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1917

La recensione del film di Sam Mendes, con George MacKay, Dean-Charles Chapman, Mark Strong, Andrew Scott

24 Gennaio 2020 alle 14:34

Un paio di ossessioni ricorrono nella storia del cinema. Prima: il film girato in soggettiva. La macchina da presa sta ad altezza occhi del protagonista, come certe telecamere da “indossare”, prima di buttarsi giù per i pendii o guidare in Formula 1. Altri usi sensati in realtà non ce ne sono, nel cinema di finzione il risultato è più strano che coinvolgente. Seconda: il piano sequenza che segue il protagonista dall’inizio alla fine del film, in tempo reale. Ci aveva provato Alfred Hitchcock in “Nodo alla gola”, puntando l’obiettivo su una giacca o una parete alla fine di ogni rullo, per camuffare il cambio di pellicola. Lo ha fatto Alejandro González Iñárritu in “Birdman”. E Alexandr Sokurov in “L’arca russa”: a lui il record della genuina e unica ripresa, con una messa in scena complicatissima, anche di orchestre e balli dentro l’Ermitage (qualcuno contesta il primato, ma certamente usa meno trucchi dei rivali).

 

Anche il piano sequenza di “1917” è posticcio, ma per quanti sforzi faccia l’attento spettatore è difficile cogliere le giunte. Racconta una missione impossibile durante la Prima Guerra mondiale, ispirata dal racconto di nonno Alfred H. Mendes: si offrì volontario per consegnare un dispaccio e ritornò “senza un graffio, ma con esperienze da far rizzare i capelli” (il futuro regista ascoltò la storia a 11 anni). Due giovani soldati lasciano la trincea con un messaggio importantissimo: 1.600 commilitoni di un settore distaccato stanno per cadere in una trappola: i tedeschi hanno fatto finta di ritirarsi, in realtà sono pronti ad attaccare.

 

Il viaggio di Schofield e Blake (che ha un fratello tra i soldati in pericolo) è periglioso, cruento, pieno di insidie e dovrebbe essere angosciante. Dopo il bellissimo “007 - Skyfall”, il regista lanciato nel 1999 da “American Beauty” ha per modelli “Salvate il soldato Ryan” di Steven Spielberg e “Dunkirk” di Christopher Nolan. Gira – e organizza le comparse – magnificamente, in due chilometri di trincea ricostruita. Ne esce un esercizio di stile, con qualche momento visionario. E un assoluto disprezzo per le regole del genere: se mostri un attimo di umana pietà, il nemico ti ammazza.

Mariarosa Mancuso

Critica cinematografica, ha studiato filosofia e ha cominciato a occuparsi di cinema per le radio della svizzera italiana. Lavora per Il Foglio sin dai primi numeri e ha tradotto i racconti di Edgar Allan Poe. Ha raccolto le recensioni di un anno di lavoro in un libro del Foglio che ha preso il nome dalla rubrica del sito, Nuovo cinema Mancuso. Nel 2010 Rizzoli ha aggiornato e ristampato Nuovo cinema Mancuso, con la partecipazione di Giuliano Ferrara e Aldo Grasso.

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