svuotare del loro contenuto i sacchi di grano – il tono è scanzonato, tende allo sberleffo. Venti righe ancora, e Làzaro si ritrova orfano – eccellente condizione per chi intende distinguersi come protagonista di una storia appassionante. La madre a Salamanca conosce un uomo di pelle scura, che le regala “un negretto carino carino”. Quando vede il genitore nero identico a lui, il piccino urla “Babau!” – ma è solo una nota, appunto, di colore. Lazarillo de Tormes parla – per novanta pagine, senza annoiare mai – di furti e di fame, di pance vuote e di ruberie, di panini sottratti con destrezza e boccali di vino svuotati con l’inganno.

 

Più che la povertà, può l’avarizia dei padroni. Il primo è cieco, mendicante di talento ma solo a profitto suo. Parentesi: ci sono un ragazzino e un cieco anche in “La testa tra le nuvole”, l’unico romanzo di Susanna Tamaro che resterà: le pagine su Cinecittà, quando il cieco si fa raccontare il set di un film, sono imparentate con l’orfanello spagnolo. Il secondo è un chierico anche più pitocco, se per natura o per via dell’abito talare non si sa (“Lazarillo” esce nel 1554, cinque anni dopo viene proibito dall’Inquisizione). Il terzo è un cavaliere spiantato e millantatore, che ruba al servo i tozzi di pane vecchio. Finalmente il giovanotto ottiene un posto fisso nell’Amministrazione, farà il banditore. Di più: sposa la serva dell’arciprete. E con grazia fa capire a chi legge – via le solite malelingue – che la consorte continua a compiacere il prelato in tutto e per tutto.

Mariarosa Mancuso

Critica cinematografica, ha studiato filosofia e ha cominciato a occuparsi di cinema per le radio della svizzera italiana. Lavora per Il Foglio sin dai primi numeri e ha tradotto i racconti di Edgar Allan Poe. Ha raccolto le recensioni di un anno di lavoro in un libro del Foglio che ha preso il nome dalla rubrica del sito, Nuovo cinema Mancuso. Nel 2010 Rizzoli ha aggiornato e ristampato Nuovo cinema Mancuso, con la partecipazione di Giuliano Ferrara e Aldo Grasso.

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Commenti all'articolo

  • romamor

    22 Gennaio 2020 - 11:34

    I picari; Il film di Monicelli del 1987,fu tratto da questo romanzo.

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