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E' ora di recuperare un romanzo-freak

"Cime Tempestose", primo e unico lavoro di Emily Brontë. Per fortuna

15 Gennaio 2020 alle 06:16

Un romanzo-freak

Violento, confuso, pasticciato, per nulla verosimile. Una mostruosità letteraria, meglio tenerla fuori dal salotto buono. Un “freak”, come le creature bizzarre raccontate dal simpatico critico Leslie Fiedler, e al cinema dal regista Tod Browning (da ragazzino scappò con il circo, il cuore rimase impigliato). “Cime tempestose” non è un romanzo, è un fenomeno da baraccone, fate conto la donna barbuta. Lo stabilì l’antipatico critico F. R. Leavis compilando il suo Canone, e negli anni 50 non bisognava neanche aggiungere “Occidentale”: nessuna minoranza sgomitava, l’arte di offendersi non era stata perfezionata.

 

Emily Brontë pubblicò il suo primo e unico lavoro nel 1847 con lo pseudonimo di Ellis Bell (per gli editori, le donne erano “veleno al botteghino”, quando Louisa May Alcott scriveva di spie e di vendette e si firmava A. M. Barnard). Il cognome della famiglia romanziera – anche le sorelle Charlotte e Anne scrivevano, con un certo successo – viene da Bronte in Sicilia, via ammiraglio Nelson. Troppo lunga per essere ripresa qui, la racconta John Sutherland, nel gustoso dizionarietto “The Brontesaurus”.

 

Qui dobbiamo occuparci dell’insopportabile individuo, forse addirittura un assassino, diventato sinonimo di “passione & romanticismo”: tutte cose che in “Cime tempestose” fatichiamo a trovare (da Einaudi la traduzione più recente, di Monica Pareschi). Heathcliff, appunto, che serve da nome e da cognome. Sarebbe Earnshaw, come il buon padre di famiglia che lo trova sporco e solo sul molo di Liverpool, lo infagotta e lo porta lassù nella brughiera. Che l’abbia registrato all’anagrafe, non è sicuro.

 

“Wuthering Heights” – il titolo originale – indica la proprietà, spazzata dai venti gelidi. Il bambino non si presenta bene: “Scuro com’è pare quasi che venga dall’inferno”. Da grande sarà peggio. La governante-narratrice mette Heathcliff davanti allo specchio e gli indica i punti di miglioramento: “Le vedi quelle due sopracciglia folte che si uniscono al centro? E quei due demoni neri infossati laggiù, che non aprono mai davvero le imposte ma sbirciano scintillanti da sotto, come agenti di Satana? Via quella faccia da cagnaccio rabbioso che sa di meritare tutti i calci che prende”.

 

Heathcliff cresce assieme a Catherine Earnshaw, la figlia del padrone. Hindley, il figlio del padrone, lo guarda subito storto, e da qui discende una delle tante linee di sciagura che percorrono il romanzo-freak fino alla terza generazione. L’intrigo che nessuno ricorda mai, che al cinema viene cancellato perché troppo torvo. E ingarbugliato, Emily Brontë usa sadicamente gli stessi nomi. Avremo un’altra Cathy, partorita dalla quasi moribonda Catherine, già in preda alla follia e malata di consunzione.

 

Heathcliff e Catherine crescono insieme. Il trovatello viene trattato come un figlio fino alla morte del genitore adottivo. Quando Hindley diventa capofamiglia cominciano le tragedie. Il giovanotto viene separato da Catherine e messo al lavoro con i servi. Si incontrano di nascosto, e per colpa di una fuga notturna – con morso di un cane, questo è un romanzo dove i cani azzannano le signorine, e non solo – la ragazza conosce il futuro marito Edgar Linton, che vive in una proprietà poco lontana.

 

Oltre alla scaltra ragazza Catherine e all’ingenua cognata Isabelle, anche le proprietà saranno al centro di litigi forsennati, con atrocità sorprendenti per una zitella vittoriana: “Heathcliff ha estratto il coltello a viva forza dalla carne, allargando ancora di più il taglio, e se l’è ficcato in tasca tutto gocciolante”. Peggio è la guerra dei nervi, quando il trovatello prima accolto e poi maltrattato fugge. Dopo tre anni torna ricchissimo e con un pensiero fisso: la vendetta. Chiamatelo, se volete, romanzo d’amore. A leggerlo, comincia con lo spettro di Catherine che alla finestra di un incauto ospite implora: “Fammi entrare”. La governante interrogata spiffera un’inverosimile quantità di disgrazie e sofferenze, si capisce che non vedeva l’ora di sfogarsi.

Mariarosa Mancuso

Critica cinematografica, ha studiato filosofia e ha cominciato a occuparsi di cinema per le radio della svizzera italiana. Lavora per Il Foglio sin dai primi numeri e ha tradotto i racconti di Edgar Allan Poe. Ha raccolto le recensioni di un anno di lavoro in un libro del Foglio che ha preso il nome dalla rubrica del sito, Nuovo cinema Mancuso. Nel 2010 Rizzoli ha aggiornato e ristampato Nuovo cinema Mancuso, con la partecipazione di Giuliano Ferrara e Aldo Grasso.

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