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Il Sinodo s’è chiuso con tante strette di mano. Il prossimo anno sarà diverso

Nel 2019 assemblea sull'Amazzonia (con il tema dei viri probati)

30 Ottobre 2018 alle 06:14

Il Sinodo s’è chiuso con tante strette di mano. Il prossimo anno sarà diverso

Papa Francesco al Sinodo sui giovani (foto LaPresse)

Roma. Il Sinodo sui giovani che si è concluso sabato in Vaticano con l’approvazione del documento finale – 191 placet e 43 non placet, ma il Papa a lavori ultimati ha invitato a non chiamarlo documento ché “siamo pieni di documenti” – ha confermato le attese (basse) della vigilia. Alla fine, scorrendo l’ampio testo di sessanta pagine che più dei due terzi dei padri hanno votato in modo favorevole, si ritrovano tutti gli elementi che ci si attendeva, ampiamente discussi negli ultimi tempi. Nulla di più. Aveva fatto più discutere l’Instrumentum laboris, lo schema di lavoro iniziale, che per la prima volta nella bimillenaria storia della chiesa divideva i cattolici in speciali categorie, menzionando i “cattolici Lgbt” da includere e accompagnare.

 

Il termine, il cui uso all’epoca della presentazione del documento preparatorio fu rivendicato con forza dal segretario generale del Sinodo, il cardinale Lorenzo Baldisseri, nel documento finale non c’è. Si parla due volte di omosessualità, ma rimandando a quel che dicono il Catechismo e la congregazione per la Dottrina della fede. Proprio in quest’ultimo caso, tuttavia, s’è registrato il più alto numero di voti contrari (65), sintomo che un gruppo di “resistenti” sopravvive alle folate d’aria fresca – l’espressione è sempre del cardinale Oscar Maradiaga – che il Papa ha propiziato in sei anni di pontificato. Il paragrafo afferma che “esistono già in molte comunità cristiane cammini di accompagnamento nella fede di persone omosessuali: il Sinodo raccomanda di favorire tali percorsi. In questi cammini le persone sono aiutate a leggere la propria storia; ad aderire con libertà e responsabilità alla propria chiamata battesimale; a riconoscere il desiderio di appartenere e contribuire alla vita della comunità; a discernere le migliori forme per realizzarlo. In questo modo si aiuta ogni giovane, nessuno escluso, a integrare sempre più la dimensione sessuale nella propria personalità, crescendo nella qualità delle relazioni e camminando verso il dono di sé”. Insomma, nulla di straordinario o rivoluzionario. Soprattutto se paragonato alle violente spaccature e rissose dispute tra vescovi che si ebbero nel doppio Sinodo sulla famiglia (biennio 2014-15) convocato per discutere di famiglia ma che sarà ricordato solo per la questione relativa alla riammissione dei divorziati risposati alla comunione, seppur “caso per caso”.

 

Qualcosa di più sostanzioso potrebbe essere definito nel prossimo Sinodo straordinario sull’Amazzonia, in programma l’anno prossimo. Il tema dei viri probati, uomini sposati o vedovi ordinati per supplire alla mancanza di clero in determinate e particolari aree del pianeta (l’Amazzonia è il caso di scuola), sarà centrale. Per la seconda volta in meno di quindici anni, visto che la questione fu affrontata anche nell’assise sinodale del 2005, venendo bocciata nel documento finale: “Certuni hanno fatto riferimento ai viri probati, ma questa ipotesi è stata valutata come una strada da non percorrere”. Si vedrà se a tre lustri di distanza la strada sarà tornata percorribile e gli ostacoli rimossi. Del Sinodo sui giovani rimarrà di certo il discorso “di ringraziamento” ai padri pronunciato sabato sera a braccio dal Papa. Brevissimo come di consueto, ma chiaro nel segnalare i destinatari del suo messaggio. Cita il primo capitolo di Giobbe e dice che “a causa dei nostri peccati sempre il Grande accusatore ne approfitta: gira, gira per la Terra cercando chi accusare. In questo momento ci sta accusando fortemente, e questa accusa diventa anche persecuzione”. Persecuzione come quella della chiesa in Iraq e in “altre parti”: Ma che “diventa anche un altro tipo di persecuzione: accuse continue per sporcare la chiesa. Ma la chiesa non va sporcata; i figli sì, siamo sporchi tutti, ma la Madre no. E per questo è il momento di difendere la Madre; e la Madre la si difende dal Grande accusatore con la preghiera e la penitenza”, ha detto Francesco, aggiungendo che “è un momento difficile, perché l’Accusatore attaccando noi attacca la Madre, ma la Madre non si tocca”.

Matteo Matzuzzi

Matteo Matzuzzi

E' nato a Udine nel 1986. Si è laureato per convinzione in diplomazia e per combinazione si è trovato a fare il giornalista. Ha sperimentato la follia di fare l'arbitro di calcio, prendendosi pioggia e insulti a ogni weekend. Milanista critico e ormai poco sentimentale, ama leggere Roth (Joseph, non Philip) e McCarthy (Cormac). Ha la comune passione per le serie tv americane che valuta con riconosciuto spirito polemico. Al Foglio si occupa di libri, chiesa, religioni.

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