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L'olocausto

Anche il martirio di un piccolo nato solo a metà è degno di beatificazione

Roberto Persico

L'eccidio di Markowa, 1944: una famiglia sterminata dai nazisti. Domani, 10 settembre, gli Ulma saranno proclamati beati. Tutti, inclusi i figli, compreso l’ultimo

La storia degli Ulma – e, di scorcio, della comunità di Markowa che li ha sostenuti e che ha salvato altri ebrei – è raccontata nel libro di Paweł Rytel-Andrianik e Manuela Tulli, “Uccisero anche i bambini”, appena uscito per le edizioni Ares (152 pp., 15 euro).

Nella notte fra il 24 e il 25 marzo 1944 la famiglia Ulma sta dormendo tranquillamente nella sua modesta casa di Markowa, un villaggio di quattromila anime nel sud-est della Polonia. In paese, Józef Ulma è un personaggio noto: ha introdotto nuovi sistemi di coltivazione, è impegnato nella cooperativa locale e nei dibattiti politici, ha costruito da sé una macchina fotografica ed è il fotografo locale. Con sei figli che scorrazzano per casa e un settimo in arrivo, la vita di Wiktoria è tutta presa dalla vita di casa. Ma casa Ulma è aperta, ospitale, c’è sempre un pranzo, un sorriso, un aiuto per chiunque bussi. Frequentano la parrocchia, dove sono amati e stimati; nella Bibbia degli Ulma è sottolineata in rosso l’espressione “Il buon samaritano”, e accanto c’è scritto “sì”. Infatti quella notte a casa Ulma ci sono anche otto ebrei: Saul Goldman con i figli Baruch, Mechel, Joachim e Moses, le due sorelle Gołda Grünfeld e Lea Didner e la figlia piccola di quest’ultima, Reszla. Naturalmente, nascondere otto persone sarebbe impossibile senza il silenzio complice del vicinato. Ma gli abitanti di Markowa con gli ebrei sono accoglienti: diverse famiglie ne ospitano qualcuno, alla fine della guerra i sopravvissuti grazie all’aiuto degli abitanti del villaggio saranno una ventina.

Anche qui però, come nel resto della Polonia, l’accoglienza convive con un pesante antisemitismo. E così alla fine qualcuno fa la spia. Nella notte fra il 24 e il 25 marzo casa Ulma viene circondata da un reparto della Wermacht, coadiuvato da un gruppo di miliziani polacchi. Irrompono in casa, salgono in soffitta, per prima cosa massacrano gli ebrei. Poi scendono al piano inferiore, sulla porta di casa fucilano Wiktoria e Józef, quindi uccidono i bambini piangenti. Ai vicini, accorsi richiamati dagli spari, ordinano di gettare i corpi in una fossa comune. Nel trambusto, qualcuno ottiene dai tedeschi che le fosse siano due, una per i polacchi e una per gli ebrei. Qualche giorno dopo i vicini ritornano per riesumare i corpi e comporli in rudimentali bare, per poi trasferirli nel cimitero; e si accorgono che tra le gambe di Wiktoria sporgono la testa e le spalle dell’ultimogenito: nell’agitazione degli ultimi momenti la donna aveva cominciato a partorire.

Nel 1995, Wiktoria e Józef Ulma sono stati proclamati dallo Yad Vashem “Giusti fra le nazioni”. Domani, 10 settembre, gli Ulma saranno proclamati beati. Tutti, inclusi i figli, compreso l’ultimo, nato solo a metà. Qualcuno ha storto il naso per una beatificazione giudicata un po’ frettolosa, irrituale. Ma il dicastero vaticano per le Cause dei santi ha concluso che tutti sono martiri, perché la loro morte discende dalla loro fede cristiana, che li ha spinti a ospitare gli ebrei anche se sapevano bene che rischiavano la vita.

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