Una scena del film Romeo e Giulietta (1968) di Franco Zeffirelli / Gettyimages

La recensione

Shakespeare in Hollywood: la lunga storia d'amore tra l'America e il Bardo

Alberto Mattioli

Il nuovo libro di Arturo Cattaneo e Gianluca Fumagalli, edito da Einaudi, esplora l'influenza del poeta inglese nel cinema americano. Dai primi film muti alle produzioni contemporanee, il culto per il drammaturgo è profondamente radicato nella tradizione hollywoodiana

Benché uno degli autori sia un accademico italiano, Arturo Cattaneo (l’altro è il regista Gianluca Fumagalli), e il libro sia perfino edito da Einaudi, questo Shakespeare in Hollywood non è solo un saggio raffinatissimo, ma anche divertente. La tesi è che il cinema e l’entertainment contemporaneo e più in generale l’America abbiano scelto come fondatore mitico, tipo Enea con Roma, il vecchio Will: padre della lingua, certo, ma anche dello spettacolo.

Da qui la lunga storia che lega Hollywood al Bardo, dai muti (un paradosso, il Re della parola senza parole: ma ne furono girati più di quattrocento) al deliziosissimo Shakespeare in love, sette Oscar nel ’99, che non è un film tratto da Shakespeare ma su Shakespeare, e ambienta i meccanismi dello show business nell’Inghilterra elisabettiana (però i coltissimi autori segnalano che già nel 1907 il mitico Georges Méliès aveva girato un Rêve de Shakespeare che mostrava il dolce cigno dell’Avon mentre scriveva la scena dell’assassinio di Cesare: ovviamente muto e, alas, anche perduto). Del resto, gli Oscar nascono nel ’29: nel ’36, zac!, ecco le prime due statuette shakespeariane, per il Sogno di una notte di mezza estate di Max Reinhardt, tratto dal musical kolossal appena messo in scena all’Hollywood Bowl per 150 mila spettatori.


Il sonoro non porta bene alle due superstar del muto, i coniugi e soci Douglas Fairbanks e Mary Pickford, che nel 1929 vogliono dimostrare di saper recitare anche con la voce nella Bisbetica domata: ma il film esce nelle sale nel weekend del crac di Wall Street, ed è un fiasco. Andrà meglio con un’altra coppia d’oro: Richard Burton ed Elizabeth Taylor, diretti da Franco Zeffirelli, che gira anche un bellissimo Romeo e Giulietta e purtroppo pure un Amleto con Mel Gibson. Nello Shakespeare in pellicola c’è davvero di tutto: un Romeo di 43 anni, Leslie Howard, e una Giulietta di 34, Norma Shearer nel film del ’36 e il Romeo + Juliet di Baz Luhrmann con DiCaprio a Verona Beach che sessant’anni dopo fa innamorare la generazione Mtv, tre Lawrence Olivier (posso dirlo? Rivisti oggi, così invecchiati…), Ernst Lubitsch che ambienta il suo To be or not to be nella Varsavia occupata dai nazisti e Tom Stoppard con il suo cerebrale, ironico, divertente Rosencrantz e Guildenstern sono morti. Intanto Broadway sforna a ripetizione musical di successo che diventano subito film: The Boys of Syracuse (sarebbe La commedia degli errori), Kiss me Kate, West Side Story… E il genio dei genii Orson Welles sposta il Macbeth ad Harlem con le streghe che fanno il voodoo e il Giulio Cesare fra le divise fasciste (e senza Sgarbi and friends che strillano al leso Bardo).


Di base, c’è il culto americano per l’inglese Shakespeare: nonostante i due popoli siano divisi dalla stessa lingua, gli yankee attuano in letteratura la stessa “translatio imperii” poi compiuta anche in geopolitica. Il padre della patria Thomas Jefferson arriva in pellegrinaggio a Stratford e bacia il suolo, mentre Alexis de Tocqueville in viaggio per la democrazia americana scopre che “non c’è quasi baracca di pioniere dove non si trovi qualche opera di Shakespeare.  Ricordo di aver letto per la prima volta il dramma feudale Enrico V in una baita”. La passione per il teatro trova la sua nuova frontiera: raccontano Cattaneo & Fumagalli che a San Francisco, nel decennio della corsa all’oro, “si registrano 1.105 produzioni teatrali, di cui 66 ministrel shows; 84 extravaganzas (un pot-pourri che includeva danza, pantomime, numeri da circo); 48 opere liriche in cinque lingue differenti; 907 drammi veri e propri”. 


A proposito di drammi: a New York, il 10 maggio 1849, la rivalità fra due attori, l’inglese William Charles Macready e l’americano Edwin Forrest, che recitano entrambi Macbeth, scatena tumulti e scontri a carattere teatral-patriottico che portano in piazza 15 mila persone. La polizia perde la testa, spara e fa almeno trenta morti. E poi dicono che non è vero che Macbeth, anzi, scusate, meglio non nominarlo, lo “Scottish play”, porti sfiga…
 

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