Tim Montgomerie

Che faccia ha la destra che vince?

Paola Peduzzi

Con il manifesto “The Good Right” a Londra parte la lotta ideologica su cosa vuol dire essere conservatori. E non riguarda solo gli inglesi. L’Inghilterra va al voto il 7 maggio, i sondaggi sono incerti, i Tory hanno alle spalle una gran ripresa economica, determinata da quella che Cameron definisce “l’austerità permanente”.

Milano. Ronald Reagan diceva che le nove parole più spaventose del mondo erano: “I’m from the government and I’m here to help”, sono uno dello stato e sono qui per aiutarti. “Cari amici conservatori, era uno scherzo!”, dice Tim Montgomerie nel video che lancia il suo manifesto per la destra britannica, ideato assieme a Stephan Shakespeare, fondatore dell’istituto di sondaggi YouGov: “The Good Right”, la destra buona. Montgomerie è oggi un giornalista del Times, ma quel che ama di più è occuparsi delle idee che modellano l’identità dei conservatori: ha lavorato come speech writer di alcune personalità dei Tory, ha fondato il Centre for Social Justice, custode del conservatorismo compassionevole, e poi ConservativeHome (che tutti chiamano ConHome), un hub di dibattito e di lettura della politica con occhi conservatori, “una conferenza di partito permanente”, come dice Montgomerie, da cui sono partiti grandissimi scontri all’interno del mondo dei Tory. Sostenitore della leadership di David Cameron, Montgomerie ha poi definito il premier inglese “il più deludente di tutti i primi ministri”, perché si è dimenticato di quel che vuol dire essere conservatori.

 

L’Inghilterra va al voto il 7 maggio, i sondaggi sono incerti, i Tory hanno alle spalle una gran ripresa economica, determinata da quella che Cameron definisce “l’austerità permanente”: è ancora da consolidare, la ripartenza, ma certo è strepitosa se paragonata ai percorsi claudicanti degli europei continentali. C’è bisogno, proprio oggi, di dire ai Tory come dovrebbero essere, non sarebbe meglio unirsi dietro al leader e intanto vincere le elezioni? Secondo Montgomerie è sempre il momento giusto per riflettere su come la destra vuole essere. Per vincere, certo, questa è l’urgenza, ma soprattutto per costruire una società equa. Immaginatevi, insomma, un Piketty inglese, molto più alto, con la barba, di destra, molto religioso (ma a favore dei matrimoni gay, e ogni volta è costretto a precisare, essendo single, “no, non sono gay”), poco avvezzo alle tabelle di dati, ma preoccupato per la diseguaglianza creata dal liberismo senza freni, convinto che “il partito dei ricchi”, come viene definito il Partito conservatore dai suoi detrattori, non possa vincere, e nemmeno sopravvivere. Sembra un po’ di sinistra, insomma Montgomerie, ma guai a dirglielo, perché è proprio questo il punto: essere compassionevoli è di destra.

 

La confusione nella destra è per Montgomerie totale, e non riguarda soltanto la politica britannica, ma tutti i movimenti conservatori che in questi anni hanno registrato sconfitte deprimenti. Da Reagan e Margaret Thatcher, il conservatorismo è diventato nella mente degli elettori indistinguibile dal capitalismo: per alcuni va di pari passo con la competizione, il libero scambio, la creazione di ricchezza attraverso il taglio delle tasse; per altri molti meno simpatetici, i conservatori difendono semplicemente il grande business. Per alcuni, ancora, il conservatorismo è individualismo, e questo è spesso definito dalla lotta che gli individui (conservatori) fanno al “big government”. Ma la confusione continua se al liberismo economico si associa l’idea dell’ordine, del controllo, della stabilità, della difesa dei valori tradizionali. Secondo Montgomerie, i conservatori britannici hanno superato buona parte di tale confusione con il pragmatismo, offrendo di volta in volta quel che l’elettorato voleva. Ma è proprio questo che deve cambiare, perché se vince il pragmatismo, o sarebbe meglio dire l’opportunismo (il più grande maestro in questo senso è Churchill), vince anche l’interscambiabilità, e gli elettori voteranno chi di volta in volta si presenta come più attraente o più efficace – è la fine dell’identità politica.

 

[**Video_box_2**]Montgomerie invece all’identità ci tiene parecchio, e quando dice che il suo Partito conservatore dei sogni sta “nel centro”, non intende affatto annacquare i valori conservatori per renderli accessibili anche a sinistra, piuttosto vuole far tornare a destra quel che lì, secondo lui, è sempre stato: soprattutto l’uguaglianza e la giustizia sociale. E strategicamente parlando si tratta dell’esatto contrario di quel che stanno facendo i guru dei Tory, a partire dal controverso Lynton Crosby, i quali non fanno granché per attirare gli elettori non conservatori, indaffarati come sono a trattenere quelli che conservatori lo sarebbero già.
La formula del riscatto da “Big Tent” di blairiana memoria è “The Good Right”, con quel “buono” che tende a mettere una faccia positiva a un partito dipinto come “nasty”, brutto, invotabile (c’è da dire che su questo Cameron ha già lavorato molto, e con successo). Al centro di questa destra buona ci sono la famiglia, l’istruzione, il lavoro e il progresso sociale: “Gli agenti del progresso sociale ed economico sono i genitori, gli insegnanti, i creatori di lavoro”. E sì, anche lo stato. Non è il “nanny state” sbagliato, secondo Montgomerie, è che il babysitteraggio dello stato va fatto funzionare. Così si arriva al cuore della proposta – articolata in dodici punti, ma è solo l’inizio, dicono i fondatori – che si sostanzia in tasse per i ricchi, l’innalzamento del minimo salariale, politiche di incentivo per le famiglie povere, come l’apertura delle scuole private, ristrutturazione delle spese pubbliche nei settori strategici (come sanità e istruzione), più case di proprietà, più investimenti nella middle class. E’ un programma buono per il Labour di Ed Miliband, dicono molti, anzi forse è ben più efficace di quello proposto dalla sinistra inglese, ma “The Good Right” non sarebbe quella che è se in quel “good” non ci fosse anche e soprattutto un valore morale. La destra non è solo giusta, è anche buona.

 

I thatcheriani di tutto il globo hanno già i capelli dritti, quelli britannici ancora di più, e se i commentatori cameroniani condannano l’approccio mezzo sinistroso e mezzo religioso della “Good Right”, Montgomerie ha qualcosa da precisare anche sull’eredità thatcheriana. Era la Lady di ferro che diceva: “L’economia è il metodo, l’obiettivo è cambiare l’anima”.

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  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi