L'antimafia, i massoni e il parlare chiaro

Massimo Bordin

Roberto Maria Scarpinato, procuratore generale a Palermo, spiega che la massoneria “si presta all’oscuro, al vago e quindi all’alibi"

La commissione antimafia sembra molto impegnata sul tema della massoneria e sui misteri dei liberi muratori non poteva non sentire il magistrato che ha fatto della denuncia di quello che chiama “l’indicibile” una missione di vita, oltre che una corposa attività saggistica. Così Roberto Maria Scarpinato, procuratore generale a Palermo, è giunto all’antico palazzo della commissione. Certo la massoneria, come osserva in un suo intervento in rete Mauro Mellini, “si presta all’oscuro, al vago e quindi all’alibi”.

 

L’alibi, secondo il giurista radicale, è quello dell’oscuro sodalizio che impedisce il realizzarsi del bene e del giusto. L’associazione di idee fra la massoneria e il complotto è antica quanto i massoni ma meno dei preti e dei monarchi che l’hanno alimentata. Oggi gli uomini col grembiulino alimentano ancora l’alibi di nuove categorie. Roberto Maria Scarpinato si è dato una missione che sintetizza in una parola difficile “il dovere della parresia”, su cui ha scritto un libro. Il dovere di parlare chiaro, così si traduce la parola che usò Euripide e poi la patristica e in tempi più recenti Michel Foucault. Il dovere di dire tutto, anche l’indicibile, chiosa Scarpinato. Nella sua audizione, secondo le agenzie, il procuratore generale ha spiegato ai commissari che nelle sue indagini si sta imbattendo in progetti di attentati ad alcuni magistrati palermitani, preparati dalla mafia ma, a suo dire, orditi probabilmente da “entità superiori a cosa nostra”. Poi la seduta è proseguita in segreto ed è sperabile che se non proprio alla parresia si sia arrivati a qualcosa di concreto.

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