Sentirsi invisibili, stranieri, o anche solo strambi dentro casa. Sei storie di fantasmi, o quasi

Ogni racconto ha un doppio fondo, una sorpresa, un turbamento. Paura, inquietudine, ma anche comicità, e subito la sensazione di riconoscere qualcosa di famigliare: le nostre paranoie

5 Maggio 2018 alle 06:12

Sentirsi invisibili, stranieri, o anche solo strambi dentro casa. Sei storie di fantasmi, o quasi

Foto di Luca Boldrini via Flickr

Di fronte a queste suppliche disarmanti papà consigliava a Dimitri, a volte nei panni della mamma, a volte nei suoi, di prendere calmanti, sonniferi, analgesici. Arrivò perfino a prescriverglieli, voleva andare a visitarlo. Ma lui si rifiutava, e di fronte all’ipotesi di essere visitato per qualche tempo smetteva di squillare. Poi ricominciava, e per un paio d’anni i tre non fecero altro che scontrarsi. In casa era tutto uno sbattimento di telefono in faccia, uno staccare le spine dal muro e riattaccarle di nascosto, come nel pieno di una sottile quanto ottusa cospirazione. Una volta avevo addirittura sentito mia madre dare a Dimitri dello stronzo: non era pazzo, era stronzo, come un amico che ti ha deluso.

Letizia Muratori, “Spifferi” (La nave di Teseo)

Il molestatore telefonico instaura un rapporto di amicizia, di affezione con gli anziani genitori di una donna invece ostile ed esasperata, nel racconto “Rispondi a Dimitri”, di Letizia Muratori. Che ha scritto sei storie brevi, variazioni intorno al tema del fantasma: ogni racconto ha un doppio fondo, una sorpresa, un turbamento. Paura, inquietudine, ma anche comicità, e subito la sensazione di riconoscere qualcosa di famigliare: le nostre paranoie, il nervosismo, qualche parente, una vecchia casa in cui le finestre si aprono da sole, un cane di gomma che comincia ad abbaiare, conversazioni fra vecchie zie, il mollettone della tovaglia, la faticosa giornata di una madre che ha affittato il suo utero e la nostra invisibilità. L’ispirazione è sempre carnale, nella scrittura di Letizia Muratori, e lo sguardo va di sbieco e percorre strade che non ci si aspetta. I fantasmi non sono soltanto i veri fantasmi, quelli di Edgar Allan Poe e quelli che fanno spalancare le finestre in Cime tempestose: i fantasmi siamo noi, quando nessuno ci guarda, i fantasmi sono questi personaggi estraniati ma con addosso una specie di allegria, a volte stranieri a volte semplicemente strambi. Una ragazza accetta di aiutare una ventenne ucraina a organizzare una cena per venticinque persone in una casa che conosce bene, e per farlo usa un manuale Hoepli del 1971 trovato su una bancarella: Ricevere oggi.

 

Chi legge si dondola sul filo dei dettagli, si accomoda in un posto che sente di conoscere, o di avere sfiorato almeno una volta nella vita, si abitua alla bizzarria e sente i fantasmi ancora prima che arrivino davvero (davvero? non è detto). Ephrem, bambino di Addis Abeba che ha visto bruciare suo padre in un’esplosione, adesso è in questo centro di accoglienza in un vecchio hotel Posta al confine con la Svizzera, e continua a incendiare le cose per vederci dentro suo padre, e ha una sorella che non può dire che è sua sorella, e un’espressione assente che lo fa assomigliare a un fantasma. Un bambino che nessuno vuole, che nessuno guarda, è già un fantasma, e gli vengono gli occhi bianchi. Così anche quando si ride, dietro il sorriso, o poco dopo il sorriso, c’è sempre qualcosa di amaro. Non sono racconti da leggere di corsa uno dopo l’altro, senza respirare, sono storie che richiedono il respiro. Per accorgersi del rumore che fa un aspirapolvere quando si spegne, e la verità viene finalmente detta. Per sentire l’apprensione verso il molestatore telefonico che non molesta più, e ci si preoccupa per lui, con lo stesso nervosismo con cui lo si voleva denunciare alla polizia. “Non era facile ammetterlo, ma aspettavo anche solo uno squillo, un segno molesto di vita”. Per capire e godere di tutti i piccoli, storti, invisibili, ostinati segni di vita.

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