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Roussovianesimo

Al Sinodo non solo il buon selvaggio. Infanticidio delle tribù d’Amazzonia e imbarazzo del Vaticano

12 Ottobre 2019 alle 06:10

Roussovianesimo

Papa Francesco apre il Sinodo (foto LaPresse)

Roma. Al Sinodo in Vaticano si è scoperto improvvisamente che in Amazzonia non c’è soltanto il buon selvaggio roussoviano, l’uomo della natura ancora non corrotto dalla civiltà, ma anche gli infanticidi che mettono a morte i bambini disabili, gemelli, “difettosi”. Un giornalista, intervenuto alla conferenza stampa dell’8 ottobre, ha detto che almeno venti popoli amazzonici uccidono i bambini portatori di handicap, mentre il Sinodo presenta le tribù amazzoniche come “pure” e “innocenti”. Il cardinale peruviano Pedro Barreto, uno dei tre presidenti delegati del Sinodo, ha risposto che “non tutto è perfetto” tra i nativi, dicendo anche di “non aver mai sentito” questi fatti e che tali accuse “non possono essere dichiarate con tanta semplicità perché indicherebbero una barbarie”. L’attivista per gli indigeni Victoria Lucia Tauli-Corpuz ha confermato l’esistenza dell’infanticidio: “Hanno davvero queste pratiche”. Ne è nata una discussione. “Non esistono più queste pratiche”, ha aggiunto Wilmar Santin, vescovo prelato di Itaituba, in Brasile, lanciandosi in una provocazione: “E gli aborti nei paesi civili? Sarebbe facile inorridire davanti a queste pratiche, quando negli ospedali si praticano tanti macelli”. 

 

Il Sinodo parte forte

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Che l’infanticidio sia una pratica comune in Amazzonia lo ha spiegato bene un lungo dossier di Foreign Policy sul “diritto di uccidere”. “I Kamayurá sono tra le popolazioni indigene in Brasile note per essere coinvolte nell’infanticidio e nell’uccisione selettiva dei bambini”. Nel 2007, un disegno di legge fu presentato dall’allora deputato Henrique Afonso per tamponare la piaga, ma aveva creato tensioni tra coloro che difendono i diritti umani universali e quelli che sostengono il relativismo culturale, che favorisce la libertà delle comunità indigene di organizzarsi secondo i propri codici morali. “Un’organizzazione missionaria che tiene traccia delle uccisioni di bambini stima che circa venti gruppi sono impegnati nella pratica”. L’Istituto latinoamericano di scienze sociali ha pubblicato una “mappa della violenza” e il comune con il più alto tasso di omicidi pro capite nel paese era Caracaraí, una città amazzonica dove vive la tribù Yanomami. “L’inaspettata classifica al primo posto rifletteva l’inclusione in assoluto dei dati sui neonati indigeni”, aveva detto ai giornalisti Amadeu Soares, il segretario di stato della pubblica sicurezza. “Fa parte della cultura delle popolazioni indigene sacrificare i bambini che sono nati con qualche problema, qualche mancanza”. Il programma “Fantastico” sulla più importante emittente televisiva brasiliana (O Globo) ha dedicato una puntata al tema dell’infanticidio fra le tribù. Se ne è occupato anche il Telegraph: “I bambini nati in alcune tribù indiane dell’Amazzonia vengono sepolti vivi, una pratica che viene coperta dalle autorità brasiliane per rispetto della cultura tribale. L’infanticidio ha causato la morte di decine di bambini ogni anno, affermano gli attivisti che lottano per porre fine alla pratica”. Secondo il dottor Marcos Pelegrini, un medico che lavora nel distretto sanitario della tribù Yanomami, 98 bambini sono stati uccisi dalle loro madri in un anno. C’è chi, come Erwin Frank, professore di antropologia presso l’Università federale di stato di Roraima in Amazzonia, giustifica persino la pratica: “Questo è il loro modo di vivere e non dovremmo giudicarli sulla base dei nostri valori. La differenza tra le culture dovrebbe essere rispettata”.

 

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Forse ai popoli dell’Amazzonia, più dell’indigenismo e del relativismo, non farebbe poi così male un altro po’ di proselitismo corruttore della civiltà, visto che nel mondo antico fu il cristianesimo a mettere fine all’infanticidio.

Giulio Meotti

Giulio Meotti

Lavora al Foglio dal 2003. Si è laureato in Filosofia. Ha scritto per il Wall Street Journal. È autore di quattro libri su Israele, alcuni tradotti in più lingue. È sposato. Ha due figli.

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