La solita solfa al festival del cinema di Berlino

Mariarosa Mancuso

Cambia il direttore, ma il film d’apertura – stavolta a misura d’adolescente – non migliora

Il film d’apertura della Berlinale un po’ di brividi li mette sempre. Negli ultimi anni, o era Wes Anderson – nel 2018 con “Isle of Dogs” e nel 2014 con “The Grand Budapest Hotel” – o era dimenticabile. Per far tornare la memoria bisogna frugare negli archivi: “The Kindness of Strangers” di Lone Scherfig l’anno scorso, “Django” (nel senso del jazzista gitano Django Reinhardt) di Etienne Comar nel 2017. Né uno né l’altro da rifilare allo spettatore che paga il biglietto e non va al cinema per soffrire.

  

Cambia il direttore dalla Berlinale – se ne va Dieter Kosslick, regnante dal 2001; entra Carlo Chatrian, dopo un passaggio al Festival di Locarno – e il film d’apertura non migliora. Va detto che, leggendo qua e là i commenti al cambio della guardia, quasi tutti i commenti suggeriscono che le ultime edizioni erano così scarse che la manifestazione berlinese può solo migliorare. Vale per chi vorrebbe tornare a quando il film d’apertura era lo spettacolare “Chicago” di Rob Marshall, e per chi non ne ha mai abbastanza di film bulgari sottotitolati in ceco, quindi attendeva la svolta cinefila e rigorosa. Le due fazioni sono sempre l’una contro l’altra armate: eppure un film come “Parasite” di Bong Joon-ho dovrebbe dimostrare che il cinema bello può vincere a Cannes, può trionfare agli Oscar, e farsi applaudire dagli spettatori.

   

La Berlinale numero 70 è stata inaugurata da un film a misura di adolescente innamorato del giovane Holden (per dire i guai che possono fare certe letture giovanili). “My Salinger Year” è tratto dal memoir di Joanna Rakoff (in italiano da Neri Pozza, “Un anno con Salinger”). Lo ha diretto il canadese Philippe Falardeau, già regista di “Monsieur Lazhar” (curiosa storia di un insegnante algerino che rimpiazza un insegnante suicida, in una scuola dove gli psicologi non vogliono la parola “morte”) e di “The Bleeder”, story del pugile Chuck Wepner, che servì da ispirazione per “Rocky” (1976 e seguiti, alcuni faticosi a vedersi).

  

   

Tra i produttori figura la scrittrice medesima, mai un buon segno. E’ chiaro che Joanna Rakoff ha supervisionato tutto. E dunque: i vestitini da collegiale della ragazza che va a lavorare in una delle più antiche agenzie letterarie di New York. Gli occhioni sgranati della medesima, che fanno pendant con il sorriso infantile, a dentini spaziati: l’attrice è Margaret Qualley, figlia di Andie MacDowell, molto meglio sfruttata da Quentin Tarantino come Pussycat, la Manson girl in “C’era una volta a Hollywood”. Tutti i luoghi comuni sullo scrivere e sul trovare se stessi che vi vengono in mente. Più altri che sembrerebbero troppo sciocchi per stare in un film, soprattutto se all’origine c’è chi il mestieraccio lo fa davvero.

   

L’agenzia letteraria di grande prestigio è diretta da Sigourney Weaver, che con la ciocca bianca di capelli e i pantaloni a vita altissima fa il suo numero intitolato “il diavolo pubblica Salinger”. Usa ancora il dittafono, anche se siamo a metà degli anni novanta. Bisogna rispondere alle lettere dei fan: Salinger ne ha tanti, e non tutti ci stanno con la testa. Metti che venga fuori un altro Mark Chapman armato di pistola, spinto da quelle pagine a uccidere John Lennon. Joanna avrebbe un modello da copiare, ma essendo di animo candido fa di testa sua. intanto si lascia con il fidanzato, rimasto in California (ma dimentica di dirglielo). Il grande recluso delle lettere americane compare di voce (al telefono) o di schiena (quando proprio lo spettatore è stufo di vederlo in fotografia, accanto ad altre celebrità come Francis Scott Fitzgerald). Basta per dare a Joanna il coraggio di scrivere in proprio.

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