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Prestare un libro

Mariarosa Mancuso

Il timore di sottolineature aliene sulle copie amate, la vergogna per le proprie. Casi limite ben accertati

Mi ricordo quando i dottori facevano la pubblicità alle sigarette” dice Kevin Kline a una ragazza – nel film “Bolle di Sapone”, come la serie “Boris” ma nel 1991, sulle interminabili soap opera che cominciarono in radio prima di passare in tv. Vuole farle presente che non hanno la stessa età. Sembra assurdo? C’è di peggio: ricordiamo di aver assistito, e ahimè partecipato, a puntigliose conversazioni sul tema: prestare o non prestare i libri?

 

C’erano i contrari, mai per nessun motivo (non tornano mai indietro), C’erano i favorevoli al prestare sempre (vero, non tornano mai indietro, ma a parte la momentanea fitta ci si fa l’abitudine). C’era la linea “prestare sì, ma annotando titolo e beneficiario, e richiederlo indietro dopo un tot” (lo abbiamo sentito dire, ma una lista dei libri circolanti tipo biblioteca non l’abbiamo vista mai). Due i casi limite, personalmente accertati. Siccome si prestano i libri molto amati, un amico comprava e regalava una copia di riserva del prediletto, pur di mettere in salvo il proprio. Un altro sosteneva che la notte era ossessionato dai vuoti lasciati sullo scaffale per via dei libri prestati agli amici (era l’epoca felice in cui avevamo meno libri che scaffali).

 

Una cospicua parte dei non prestanti temeva sottolineature aliene, copertine ciancicate, smarrimenti, le orecchie alle pagine che a noi piacciono tanto e che altri guardano con raccapriccio. Quando le orecchie in alto diventano troppe, e non c’è una matita a portata di mano, vale anche l’orecchia a fondo pagina, o la mezza pagina ripiegata: questo prima del Kindle che consente sottolineature e annotazioni con un tocco.

I prestanti & sottolineanti nascondevano un altro timore : “Oddio, magari ho sottolineato una cretinata e farò una figuraccia”. Nelle case altrui, senza dar troppo nell’occhio, ci si avvicinava agli scaffali sperando di trovarci qualcosa di più oltre a “Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta” di Robert Pirsig. Qualche marcia di avvicinamento bisognava pur farla, in assenza di social e di Instagram dove gusti e disgusti sono spiattellati (con il vantaggio di non doversi avvicinare troppo, rendendo la ritirata).

 

Qualche giorno fa, su Twitter che appunto consente di conoscere (almeno per uno spiraglio) persone che non vogliamo conoscere, un lettore ha fotografato un libro di Neil Gaiman. Poi si è rivolto direttamente allo scrittore dietro le serie “American Gods” e “Good Omens” per lagnarsi delle pagine a bordi frastagliati: “E’ normale che siano così?”. Aveva comprato il libro su Amazon, sospettava il difetto di fabbrica e voleva farselo cambiare. Neil Gaiman ha offerto pronta rassicurazione: “Giusto così, è anche una cosa molto figa”.

 

Sarebbe il cliente ideale per un servizio che lo scrittore irlandese Flann O’Brien – nelle sue cronache pubblicate su un giornale di Dublino, con il titolo “Il boccale traboccante” e lo pseudonimo Myles na Gopaleen – proponeva ai lettori di buona volontà e poca familiarità con l’oggetto. La ditta sottolineava i libri per chi aveva scarsa attitudine alla lettura, ma teneva a ben figurare in società (erano gli anni 40, il popolo voleva far parte dell’élite, o almeno provarci, o almeno fingere di provarci). C’era il servizio Base, solo sottolineature dopo aver ben squadernato il volume. E c’era il servizio Deluxe. Rovinava un po’ la sovraccoperta, come succede ai libri tenuti molto in tasca. Inseriva tra le pagine programmi di concerti, e sui margini scribacchiava: “Ma lo aveva già detto Joyce!”.

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