I danni causati dall'uomo che ha devastato Santa Prassede a Roma

Così chiese e sacerdoti cristiani finiscono sotto attacco anche in Italia

Siamo abituati a vedere scene di profanazione di chiese e maltrattamenti a religiosi e fedeli quasi quotidianamente nelle zone sconvolte da conflitto nel medio oriente. Nei territori controllati dall’Isis e da altri gruppi jihadisti, i luoghi di culto cristiani e i loro fedeli sono esposti a vessazioni di ogni sorta.

Roma. Siamo abituati a vedere scene di profanazione di chiese e maltrattamenti a religiosi e fedeli quasi quotidianamente nelle zone sconvolte da conflitto nel medio oriente. Nei territori controllati dall’Isis e da altri gruppi jihadisti, i luoghi di culto cristiani e i loro fedeli sono esposti a vessazioni di ogni sorta. Quest’estate si è verificato un attacco senza precedenti anche sul suolo europeo. La barbara esecuzione di padre Jacques Hamel a Rouen, in Francia, sgozzato davanti all’altare della sua parrocchia per mano di due jihadisti, ha scosso profondamente credenti e non. Mentre questi fatti eclatanti trovano ampio risalto nei mezzi di informazione, sfugge ai più una lunga serie di piccoli attacchi alle chiese sul territorio italiano. Questi prendono per lo più forma di furti, insulti o altri atti di piccola criminalità che spesso sono sbrigativamente derubricati a meri atti di vandalismo. Eppure, fatte le debite e necessarie proporzioni, si tratta spesso – anche in questo caso – di attacchi mirati alle chiese come simbolo di un’istituzione. Il caso più recente è avvenuto tra venerdì e sabato scorsi, e ha avuto come protagonista un ghanese di 39 anni.

 

L’uomo, in meno di 24 ore, è entrato in quattro diverse chiese romane e ne ha danneggiato le statue all’interno, prima di essere arrestato dai Carabinieri e trasferito in carcere con l’accusa di vilipendio alle istituzioni religiose con l’aggravante dell’odio religioso. Nel corso dell’ultimo anno si sono verificati diversi episodi simili. Ad esempio, a luglio, il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, ha dato esecuzione a decreti di espulsione per due marocchini. Il primo aveva scagliato a terra, danneggiandolo, un crocifisso settecentesco nella chiesa di San Geremia a Venezia. Il secondo, nel 2015, era entrato in una chiesa inveendo contro i fedeli e contro la religione cattolica. In un’altra circostanza, a Chieti, degli ignoti hanno aggredito una statua raffigurante il Cristo fuori dalla chiesa di San Francesco Caracciolo. La scultura in bronzo e marmo è stata decapitata di netto. In altre occasioni, non vi sono solo stati danni a oggetti o parole ingiuriose, ma anche furti e violenza fisica. Il 19 dicembre 2015,  due uomini incappucciati sono entrati in una parrocchia nel salernitano e hanno costretto il sacerdote a rivelare dove custodisse i soldi.

 

Avuta l’informazione, i due hanno legato il parroco a una sedia e lo hanno chiuso nel bagno della canonica, per poi darsi al saccheggio di tutti gli oggetti di valore che hanno trovato. Uno dei criminali, un albanese di 24 anni, è stato successivamente arrestato dalle forze dell’ordine. Il desiderio di trafugare i soldi delle elemosine invece ha spinto un gruppo di sei minorenni a introdursi in una parrocchia di Saluzzo nel settembre del 2015. Non avendoli trovati, hanno devastato e imbrattato la chiesa, e dato fuoco alle pagine di un messale. Ancora più inquietante sono stati gli episodi verificatisi a luglio nella chiesa di Sant’Elena, all’Annunziata. In due occasioni qualcuno è entrato causando ingenti danni. Una statua della Madonna è stata distrutta e la sua testa rubata, un tabernacolo è stato scardinato dal muro e poi danneggiato ripetutamente, le ostie contenute nella pisside sono state sparse per il pavimento, le reliquie di Sant’Elena sono state trafugate ed è stato trovato un biglietto scritto a penna indirizzato al sacerdote. Su di esso, in inglese, vi era un invito a andare all’inferno. Questi attacchi dovrebbero essere un segnale d’allarme su un fenomeno inquietante. Sono episodi che gettano luce su quella che Joseph Weiler ha chiamato la “cristofobia” nel vecchio continente.

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