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Merkel torna all’ostpolitik

Perché la cancelliera preferisce sempre più guardare a Russia e Cina. Tsipras c’entra ma non tanto. La Germania sta tentando di ridefinire se stessa, il suo spazio vitale, la sua dimensione europea. L’America è preoccupata.

2 Febbraio 2015 alle 12:31

Merkel torna all’ostpolitik

Angela Merkel con il primo ministro cinese Li Keqiang, lo scorso ottobre a Berlino. “Lasciandosi dietro l’occidente” è il titolo dell’articolo di Hans Kundnani pubblicato su Foreign Affairs

La Germania ormai guarda a est. La Westbindung, l’integrazione occidentale, una costante della politica tedesca nel Dopoguerra, si è indebolita. E forse per sempre. Berlino non ha più bisogno della protezione americana contro l’Unione sovietica, è di nuovo un gigante nel cuore dell’Europa e la sua economia dipende sempre meno dall’Atlantico e sempre più dalle sorti del Pacifico. Questo giudizio impietoso e inquietante allo stesso tempo, viene dalla più autorevole pubblicazione americana di politica estera, Foreign Affairs, la stessa sulla quale nel 1947 George Kennan, vice capo missione a Mosca, lanciò il paradigma del contenimento che avrebbe guidato gli Stati Uniti durante la Guerra fredda e oltre. A scrivere l’articolo sulla Germania, pubblicato nel primo numero dell’anno, è Hans Kundnani, direttore di ricerca al Council on Foreign Relations, l’autorevole pensatoio newyorchese di tendenza centrista. Ex giornalista dell’Observer, Kundnani (ha lavorato come corrispondente a Berlino) ha studiato tedesco e filosofia a Oxford in Inghilterra e giornalismo alla Columbia University a New York. Possiede la capacità di scrivere chiaro e andare subito al sodo che spesso manca ai diplomatici o ai professori. Anche per questo tocca subito, senza perifrasi, il cuore della questione.

 

L’analisi acquista ancor più peso oggi, dopo la ripresa degli scontri in Ucraina e dopo la vittoria di Syriza in Grecia che rischia di scompaginare gli equilibri non solo economici, ma politici e militari dell’Europa intera, mettendo alla prova la capacità di leadership di Angela Merkel e della classe dirigente tedesca nel suo insieme. Perché la Germania sta tentando di ridefinire se stessa, il suo posto al sole, il suo spazio vitale, la sua dimensione europea. E scusate se è poco. Lo ha fatto altre volte nel corso della storia moderna e le conseguenze sono state sempre enormi, anzi per ben tre volte funeste come nel 1870, nel 1914 e nel 1939. La preoccupazione americana, dunque, è più che giustificata e non ha nulla a che vedere con l’anti-germanesimo di basso profilo oggi in voga tra Roma e Atene.

 

“L’invasione russa della Crimea nel marzo 2014 è stata uno choc per la Germania”, scrive Kundnani nel suo articolo intitolato “Lasciandosi dietro l’occidente”. Nonostante la dipendenza dal gas russo, la Merkel ha deciso di aderire alle sanzioni, tuttavia l’opinione pubblica in maggioranza si è schierata non per allinearsi alla Nato, ma per svolgere un ruolo mediatore. Non è una novità. E’ stato Gerhard Schröder a rendere più stretti i legami commerciali con la Russia tanto che quando lasciò il cancellierato divenne consulente di Gazprom. Non era solo una questione di interessi personali, ma faceva parte di una strategia chiamata Wandel durch Handel, cambiamento attraverso gli scambi commerciali, che evocava la formula Wandel durch Annäherung, cambiamento attraverso il riavvicinamento, coniata durante la Ostpolitik di Willy Brandt e del suo braccio destro Egon Bahr a partire dal 1969. Dunque, una costante della socialdemocrazia. E oggi al ministero degli Esteri c’è un esponente della Spd come Frank-Walter Steinmeier, a lungo considerato filo russo, inclinazione che appare anche dalle intercettazioni della National Security Agency. Del resto, perché mai gli americani avrebbero dispiegato una tale rete di spionaggio nei confronti della classe politica tedesca se l’avessero considerata leale fino in fondo? Proprio la linea di Steinmeier aveva suscitato forti perplessità da parte di Foreign Affairs nell’aprile 2014 in un articolo intitolato “La nuova Ostpolitik della Germania”.

 

Questa politica estera ha un versante economico che punta a est, fino al mar della Cina. In questi anni la Germania è diventata un paese trainato sempre più dalle vendite di prodotti sui mercati internazionali. Il peso delle esportazioni rispetto al prodotto interno lordo è passato dal 33 al 48 per cento del pil a partire dall’introduzione dell’euro. E la risposta tedesca alla crisi del 2008 non ha che rafforzato la tendenza. Il rapporto con l’estremo oriente e in particolare con la Cina, si basa sulla potenza della macchina bancario-industriale: Volkswagen, Daimler, Siemens, Deutsche Bank sono i quattro cavalieri che guidano un vasto esercito di imprese medio-grandi, il cosiddetto Mittelstand. I frequenti viaggi a Pechino di Angela Merkel accompagnata dai big della industria e della finanza (come un tempo facevano i presidenti francesi e quelli americani) hanno consolidato il rapporto che per i cinesi si nutre anche di una ricaduta politica e strategica perché a partire dal 2008 la Cina coltiva sempre più il progetto di un rafforzamento dell’Unione europea come potenza concorrenziale agli Stati Uniti, nuova variante dell’Europa terzaforzista che piaceva a Charles de Gaulle. Di questa complessa architettura strategica, la Germania è il perno naturale.

 

La cancelliera Merkel, dunque, pattina su un ghiaccio sottile. Se ne rende conto? Gli americani la rispettano e la considerano una figura politica potente e abile nel dare un colpo al cerchio e uno alla botte, nello spingersi in là, ma non fino al punto di rompere i ponti, anche se sono diventati sempre più instabili. La Germania è intervenuta in Kosovo nel 1999 e in Afghanistan, poi se ne è pentita. Nel 2003 sull’Iraq Schröder ha contrapposto a quella americana “la via tedesca” che consiste nell’essere un fattore di mediazione diplomatica costi quel che costi, una “Friedensmacht”, una forza di pace, altra espressione molto usata da politici e diplomatici. Lodevole intento, ma dove arriva? I francesi se la sono presa quando Berlino ha rifiutato di aiutarli in Mali. Gli americani sono rimasti all’asciutto sulla Siria. Nel 2011 la Germania si è astenuta al Consiglio di sicurezza dell’Onu sull’intervento militare in Libia, fianco a fianco con la Russia e la Cina contro Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna. Una nuova triplice alleanza contro la triplice intesa occidentale? O la ricerca di uno spazio vitale che, in èra di globalizzazione, va ben al di là dell’Europa centrale?

 

Dopo Hitler non solo il termine, ma il concetto stesso di Lebensraum non ha più diritto di cittadinanza, eppure lo spazio vitale non viene dal “Mein Kampf”. L’idea di una nazione tedesca divisa anche perché schiacciata dalle grandi potenze circostanti (Francia, Russia, Svezia, impero austro-ungarico) e priva dello spazio necessario per vivere e prosperare risale all’Ottocento, viene formalizzata nel 1901 dal geografo ed etnologo Friedrich Ratzel, diventa l’alibi per un espansionismo coloniale nell’Africa del sud-ovest e principio ispiratore della Prima guerra mondiale. Documenti scoperti dallo storico tedesco Fritz Fischer mostrano che, in caso di vittoria (considerata praticamente certa vista la potenza di fuoco disponibile), esisteva un progetto di espansione in Polonia, Lituania e Ucraina, ma anche a occidente, in Belgio, da inglobare nel Reich, e in Francia, come parte del cosiddetto Septemberprogramm messo a punto dal cancelliere Theobald von Bethmann-Hollweg nel settembre 1914. Un corollario della nuova Grande Germania sarebbe stata l’associazione economica Mitteleuropa che sotto altra veste torna in ballo quarant’anni dopo.

 

Gli storici non sono concordi sull’effettivo valore del piano, alcuni sostengono che era un documento informale voluto soprattutto da grande industria ed esercito. Ma ciò dimostra che esiste un filo conduttore delle ambizioni tedesche che risale a oltre un secolo fa. Secondo una corrente britannica più ostile alla Germania e all’Unione europea, le stesse aspirazioni si sono riproposte dopo la fine della Guerra fredda e con l’unificazione tedesca, anche se hanno preso la forma di un Lebensraum economico. Alcuni sostengono che la stessa moneta unica ne sia figlia. Anche se chi ha seguito il dibattito e lo scontro politico per la nascita dell’euro dal 1989 in poi, sa quanto sia costato al cancelliere Kohl rinunciare al marco, tanto che chiese garanzie politiche forti soprattutto alla Francia. Tuttavia il sospetto inglese ha scavato come una vecchia talpa per sbucare poi oltre Atlantico.

 

Il no a interventi in medio oriente e in nord Africa è la testimonianza di quanto lontana si senta Berlino dal Mediterraneo, ben più di Bonn che, dentro l’equilibrio del terrore, negli anni della Guerra fredda, si rendeva conto che un cambiamento degli equilibri strategici nella sponda sud sarebbe stato determinante anche per la Germania ovest. Quel che accade oggi in Grecia o in Italia, in Spagna o in Portogallo vale soprattutto per gli effetti sull’area euro, come se l’unica stabilità che conta davvero sia quella monetaria. Mai si è sentito un discorso sull’importanza strategica di Roma e di Atene come baluardi contro le mire espansionistiche dell’islamismo radicale, il nuovo Califfato o “l’imperialismo musulmano” come lo chiama lo storico Efraim Karsh capo degli studi mediterranei al King’s College di Oxford in un suo libro illuminante del 2006, una tendenza che va dal “profeta guerriero” fino alla “guerra santa di Bin Laden” e oltre.

 

Tutto questo sembra scivolare, come l’acqua sulle penne dell’oca, sulla classe dirigente e sull’opinione pubblica, preoccupate di non turbare il precario equilibrio raggiunto con la comunità turca o di non eccitare le minoranze xenofobe che organizzano marce anti immigrati a Dresda. E’ naturale che la crisi in Ucraina sia in cima ai pensieri tedeschi, è una questione geografica e politica insieme. Ma ciò non avviene all’interno di quella che potrebbe essere una naturale divisione del lavoro tra le potenze occidentali, al contrario sembra sempre più una divaricazione se non proprio il divorzio ipotizzato da Kundnani.

 

A complicare i giochi arriva la Grecia di Syriza. Fin dallo scoppio della crisi del 2008, la politica tedesca si è differenziata da quella americana. Gli Stati Uniti decidono di intervenire in modo sistemico salvando prima le banche con un fondo finanziato dai contribuenti. La Germania rifiuta questo approccio suggerito da Christine Lagarde, allora ministro delle Finanze francese. E sceglie la soluzione caso per caso, paese per paese, che le consente di mettere al sicuro le proprie banche con interventi pubblici massicci (oltre 259 miliardi di euro). Quando, due anni dopo, salta la Grecia, i tedeschi, valutato che un default non conviene visto anche l’attacco dei mercati all’euro, propongono prestiti a breve termine e alti tassi d’interesse. Una soluzione disastrosa tanto che nel 2012 l’Unione europea è costretta ad allungare le scadenze e dimezzare gli interessi.

 

Fin dal 2010 l’Amministrazione Obama e il presidente in persona fanno pressione per salvare la Grecia sulla quale si sono accese le mire di un Vladimir Putin ancora tronfio del proprio ruolo di gasificatore d’Europa. Nelle sue memorie l’allora segretario al Tesoro Timothy Geithner racconta che sono stati gli americani a dire chiaramente che la Grecia non poteva essere lasciata a se stessa, nonostante tutto quel che aveva combinato, e a rifiutare le manovre per far cadere Berlusconi in Italia nel 2011. Gli Usa appoggiavano George Papandreou fino al punto da fargli proporre un referendum sull’euro che gli è costato la testa. La Germania ne ha approfittato per accusare gli americani, che non hanno mai amato la moneta unica così come è stata costruita, di voler indebolire non solo l’euro, ma l’intera unione, per salvare il primato del dollaro. Veleni e sospetti reciproci dietro i quali si celano interessi nazionali in contrasto.

 

La vittoria di Alexis Tsipras ha provocato reazioni molto diverse, se non del tutto opposte in Germania e negli Stati Uniti. Mentre Berlino ha subito messo le mani avanti pretendendo che il nuovo governo rispetti gli impegni e soprattutto non abbandoni l’austerità, i commenti prevalenti sulla grande stampa americana invitano a non bruciare i ponti: sul debito un accordo è possibile, anzi auspicabile; allungare le scadenze e ridurre il costo è addirittura doveroso quando i tassi d’interesse sono a zero e c’è bisogno di sostenere la crescita. Quanto al rigore di bilancio, ebbene non è una priorità rispetto alla ripresa. Tesi del tutto opposta a quella in voga in Germania secondo la quale solo un cogente vincolo esterno può costringere la Grecia a riformarsi (e ciò vale anche per l’Italia).

 

Ian Bremmer, noto politologo americano, presidente di Eurasia group, sostiene che Tsipras “ripudia l’intero ordine europeo esistente” mettendo in crisi l’egemonia che la Germania ha conquistato. Ma propone di muoversi in modo più coraggioso verso un compromesso, esattamente quello che Berlino, imponendo condizioni durissime, non vuole. Desmond Lachman dell’American Enterprise Institute, il tempio conservatore, trattiene il fiato, tuttavia invita il nuovo governo greco a fare una inversione a U rispetto alle sue originarie posizioni e spera che i primi errori vengano corretti. Sulla rivista liberal Foreign Policy, Keith Johnson spiega come e perché il vero vincitore delle elezioni greche è Putin il quale sta lavorando sulle contraddizioni interne per dividere ancor più l’Unione europea. Il paradosso è che in merito alla Russia le posizioni di Tsipras sembrano vicine a quelle tedesche, anche se possono avere uno sbocco ben più radicale. Intanto, giovedì scorso, alla sua prima uscita a Bruxelles, il nuovo ministro degli Esteri Nikos Kotzias, ha votato insieme a tutti gli altri per le sanzioni a Mosca, rafforzando la tesi delle colombe: anche Tsipras verrà a miti consigli non appena si accorgerà che “la rivoluzione non è un pranzo di gala”, come diceva Mao.

 

In generale, la politica americana e anche la stessa Amministrazione Obama hanno reagito finora in modo cauto e problematico. Si capisce che in molti hanno sperato che arrivasse una lezione ai rigoristi. Qualcuno sospetta persino che Syriza sia stata usata deliberatamente come campanello d’allarme per spingere Berlino a cambiare posizione. Ma di qui a servirsene da grimaldello per scardinare l’austerità, ce ne corre. In ogni caso, se qualcuno l’ha fatto è stato un apprendista stregone perché il successo tanto netto di Tsipras rischia di scatenare le forze centrifughe che portano i tedeschi (l’opinione pubblica più ancora che il governo) in territori inesplorati.

 

[**Video_box_2**]Davvero la Germania sta rompendo il cordone ombelicale con l’occidente? Forse la figura retorica più appropriata è quella di un cavo che da un lato è ben attorcigliato e dall’altro mostra segni vistosi di sfilacciamento. Non tutte le fibre sono lacerate. E chiunque chiedesse oggi ai tedeschi se vogliono spezzarle fino in fondo, riceverebbe un no quasi unanime. Tuttavia il paese, i suoi poteri forti, la sua classe politica, così come i ceti sociali che la esprimono, manifesta un disagio esistenziale direttamente collegato a una ricerca identitaria. Che cos’è questa nuova Germania gigante economico e non più nano politico? Non sta stretta dentro una Nato sorta, come diceva il vecchio motto, per tenere la Russia fuori, l’America dentro e la Germania giù, a testa bassa? Ha ancora voglia di condividere la propria moneta, quindi i propri interessi economici profondi, con paesi che non rispettano, anzi snobbano e persino disprezzano, le sue regole? Non sono domande retoriche né soltanto relegate ai pensatoi accademici. Sono all’ordine del giorno tra gli anti euro come nella Cancelleria di Berlino. Sta ai tedeschi rispondere, sta a noi non spingerli sempre di più verso est, là dove li voleva condurre il Thomas Mann delle “Considerazioni di un impolitico” nel 1918, quando metteva in parallelo la Russia e la Germania come antitesi al mondo occidentale, quello dei principi del 1789 e della democrazia; là dove li ha già trascinati l’illusione di un destino nazionale diventato catastrofico per tutti.

Stefano Cingolani

Nato nel bel mezzo del secolo scorso a Recanati, è tornato alla luce in seguito a recenti scavi. Dopo tanto girovagare per giornali (L’Unità, Il Mondo, Corriere della sera, Il Riformista) e città (Milano, New York, Parigi), in cerca di stimoli e affetti, ha trovato al Foglio il rifugio agognato. Ha scritto “Le grandi famiglie del capitalismo italiano” e “Guerre di mercato”. Sopraffatto dalla colpa per non essere riuscito ad assicurare un futuro certo alla figlia maggiore e per non fare i compiti con quella minore, passa il tempo tra l’impero romano-cristiano e la terza globalizzazione (prima o poi riuscirà a spiegare entrambi?). Va al mare sul Baltico, ma vorrebbe essere sul Patna con Lord Jim o a Long Island con Jay Gatsby.

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