L'arcivescovo emerito di Sydney, George Pell (foto LaPresse)

Come trasformare un cardinale in orco

George Weigel

L’isteria anticattolica genera mostri giudiziari. Menzogne prese per fatti accertati, un processo farsa celebrato in un clima rabbioso. Perché c’è solo da sperare che la condanna per pedofilia dell’arcivescovo emerito di Sydney, George Pell, sia rovesciata in appello

[Pubblichiamo un articolo tratto dal numero di aprile di Tempi. Tempi è oggi un mensile, distribuito in abbonamento (per info: www.tempi.it). George Weigel, biografo di san Giovanni Paolo II, è Distinguished Senior Fellow presso l’Ethics and Public Policy Center di Washington, dove è titolare della cattedra William E. Simon in Studi cattolici].

 


 

Nel dicembre scorso il cardinale George Pell, arcivescovo emerito di Sydney e capo della segreteria vaticana per l’Economia, è stato dichiarato colpevole di abuso sessuale “storico” da un tribunale di Melbourne, Australia, dove era stato arcivescovo prima di trasferirsi a Sydney. Nel febbraio 2019 il cardinale è stato condannato a sei anni e mezzo di carcere. Pell ha sempre e fermamente sostenuto la propria innocenza, e a giugno si terrà il processo d’appello sia contro il verdetto che contro la condanna. Gli amici dell’Australia, gli amici della Chiesa cattolica e gli amici della verità devono sperare che il ricorso abbia successo, poiché se il verdetto e la condanna fossero confermati, la reputazione della giustizia australiana subirebbe un duro colpo, e l’attacco violento e calunnioso alla Chiesa cattolica che ha contribuito in maniera significativa a connotare il clima attorno al processo nei confronti di Pell ne uscirebbe giustificato – e di certo seguirebbero nuovi attacchi.

 

Uno degli aspetti più paradossali di questo errore giudiziario
è il fatto che Pell è stato il primo vescovo australiano a mettere in atto procedure per trattare con rigore le accuse di abusi sessuali a opera
del clero e a riformare la prassi nei seminari in modo da ridurre
il più possibile la probabilità di violenze
 

 

Con poche onorevoli eccezioni, i media del mondo che si sono occupati del processo, del verdetto e della condanna nei confronti di Pell si sono accodati a una stampa australiana estremamente prevenuta e spesso isterica, il che ha costituito un altro fattore di distorsione del procedimento giudiziario in questa vicenda ignobile. Ma prima di esaminare l’atmosfera che circonda il cardinal Pell in Australia – paragonabile al clima rabbioso che rese una farsa il processo e la condanna del capitano Alfred Dreyfus nella Francia della fine del XIX secolo – riepilogare i fatti più rilevanti aiuterà a comprendere la perfidia della sentenza contro il cardinal Pell.

 

- Un anno prima che fosse formulata qualunque incriminazione, la polizia dello Stato di Victoria (dove si trova Melbourne) si mise alla caccia di notizie sul conto del cardinal Pell, una inchiesta nota come “Operazione Incatenamento” [“Operation Tethering”, ndt]. La polizia si spinse fino a chiedere pubblicità sulla stampa locale, in cerca di “informazioni” riguardo a misfatti avvenuti nel passato nella cattedrale di St. Patrick di Melbourne.

 

- All’inizio del 2017 il cardinale fu informato dalla polizia che l’“indagine” non aveva avuto esiti; poi, parecchi mesi dopo, apprese che in realtà le incriminazioni erano imminenti.

 

- In quanto cittadino del Vaticano con passaporto vaticano, il cardinale, che sapeva di essere innocente, e sapeva che il clima febbrile di Melbourne avrebbe reso difficile lo svolgimento di un giusto processo, avrebbe potuto scegliere di rimanere in Vaticano – e le autorità dello Stato di Victoria non avrebbero potuto farci nulla, per via della sua immunità diplomatica. Eppure il cardinal Pell decise immediatamente di rientrare in Australia per difendere il proprio onore e, per estensione, il contributo che aveva dato alla ricostruzione del cattolicesimo australiano in oltre vent’anni di servizio come arcivescovo delle due principali sedi episcopali del paese.

 

- In seguito a una esauriente “udienza preliminare” durante la quale il suo avvocato difensore aveva demolito la tesi dell’accusa, il magistrato incaricato, dopo aver rigettato alcune imputazioni come letteralmente incredibili, decise tuttavia che altre accuse fossero sottoposte a processo – pur ammettendo che, sulla base di varie accuse tra queste, lei stessa [il magistrato] non avrebbe votato a favore di una condanna.

 

- Il primo processo con giuria nei confronti del cardinale, nell’ottobre del 2018, si è concluso senza un verdetto, data l’impossibilità per i giurati di raggiungere un parere unanime. Fonti affidabili hanno fatto sapere che la giuria aveva votato in netta maggioranza per scagionare il cardinal Pell; che il presidente della giuria, presumibilmente convinto dell’innocenza del cardinale, piangeva mentre comunicava l’impasse della giuria; e che molti altri giurati erano visibilmente turbati. A questo punto la procura avrebbe potuto lasciar cadere le accuse, invece ha scelto di istruire un secondo processo. Al pari del precedente, questo processo sarebbe stato condotto davanti a una giuria inzuppata della propaganda anti-Pell che inonda la stampa e i social media australiani, questo perché il codice penale dello Stato di Victoria non ammette un processo senza giuria con un solo giudice, nemmeno quando appare improbabile individuare una giuria imparziale.

 

- Al secondo processo, come nel primo, la procura non ha presentato alcuna prova nemmeno del fatto che i presunti crimini fossero mai avvenuti; la sola “prova” consisteva nella denuncia da parte di uno dei due querelanti originari. (Il secondo querelante saltato fuori dall’“indagine” della polizia è morto prima che il caso giungesse a processo, dopo aver detto a sua madre di non avere in realtà mai subìto abusi). La procura non ha presentato alcun riscontro a conferma dell’accusa del querelante.

 

In parte questa farsa è accaduta perché George Pell si è sempre rifiutato
di inchinarsi al politicamente corretto su questioni che vanno dall’agenda Lgbtq all’immigrazione, il che ha fatto montare la furia della sinistra australiana. Ed è sempre stato un vigoroso difensore
dell’ortodossia cattolica   

 

La difesa al contrario ha presentato più di una dozzina di testimoni che hanno asserito sotto giuramento che i presunti crimini non avrebbero potuto aver luogo, considerato che il locale della cattedrale dove i crimini sarebbero stati perpetrati era sorvegliato dalla sicurezza; questi testimoni hanno anche detto che nel giorno del presunto abuso nessuno si accorse dell’assenza di alcun bambino del coro dalla processione dopo la Messa. La difesa ha chiarito che non c’erano state denunce all’epoca della presunta violenza, circa vent’anni prima, né erano circolati racconti o voci sul presunto episodio negli anni successivi. E’ stato spiegato anche che il cardinale non era mai rimasto da solo dopo la Messa – il momento in cui si sostiene che il presunto abuso sarebbe accaduto – dal momento che aveva sempre avuto accanto a sé altri ministri liturgici prima, durante e dopo il rito, oltre ai benefattori dopo la celebrazione. A dirla tutta, per Pell trovarsi (da solo) in sacrestia, dove si presume che il crimine abbia avuto luogo, avrebbe voluto dire abbandonare la sua vecchia abitudine di salutare i fedeli fuori dalla cattedrale dopo la Messa – e poi, in qualche modo, guadagnare la sacrestia in solitudine e senza farsi notare da nessuno. La giuria è stata inoltre informata che la polizia non aveva mai seriamente indagato la scena del presunto delitto, uno spazio sicuro dietro a porte chiuse a chiave. Per di più, è stato attentamente evidenziato come quei presunti atti abominevoli sarebbero stati fisicamente impossibili, visto che Pell indossava i paramenti liturgici nel momento in cui avrebbe abusato del querelante. Alla giuria è stato poi mostrato un video dell’interrogatorio del cardinale condotto dalla polizia all’inizio del 2017, nel quale Pell aveva controbattuto tranquillamente a tutte le accuse, mentre gli investigatori si coprivano di ridicolo.

  

- La giuria del secondo processo ha deliberato per diversi giorni, domandando di tanto in tanto indicazioni al giudice. Dopo di che ha raggiunto un verdetto unanime di colpevolezza, cosa che, a detta dei presenti in aula, è sembrata sorprendere il giudice – il quale tuttavia, in base al codice penale dello Stato di Victoria, non aveva facoltà di rigettare il parere anche qualora lo avesse ritenuto errato. Non ci vuole una fervida immaginazione per pensare che la giuria, col suo criterio di giudizio distorto dal clima esterno dettato dall’isteria anti-Pell e anticattolica, abbia semplicemente ignorato le istruzioni del giudice riguardo a come debbano essere considerate le prove – o in questo caso la mancanza di prove –, e abbia prodotto un verdetto che riflettesse l’opinione pubblica, non i fatti di questa vicenda. E quell’opinione pubblica era, in una parola, avvelenata: all’esterno del tribunale, la folla reclamava il sangue di George Pell a ogni fase di questo procedimento grottesco, dalla citazione in giudizio all’“udienza preliminare” ai due processi.

 

- L’udienza per la lettura della sentenza dopo il processo è stata descritta da una persona che vi ha preso parte come “qualcosa di kafkiano”, perché nessuno dei tre uomini che hanno discusso la sentenza – il giudice, il procuratore e l’avvocato difensore di Pell – credeva davvero che le violenze per cui il cardinale era stato condannato avessero avuto luogo.

 

- Alla lettura ufficiale della sentenza nei confronti del cardinal Pell a metà marzo, il giudice (che aveva dimostrato equità in entrambi i processi) ha detto ripetutamente che stava facendo ciò che la legge gli imponeva di fare – cioè assecondare la decisione della giuria. Non ha mai detto di condividere le conclusioni della giuria, come ci si aspetta in casi come questo. La sua condanna è stata più leggera di quanto sperava la pubblica accusa, e la folla ha protestato, sia per le strade che sui media mainstream e sui social network – sebbene diverse anime coraggiose tra gli opinionisti australiani abbiano scritto invece che tutta questa vicenda ha violato gli standard più elementari della giustizia, per non dire del principio della colpevolezza “al di là di ogni ragionevole dubbio”.

 

Come è potuta accadere questa farsa? In parte è accaduta perché, prima della nomina di George Pell ad arcivescovo di Melbourne, la Chiesa cattolica in Australia non era stata in grado di affrontare gli abusi sessuali del clero aiutando le vittime, punendo i carnefici e chiedendo conto ai vescovi del loro malgoverno. Uno degli aspetti più ironici di questo errore giudiziario è il fatto che Pell è stato il primo vescovo australiano a mettere in atto procedure per trattare con rigore le accuse di abusi sessuali a opera del clero e a riformare la prassi nei seminari in modo da ridurre il più possibile la probabilità di violenze. In effetti a Sydney Pell aveva applicato su di sé il protocollo che lui stesso aveva stabilito per la gestione delle accuse di abusi, lì e a Melbourne, lasciando il proprio incarico fino al momento in cui una inchiesta condotta da un ex giudice della Corte suprema australiana lo ha scagionato dalle false accuse.

 

In parte [questa farsa] è accaduta perché George Pell è stato per decenni una figura controversa tanto a livello politico quanto a livello ecclesiastico in Australia. Si è sempre rifiutato di inchinarsi al politicamente corretto su questioni che vanno dall’agenda Lgbtq all’immigrazione ai cambiamenti climatici antropogenici, il che ha fatto montare la furia della sinistra australiana. E’ sempre stato un vigoroso difensore dell’ortodossia cattolica e un attento riformatore della Chiesa nel solco di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, il che ha fatto montare la furia dei progressisti cattolici. E’ sempre stato una forte personalità pubblica che non esitava a sfidare i luoghi comuni di una stampa la cui convinzione riguardo alla propria infallibilità farebbe arrossire il beato Pio IX. Così, nel corso dei decenni, i suoi nemici politici e oppositori ecclesiastici hanno creato la caricatura di un autocrate clericale arrogante, duro di cuore e reazionario, un ritratto grottesco in cui nessuno dei suoi amici riconosceva l’uomo che aveva incontrato (e io mi annovero tra quegli amici, visto che conosco il cardinale da oltre mezzo secolo). Ma quella ignobile rappresentazione “calzava” con l’altra caricatura che veniva propagandata in Australia nello stesso periodo: la caricatura di una Chiesa cattolica fuori dal mondo, misogina, omofoba e politicamente reazionaria.

 

A rischio la reputazione del paese

Avendo trascorso la maggior parte degli ultimi quarant’anni nella vita pubblica, spesso in pubbliche polemiche, posso sostenere senza timore di esagerare che non ho mai visto un personaggio nei confronti del quale i nemici abbiano mentito in maniera altrettanto sfacciata e spudorata. I persecutori di Pell sono stati senza vergogna per decenni, e rimangono senza vergogna oggi.

 

Questa farsa è accaduta anche perché l’Australia – e lo Stato di Victoria in particolare – è radicalmente cambiata nelle ultime due generazioni, divenendo un focolaio di anticattolicesimo laicista e aggressivo in connubio con il politicamente corretto. E raramente questi pregiudizi sono stati sfidati al punto in cui sono stati sfidati altrove nel mondo anglofono. Così i persecutori della Chiesa cattolica, del cardinal Pell e di chiunque sostenga idee politiche conservatrici hanno capito che possono formulare senza rischiare nulla le accuse più ignobili, che poi risuoneranno nella camera dell’eco [echo chamber, ndt] della stampa australiana (compresa l’agenzia radiotelevisiva nazionale, la Australian Broadcasting Corporation) e dei social media del paese, al punto tale che menzogne evidenti vengono accettate come fatti accertati.

E tutto questo è avvenuto perché varie fazioni interessate alla rovina del cardinal Pell hanno voluto che accadesse – il che solleva interrogativi a cui i media australiani impegnati davvero nel giornalismo investigativo dovrebbero dedicarsi ostinatamente:

 

Perché la polizia dello Stato di Victoria ha lanciato l’“Operazione Incatenamento”? Di che cosa si discuteva tra la polizia e l’ufficio del procuratore mentre si svolgeva quella indagine e dopo la sua conclusione?

 

E’ una pura coincidenza che questa farsa sia iniziata proprio nel momento in cui, nell’ambito del suo lavoro in Vaticano, il cardinale Pell aveva cominciato a scoperchiare una corruzione finanziaria di notevole dimensione? Chi ha tratto beneficio dalla persecuzione di Pell nei torbidi ambienti della finanza internazionale?

 

Chi paga per i cartelli stampati in modo professionale che vengono sollevati davanti alle telecamere ogni volta che il cardinal Pell appare in pubblico? Chi organizza le folle all’esterno del tribunale di Melbourne?

 

E le risposte a questi tre insiemi di domande si intersecano?

 

C’è dunque molto in gioco, nel processo di appello del cardinal Pell.

L’Australia gode della reputazione di paese dal dibattito pubblico appassionato ma equilibrato: una democrazia matura che offre un esempio alle nuove democrazie del mondo. Ora tale reputazione è in grave pericolo, dal momento che uno dei figli più illustri dell’Australia è stato dichiarato colpevole di crimini abominevoli dopo un processo celebrato in un clima da caccia alle streghe, da una giuria che non ha ricevuto uno straccio di prova a conferma del fatto che il reato fosse stato consumato.

 

Una strada in salita

Ora sono il sistema della giustizia penale australiano e la polizia dello Stato di Victoria a essere sotto processo nel tribunale dell’opinione pubblica del mondo razionale. E se il ricorso del cardinale sarà rigettato, sicuramente sorgerà una domanda: si può viaggiare in tranquillità o fare affari serenamente in un paese dove lo stato di diritto sembra essere stato sospeso dalla legge di un’opinione pubblica isterica?

 

La Chiesa cattolica in Australia avrà serie ripercussioni se la condanna del cardinal Pell non sarà rovesciata in appello. E anche se la verità alla fine prevarrà e il cardinale sarà scagionato, la Chiesa si troverà davanti una strada dura: una strada che potrà essere percorsa soltanto da una Chiesa evangelicamente dinamica, desiderosa di affrontare sia i propri errori che i suoi persecutori faziosi.

 

Chiunque si preoccupa per la giustizia, per la Chiesa e per il cardinal Pell dunque pregherà affinché nel processo d’appello quest’uomo innocente sia riabilitato.

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