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Arriva al cinema l'Orso d'oro alla Berlinale del 2018. Una tortura

Un anno di ritardo e poche sale per il film di Adina Pintilie. Tra i favoriti di questa edizione c'è invece “La paranza dei bambini”, non stupisce: la mafia sta all’Italia come il western agli Stati Uniti

15 Febbraio 2019 alle 19:07

Arriva al cinema l'Orso d'oro alla Berlinale del 2018. Una tortura

Una scena del film “Ognuno ha diritto ad amare – Touch Me Not”

Il vincitore dell’Orso d’oro alla Berlinale del 2018 arriva nelle sale – in poche sale – con un anno di ritardo. Solo perché a qualcuno è venuto in mente che nel gran calderone di San Valentino ci poteva stare un film sulle bizzarrie sessuali. Si intitola “Ognuno ha diritto ad amare – Touch Me Not”, brutto titolo biforcuto che però rende bene l’idea. La regista rumena Adina Pintilie riprende su fondo bianco ospedaliero una donna che non vuol farsi toccare da nessuno, un uomo in sedia a rotelle, lavoratrici del sesso e altre varianti. Due ore che sembrano non finire mai, e secondo la regista hanno richiesto anni di preparazione. Nessuno che abbia alzato un dito, nel frattempo, o formulato un’obiezione sulla tortura inflitta agli spettatori.

   

La giuria della Berlinale 2018 ha parecchio apprezzato, oltre all’Orso d’oro ha regalato a Miss Pintilie il premio per la migliore opera prima. Al povero Wes Anderson, con il magnifico “Isle of Dog”, solo il premio per la regia. Vengono i brividi a pensare cosa inventerà la giuria della Berlinale 2019, che assegna gli orsacchiotti – incluso il Teddy per il miglior titolo Lgbtq, già prenotato da Isabelle Coixet con “Elisa y Marcela”, due donne che convolano a nozze nella Spagna di inizio Novecento. La loro relazione aveva dato scandalo, una aveva avuto l’idea di travestirsi da maschio con i capelli corti e i baffi. Il prete si era fatto ingannare, o forse aveva chiuso un occhio.

    

Alla Berlinale il sesso non scandalizza nessuno (neppure nel triangolo amoroso con un polpo, siamo in Galizia). Scandalizza invece Netflix, che ha prodotto “Elisa y Marcela”. I distributori tedeschi hanno protestato – succede a tutti i festival che non dichiarano guerra allo streaming. Vedremo l’anno prossimo cosa succederà con il nuovo direttore Carlo Chatrian – da segnare intanto un punto per i tedeschi, la Berlinale avrà dall’anno prossimo un direttore italiano e non hanno strillato (non abbiamo sentito, per la verità, neanche esplosioni di entusiasmo tra i giornalisti italiani, quando fu nominato).

    

Un premio potrebbe andare a “La paranza dei bambini” di Claudio Giovannesi, tratto dal romanzo di Roberto Saviano e molto applaudito: i bambini fanno sempre spettacolo, la mafia e la camorra stanno all’Italia come il western sta agli Stati Uniti, la perdita dell’innocenza per colpa del consumismo commuove sempre. In cima ai punteggi del giornalisti c’è “A Tale of Three Sister” del regista turco Emin Alper – secondo Variety, “una storia che lascia perplessi, e non sembra avere un pubblico”. C’è anche il molto più attraente “Synonyms” del regista israeliano Nadav Lapid. Autobiografico, racconta un giovanotto che scappa a Parigi, deciso a non pronunciare più una sola parola di ebraico. Per esercitarsi con il francese, passeggia recitando liste di sinonimi.

Mariarosa Mancuso

Critica cinematografica, ha studiato filosofia e ha cominciato a occuparsi di cinema per le radio della svizzera italiana. Lavora per Il Foglio sin dai primi numeri e ha tradotto i racconti di Edgar Allan Poe. Ha raccolto le recensioni di un anno di lavoro in un libro del Foglio che ha preso il nome dalla rubrica del sito, Nuovo cinema Mancuso. Nel 2010 Rizzoli ha aggiornato e ristampato Nuovo cinema Mancuso, con la partecipazione di Giuliano Ferrara e Aldo Grasso.

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