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Il cardinale di Lione condannato è un altro bel problema per il Vaticano

Sei mesi con la condizionale a Barbarin per aver coperto un prete pedofilo. Il primate delle Gallie si dimette

7 Marzo 2019 alle 20:23

Il cardinale di Lione condannato è un altro bel problema per il Vaticano

Foto LaPresse

Roma. Il cardinale Philippe Barbarin, sessantottenne arcivescovo di Lione e primate delle Gallie, è stato condannato giovedì mattina dal tribunale locale a sei anni di reclusione con la condizionale per aver coperto gli abusi sessuali commessi da padre Bernard Preynat tra gli anni Settanta e Ottanta. La pubblica accusa, al termine del dibattimento, non aveva richiesto la condanna del presule. Dopotutto, già nel 2016, in occasione di un altro processo, Barbarin era stato assolto “per non avere ostacolato la giustizia”. La colpa del cardinale, arcivescovo di Lione dal 2002, è di non avere denunciato i crimini di Preynat una volta venutone a conoscenza. Almeno così hanno dichiarato le vittime durante le udienze. A cominciare dall’agguerrito quarantenne Alexandre Hezez, il quale ha dichiarato che Barbarin non solo avrebbe coperto Preynat ma avrebbe fatto capire che sarebbe stato preferibile mettere tutto a tacere. Affermazione che fece infuriare l’arcivescovo, che alzandosi dalla sedia sbottò davanti ai magistrati: “Non è vero! Gli ho detto di trovare altre vittime per le quali i fatti non sono prescritti, assicurando il mio sostegno. Non ho mai cercato di nascondere, tanto meno di coprire questi fatti orribili”. La montagna da scalare per l’arcivescovo era troppo alta, solo contro una lunga teoria di testimoni e vittime per reati – peraltro prescritti – verificatisi decenni prima della sua nomina a Lione. Non a caso, nell’ultima udienza, Barbarin, con un moto d’orgoglio, aveva detto: “Non capisco di cosa sarei colpevole”. Di avere evitato un pubblico scandalo? Se così fosse, non avrebbe fatto altro che mettere in pratica le indicazioni giuntegli dal Vaticano, e in particolare dalla congregazione per la Dottrina della fede (sono sempre parole di Barbarin).

   

Due ore e mezza dopo la pubblicazione del verdetto di primo grado – ricorrerà in appello – nel corso di una conferenza stampa il cardinale ha fatto sapere che intende presentare entro pochi giorni al Papa le proprie dimissioni. Francesco poi si riserverà la decisione finale. Un bel problema per il Vaticano. In un mese soltanto, un ex porporato è stato ridotto allo stato laicale (Theodore McCarrick, già potente arcivescovo di Washington), un altro è in carcere per pedofilia (la possibilità di ricorrere in appello per il cardinale George Pell sarà esaminata solo il prossimo giugno e nel frattempo resterà in cella), un terzo è stato condannato a sei mesi di reclusione. Senza dimenticare i guai cileni, con le accuse al cardinale arcivescovo di Santiago, Ricardo Ezzati Andrello, che si affastellano sulla scrivania dell’ufficio di Santa Marta. Misure che hanno sovrastato, anche mediaticamente, il vertice sulla protezione dei minori nella chiesa che il Vaticano ha ospitato qualche settimana fa e che sembra già superato dagli eventi. Si prometteva la trasparenza e il risultato più immediato è che a giorni alterni finiscono in galera vescovi e cardinali.

   

Il caso Barbarin è particolare, anche perché non pochi membri del clero francese da tempo chiedono l’avvicendamento dell’arcivescovo, e non sempre per motivi strettamente legati alle accuse mosse contro il primate. Sacerdoti che invocano “una nuova stagione per la chiesa”, altri che vedono nell’allontanamento di Barbarin l’occasione per “rovesciare la struttura piramidale della chiesa”, così da rendere “uomini e donne, sacerdoti e laici corresponsabili nel suo governo”. Sempre giovedì, dialogando con i sacerdoti della diocesi di Roma a San Giovanni in Laterano, il Papa ha parlato del “dolore” e della “pena insopportabile” causato dall’“onda degli scandali di cui i giornali del mondo intero sono ormai pieni”.

Matteo Matzuzzi

Matteo Matzuzzi

E' nato a Udine nel 1986. Si è laureato per convinzione in diplomazia e per combinazione si è trovato a fare il giornalista. Ha sperimentato la follia di fare l'arbitro di calcio, prendendosi pioggia e insulti a ogni weekend. Milanista critico e ormai poco sentimentale, ama leggere Roth (Joseph, non Philip) e McCarthy (Cormac). Ha la comune passione per le serie tv americane che valuta con riconosciuto spirito polemico. Al Foglio si occupa di libri, chiesa, religioni.

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Commenti all'articolo

  • Bacos50

    08 Marzo 2019 - 10:10

    Sì, è proprio vero: i tempi in cui Berta filava sono scomparsi e non ci sono più intoccabili nemmeno se vestono la porpora. Alla fine doveva accadere. Aver voluto chiudere gli occhi per troppo tempo, incuranti di una realtà infamante e non più gestibile, considerati i tempi, ha prodotto una deflagrazione incontrollabile che sta scuotendo l'intero edificio minandone perfino le fondamenta e non sappiamo ancora come andrà a finire.

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