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Di questo passo la Berlinale uscirà dal circuito dei festival che contano

L'ultima edizione curata dal direttore uscente Dieter Kosslick non parte bene

8 Febbraio 2019 alle 19:35

Di questo passo la Berlinale uscirà dal circuito dei festival che contano

L'attrice Anke Engelke e il direttore della Berlinale Dieter Kosslick (foto LaPresse)

Sette registe in concorso (su 17 titoli) e neanche un film americano. Viene il sospetto che alla Berlinale abbiano sbagliato il calcolo delle quote, considerato il contributo degli Stati Uniti al cinema come lo conosciamo (e amiamo). Una volta almeno si distingueva tra “l’America che ci piace” e “l’America che non ci piace”. Capitava che un film come “Radio America” di Robert Altman fosse accettato in concorso (anche se non si osava premiarlo, portava via tutto l’America latina).

  

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L’ultimo festival (su 18) del direttore uscente Dieter Kosslick non parte bene. Per trovare un regista americano dobbiamo migrare nella sezione Panorama. Casey Affleck, fratello di Ben Affleck che aveva mostrato tutta la sua bravura dirigendo “Argo”, ritenta la regia dopo il mockumentary intitolato “Joaquin Phoenix - Io sono qui!” (era un pasticcio, a voler essere meno tecnici).

 

Sceglie una storia a presa rapida – un padre e una figlia in un mondo ostile, pare “La strada” di Cormac McCarthy rifatta con le quote rosa, più un tocco di “Senza lasciare traccia” di Debra Granik. Titolo: “Light of My Eyes”. L’attore di “Manchester By The Sea” scrive la sceneggiatura, dirige, recita: troppo per un uomo solo (ha dimenticato il montaggio: due ore secche indispongono, imparate da Woody Allen che gira film di un’ora e mezza).

 

In concorso c’erano Germania e Francia. La prima con “Systemsprenger” di Nora Fingscheidt: 9 anni, e tanta rabbia da riuscire a scardinare il sistema educativo e assistenziale, qui rappresentato da medici, assistenti sociali, accompagnatori che assistono alle lezioni, famiglie affidatarie, vita nei boschi. Niente da fare, la calma dura poco. Appena la ragazzina trova una sistemazione e si affeziona a qualcuno (la madre ha altri due figli a cui badare, il nuovo compagno accresce la rissosità) qualcosa incrina l’equilibrio.

 

Il film si regge sulla bravura della ragazzina Benni – l’attrice è Helena Zengel, già ha prenotato il suo Orso d’oro. Il realismo delle scene di violenza è impressionante, e pure certe fughe in calzini nel fango, le teste delle ragazzine rivali sbattute contro il banco fino al sangue da naso. Sgradevole, ma ben scritto e ben girato. Unico inciampo: il banale sottotesto “ha solo bisogno d’amore”.

 

La Francia schiera François Ozon con “Grace à Dieu”. Francamente speravamo in qualcosa di meglio, dati i trascorsi del regista. E’ un polpettone sulla pedofilia nella Chiesa cattolica, ambientato a Lione. Non ha neppure il poco brio di regia, di sceneggiatura, perfino di recitazione che aveva “Il caso Spotlight” di Tom McCarthy. Buono come carne da dibattito, se proprio ne avete voglia. Avanti così, e la Berlinale uscirà dal circuito dei festival cinematografici che contano.

Mariarosa Mancuso

Critica cinematografica, ha studiato filosofia e ha cominciato a occuparsi di cinema per le radio della svizzera italiana. Lavora per Il Foglio sin dai primi numeri e ha tradotto i racconti di Edgar Allan Poe. Ha raccolto le recensioni di un anno di lavoro in un libro del Foglio che ha preso il nome dalla rubrica del sito, Nuovo cinema Mancuso. Nel 2010 Rizzoli ha aggiornato e ristampato Nuovo cinema Mancuso, con la partecipazione di Giuliano Ferrara e Aldo Grasso.

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