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Caccia ai cristiani in Iran

256 arresti per annientare il “cristianesimo sionista”. Un problema per i rapporti con il Vaticano

11 Dicembre 2018 alle 06:00

Caccia ai cristiani in Iran

(Foto LaPresse)

Roma. Nell’ultimo mese 256 cristiani sono stati arrestati in “dieci o undici diverse città” dell’Iran. Cristiani appartenenti “a gruppi differenti”, ha denunciato Mansour Borji, direttore dell’organizzazione umanitaria Articolo 18. Borji ha aggiunto che la maggior parte degli arrestati è stata scarcerata poco dopo, ma che tutti – ai quali è stato confiscato il telefono cellulare – saranno presto convocati dall’intelligence. L’obiettivo della retata è di scoraggiare il proselitismo cristiano in concomitanza del Natale. La notizia degli arresti è stata confermata poi dall’agenzia semiufficiale Mehr, che ha sottolineato come l’azione delle forze di polizia rientrasse in un piano per sradicare una sorta di cellula formata da “cristiani evangelici legati al cristianesimo sionista”: Mehr parla di “setta di sionisti cristiani” in stretto contatto con i progetti israeliani di far propaganda nei paesi musulmani con l’obiettivo ultimo di “indebolire l’islam e il sistema della Repubblica islamica”.

 

Le retate di cristiani sono una triste tradizione della teocrazia iraniana. Perfino il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, sovente silenzioso rispetto alla persecuzione delle minoranze religiose in realtà musulmane, ha denunciato negli anni “arresti arbitrari, aggressioni e detenzioni” che hanno colpito i cristiani convertitisi dall’islam. Di solito, sono accusati di fare “propaganda contro lo stato”. Il Rapporto annuale della Commissione sulla libertà religiosa internazionale del Dipartimento di stato americano, come sottolineato da Aiuto alla chiesa che soffre, cita le irruzioni di funzionari statali durante le celebrazioni liturgiche, con conseguenti arresti, soprattutto fra gli evangelici. Emblematico quanto avvenuto nel 2016: quattro convertiti al cristianesimo furono arrestati con l’accusa di avere cospirato contro la sicurezza nazionale. Al pastore, già condannato in precedenza per apostasia, è andata peggio di tutti: 80 frustate, dieci anni di carcere e due di esilio interno. Gli altri tre hanno scontato la pena anche per “aver bevuto alcolici”.

 

La situazione per i cristiani in Iran è complessa. Chi sta meglio sono i cattolici, grazie soprattutto ai buoni rapporti tra la Repubblica islamica e la Santa Sede: le relazioni diplomatiche durano da decenni. L’attuale presidente, Rohani, è stato ricevuto in udienza dal Papa – “preghi per me”, è la richiesta che il leader mediorientale ha fatto al Pontefice – diverse furono le lettere di Mahmoud Ahmadinejad a Benedetto XVI, improntate a cercare sponde oltretevere alle chiusure occidentali. Più recentemente, poi, il Vaticano ha criticato il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare iraniano, con l’Osservatore Romano che parlava di “strappo di Trump” e dava conto delle valutazioni dell’Aiea favorevoli al mantenimento dell’intesa.

 

Dietro tale scenario improntato alla cordialità e alla collaborazione per la pace e contro i fondamentalismi, la situazione è più fluida. I non musulmani non possono accedere alle alte cariche politiche e militari, non possono far parte del sistema giudiziario né è loro consentito di amministrare gli istituti scolatici. “Noi cristiani siamo sotto stretta sorveglianza”, diceva in un’intervista a Aide à l’eglise en détresse l’arcivescovo di Teheran, mons. Ramzi Garmou. “A volte i vecchi musulmani si uniscono a noi, finendo così per esporsi a gravi problemi prima con le rispettive famiglie e poi con il regime. Abbiamo due seminaristi che sono stati incarcerati perché convertiti al cristianesimo. In particolare, ci è vietato dire la messa in persiano. Noi amiamo l’aramaico, la lingua di Gesù, ma gli iraniani non lo capiscono. Restando confinati in questa lingua, non possiamo comunicare la nostra fede. Per lo stesso motivo, non possiamo avere libri sacri in persiano”.

 

Il problema principale resta il reato di apostasia, che preclude la strada a una piena libertà religiosa. La trappola consiste proprio nel fatto che l’apostasia non è esplicitamente vietata dalla Costituzione: per tutti i casi non previsti dal testo, infatti, i giudici fanno riferimento ad “autorevoli fonti islamiche e fatwa”. Nei casi di apostasia, di norma si ricorre alla sharia e quindi il colpevole può essere condannato a morte.

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