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Anche la Corte d’Appello di Londra sentenzia che Alfie Evans deve morire

Il silenzio della chiesa inglese e la battaglia tutta giudiziaria

16 Aprile 2018 alle 20:42

Il rinvio dell’assemblea del Pd e la decisione dei giudici su Alfie Evans. Le notizie del giorno, in breve

foto LaPresse

Roma. E’ stato rigettato su tutta la linea il ricorso presentato dai legali della famiglia Evans alla Corte d’Appello di Londra. Per i giudici, il piccolo Alfie deve morire tramite l’interruzione della ventilazione. Escluso anche il trasferimento all’ospedale Bambino Gesù di Roma (o in subordine a Monaco) perché il volo è considerato “troppo rischioso” per il paziente (così nella sentenza). E comunque, ha detto durante il dibattimento uno dei magistrati, anche fuori dai confini inglesi ad Alfie sarebbe praticata una tracheotomia, a conferma della diagnosi già fatta dall’Alder Hey Hospital di Liverpool. Tradotto: non cambierebbe nulla in caso di espatrio. L’ultima speranza è un ricorso alla Corte suprema da presentare entro il pomeriggio di oggi, con minime possibilità di accoglimento. I giudici di appello hanno chiarito durante la lettura della sentenza protrattasi per quasi un’ora, che per la legge inglese davanti a un conflitto tra genitori e medici a prevalere è la scelta del cosiddetto “guardiano”, il tutore “terzo” che è in ultima istanza responsabile del bambino. E il guardiano di Alfie Evans ha già detto che è meglio finirla qui, senza altre sofferenze per il piccolo e ricorsi per via giudiziaria.

 

Che fosse questo l’esito dell’udienza era apparso probabile già nel corso del dibattimento, quando il giudice Davis ha sottolineato che i pareri medici sono tutti unanimi sul fatto che non sia possibile alcun trattamento per il bambino. A nulla, come del resto era prevedibile considerata l’intransigenza dei magistrati britannici, è servito l’intervento del Papa, che domenica al termine del Regina Coeli ricordava come il bambino fosse assistito medicalmente “per i bisogni primari”, auspicando che continuasse a essere curato “in modo adatto alla sua condizione con grande rispetto della vita”. Un passaggio fondamentale, considerato che il giudice Anthony Hayden aveva giustificato l’ordine di spegnere i macchinari che tengono in vita Alfie riprendendo – stravolgendone il senso – un intervento sull’accanimento terapeutico pronunciato dal Papa lo scorso autunno davanti alla Pontificia accademia per la vita. Ma nel caso di specie, appunto, non si tratta di accanimento, bensì di sostegno necessario per “bisogni primari” e cioè alimentazione e idratazione. Cosa che Francesco ha voluto sottolineare in modo chiaro.

 

La Corte di Londra ha ribadito lunedì – ed è questo il cuore di tutta la vicenda – che a prevalere deve essere esclusivamente “l’interesse del bambino” e non quello dei genitori. E se i due interessi cozzano l’uno con l’altro, interviene il giudice. A sostegno della posizione, è stata citata la Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia. A ogni modo, i macchinari rimarranno accesi finché non si sarà espressa la Corte suprema. Ormai si discute in punta di diritto, tra cavilli e ricorsi, tra interpretazioni discordanti dell’habeas corpus e sui confini di ciò che può essere considerata una “detenzione illegale” del bambino.

 

A complicare ulteriormente le cose per la famiglia Evans ci ha pensato la diocesi di Liverpool, che attraverso un comunicato firmato dal suo portavoce ha chiarito di non voler intervenire nel caso perché i genitori di Alfie “non sono cattolici”. A parte che l’affermazione è errata, visto che Thomas Evans, papà del piccolo, è cattolico (l’ha detto più volte), non si comprende bene come il silenzio dell’arcivescovo Malcolm McMahon sulla vicenda possa essere motivato da una differenza di credo religioso della famiglia. Davanti all’immobilismo della chiesa locale, scavalcata perfino dal Papa che peraltro a inizio aprile si era già schierato con un tweet a sostegno dei genitori – “E’ la mia sincera speranza che la profonda sofferenza dei suoi genitori possa essere ascoltata” –, è intervenuto un sacerdote italiano di stanza a Londra, don Gabriele, che lunedì ha raggiunto Liverpool per somministrare al bambino l’unzione degli infermi, che mai in ventitré mesi gli era stata data. Davanti all’Alder Hey Hospital si sono intanto radunate centinaia di persone invocanti la “liberazione” di Alfie, affinché sia consentito ai genitori di portarlo fuori dall’Inghilterra. La polizia ha rafforzato la sorveglianza.

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