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Finanza rossa la trionferà

Dimenticate Yanis Varoufakis, il terminator greco, e Thomas Piketty, il professorino francese. Il loro successo mediatico non è che l’epifenomeno di un terremoto ideologico che sposta a sinistra la crème de la crème della finanza.

9 Febbraio 2015 alle 09:35

Finanza rossa la trionferà

I capitalisti si tingono di rosso per salvare il capitalismo da se stesso, o stanno salvando la sinistra dalla consunzione storica?

“A prima vista, una merce sembra una cosa triviale, ovvia. Dalla sua analisi risulta che è una cosa imbrogliatissima, piena di sottigliezza metafisica e di capricci teologici” (Karl Marx, “Il capitale”).

 

Dimenticate Yanis Varoufakis, il terminator greco, e Thomas Piketty, il professorino francese. Il loro successo mediatico non è che l’epifenomeno di un terremoto ideologico che sposta a sinistra la crème de la crème della finanza. Protagonisti di questa più che mai misteriosa eterogenesi dei fini si chiamano Lazard, Rothschild, Rockefeller. Scusate se è poco. E anche l’Italia, nel suo piccolo, ha cominciato a cavalcare la nouvelle vague.

 

Che cosa sta succedendo? I capitalisti si tingono di rosso per salvare il capitalismo da se stesso, al contrario di quel che voleva Luigi Zingales in un suo aureo libretto intitolato “Salvare il capitalismo dai capitalisti”? E se invece i capitalisti salvassero la sinistra dalla consunzione storica? La mutazione passa soprattutto attraverso la stampa, primo predellino verso la politica. Poi arriva l’autodafé, un profondo ripensamento culturale e forse, chissà, un cambio di paradigma. Ma anziché avventurarci in filosofemi, facciamo il mestiere imparato da giovani, raccontiamo delle storie.

 

Ha fatto titolo sui giornali la notizia che Alexis Tsipras ha scelto come consulente per ristrutturare il debito greco la banca d’affari Lazard, emblema dell’aristocrazia finanziaria, per decenni stampella internazionale della Mediobanca di Enrico Cuccia. In realtà, l’operazione si deve al numero uno operativo della banca, il direttore generale delegato. Si tratta di Matthieu Pigasse, che è anche proprietario della bibbia del rock francese, il magazine Les Inrockuptibles, nonché azionista numero uno del Monde insieme a Pierre Bergé, già compagno di Yves Saint Laurent, e a Xavier Niel che a soli 19 anni creò Minitel e oggi possiede Free secondo fornitore di servizi internet francesi. Lo stesso terzetto l’anno scorso si è impadronito del Nouvel Observateur. Così, sia il quotidiano sia il settimanale della sinistra chic, sono nelle mani del turbofinanziere che, non soddisfatto, ha orchestrato il salvataggio di Libération da parte di Edouard de Rothschild, rampollo della famiglia che per oltre un secolo ha tenuto in mano le sorti d’Europa.

 

Una data, un destino: Matthieu Pigasse nasce nel mitico maggio 1968. Il padre era giornalista, lo zio è stato direttore dell’Express, il fratello e la sorella fanno lo stesso mestiere. Lui, invece, ha scelto l’Ena, poi la trafila classica al ministero delle Finanze dove, alla direzione generale del Tesoro, si occupa di gestione del debito e si mette in luce con Dominique Strauss-Kahn, nominato ministro nel 1998. Il giovanotto diventa suo consigliere tecnico; un anno più tardi Laurent Fabius lo prende come direttore generale aggiunto e gli affida i più delicati dossier industriali.

 

Quando la sinistra perde le elezioni, Pigasse torna nell’ombra, finché non viene raccomandato alla banca Lazard da Alain Minc, personaggio di primo piano del milieu tecnocratico trasversale (con leggera pendenza a sinistra), già plenipotenziario di Carlo De Benedetti ai tempi in cui l’Ingegnere faceva strage di cuori, di cervelli e di portafogli tra Milano, Parigi e Bruxelles. Sarà lo stesso prolifico saggista e uomo d’affari a orchestrare la vendita del Monde del cui consiglio di amministrazione è stato presidente.

 

In realtà, già nel 2007 Minc e Pigasse avevano tentato di impadronirsi del giornale-icona, sollevando un putiferio. Paradossalmente, contro di loro si erano schierati sia la redazione sia Nicolas Sarkozy diventato presidente della Repubblica. Tre anni dopo, però, la crisi del prestigioso quotidiano era arrivata al punto da fiaccare ogni resistenza. E persino l’Eliseo ha dovuto ingoiare la pillola amara pur di non passare per il becchino del Monde.

 

Pigasse vanta nel suo curriculum brillanti prove come finanziere, per esempio ha gestito la crisi del debito argentino nel 2001. Ma soprattutto ha nel sangue la sinistra e i giornali. Lo stesso non si può dire per Edouard de Rothschild, perché nessuno riuscirà mai a sostenere che la famiglia dello scudo rosso penda a sinistra. Anzi, quando nel 1981 arriva François Mitterrand alla testa dell’Union de la gauche, la banca Rothschild viene addirittura espropriata. Dura poco, ma provoca uno choc in Francia, paese che pure ha costruito la sua storia moderna a forza di rotture violente. Baron Guy fugge a Londra con un proclama apocalittico: “Della casa Rothschild resteranno solo pochi resti, forse niente. Ebrei sotto Pétain, paria sotto Mitterrand, ne ho abbastanza”. In realtà, è il radicalismo di sinistra a crollare molto prima e la famiglia riprende i suoi affari anche a Parigi. Tanto che, cinque anni dopo, la rinata maison Rothschild diventa consulente del governo per la privatizzazione della banca Paribas. Come il padre Guy, anche Edouard si è sentito un esule nel profondo dell’animo, sempre più estraneo alla madrepatria, tanto che lo scorso anno è emigrato in Israele. Un clamoroso gesto contro l’antisemitismo che si diffonde sul suolo francese e in Europa, ma anche scelta di vita per un rampollo dorato che ha sempre portato con sofferenza il peso di cotanta eredità.

 

Quando nel 2004 il ramo inglese e il ramo francese della famiglia si riunificano dopo tanto tempo e dividono a metà il controllo dell’ampia rete di affari e relazioni, Sir Evelyn, capo del clan britannico, fa un passo indietro, mentre il barone David de Rothschild, 61 anni, prende la guida operativa del gruppo e lascia al fratello minore, Edouard, la responsabilità per la Francia. Questi ci pensa su e poi declina l’offerta: “Non è perché si appartiene a una famiglia legata alla finanza che non si possa cambiare mestiere – spiega –. Ho importanti progetti d’affari in settori completamente diversi”. Quali? I cavalli, la scuderia di purosangue in Normandia, e il vino, il mitico Château Lafite; resta pur sempre un Rothschild. Ma non gli bastano. Un anno dopo eccolo compiere una scelta inattesa: comprare un giornale; non uno qualsiasi, bensì Libération, la bandiera del gauchisme in tutte le sue sfumature.

 

Quando venne fondato da Jean-Paul Sartre, nel 1973, Edouard aveva solo sedici anni e frequentava un liceo pubblico, sia pure d’élite. Dopo gli studi in Legge a Parigi, si è formato negli Stati Uniti, non in una università Ivy league, ma semplicemente alla New York University. Il nome lo ha spinto a diventare banchiere d’affari, ma alla fine ha vinto il cuore.

 

L’investimento in Libération è un salvataggio vero e proprio perché il quotidiano era sull’orlo della bancarotta. Edouard spende subito 20 milioni di euro, ma finiscono nel pozzo senza fondo, così nel 2005 caccia l’ex maoista Serge July, co-fondatore e direttore per oltre trent’anni, libretto rosso in mano. Un trauma, uno scandalo che fa gridare all’arroganza del capitale. Nel 2007 entra anche un altro nome blasonato, il principe italiano Carlo Caracciolo di Castagneto che diventa il secondo azionista. Il giornale sopravvive, arrabattandosi con la crisi della carta stampata che colpisce i paesi dove i quotidiani vendono poco. Attenua certe sue punte, ma resta ancorato a sinistra, più a sinistra e più libertario del Monde. Si consuma così, per parafrasare Karl Marx, la caduta tendenziale del grande capitale.

 

Francesismi? Non esattamente. La vecchia talpa ha scavato a fondo anche nell’altra grande tribù del capitalismo moderno, quella dei Rockefeller. Il capitalismo americano non è così familista come quello europeo e italiano, tuttavia le famiglie, diventate sempre più numerose e litigiose, mantengono ancora quote rilevanti nei gruppi fondati dai loro avi. Ciò vale, ad esempio, per i Ford, ma anche per i signori del petrolio. I Rockefeller restano gli azionisti più importanti della Exxon, la più anziana e potente delle sette sorelle, la quale, pur dopo secolari vicissitudini, scorpori e spezzatini finanziari, battaglie con l’Antitrust americano e con gli sceicchi arabi, è pur sempre discendente diretta della mitica Standard Oil creata nel 1870 da quel John Davison Rockefeller che riuscì ad accumulare una cifra astronomica calcolata dalla rivista Forbes in 336 miliardi di dollari al valore del 2007, cinque volte più di Bill Gates.

 

Già da tempo le ultime generazioni hanno imboccato i sentieri più diversi. Tra fondazioni benefiche e medici senza frontiere (come Richard morto lo scorso anno in un incidente areo), vocazione esotica (Michael scomparso in Nuova Guinea nel 1960 probabilmente mangiato dai cannibali) e battaglie politiche tra i democratici come Jay che si è ritirato l’anno scorso o tra i repubblicani come Nelson governatore di New York e vicepresidente degli Stati Uniti con Gerald Ford. Finché, a forza di imboccare strade laterali e scorciatoie, è arrivata la vera svolta.

 

Ha fatto sensazione apprendere che i Rockefeller sono grandi finanziatori di Greenpeace. Il gesto, per quanto eclatante, arriva al culmine di un ripensamento strategico che ha indotto la famiglia a disinvestire dai combustibili fossili perché allarmata dall’effetto serra. L’annuncio è stato reso pubblico con grandi fanfare nel settembre scorso, al summit delle Nazioni Unite sul clima, non da un ramo secondario o da uno dei tanti eredi bizzarri, ma da Peter O’Neill, capo riconosciuto della vasta tribù. Come prima mossa, il fondo che gestisce l’enorme patrimonio ha deciso di spostare 50 miliardi di dollari in cinque anni per favorire lo sviluppo di fonti energetiche alternative. Al Gore ha applaudito entusiasta, gli ecologisti, presi in contropiede hanno stappato spumante (biologico naturalmente).

 

La svolta verde è un omaggio al nuovo Zeitgeist, venduto addirittura come rinnovamento nella continuità: il vecchio John Davison sostituì con il petrolio l’olio di balena, se oggi fosse vivo forse farebbe la stessa mossa, si è giustificato Stephen Heintz, presidente del Rockefeller Brothers Fund. Ma non si sfugge all’impressione di essere davanti a un cambiamento generazionale profondo.

 

C’è chi parla di un capitalismo “sessantottino”, che ha gettato alle ortiche l’etica protestante alla Max Weber per sposare l’edonismo individualistico, la “cultura del narcisismo” alla quale fa riferimento il filosofo Charles Taylor nel suo saggio “Il disagio della modernità”. Ciò ha portato a compiere scelte individuali lontane dagli interessi di classe, dallo stile di vita borghese, dalla cultura conservatrice o dal culto del mercato. Una sindrome dei Buddenbrook in stato di avanzata progressione. Può darsi. C’è anche il cambiamento tecnologico che trasforma a sua volta culture ed equilibri sociali e c’è il declino inesorabile dei modelli ideologici che hanno spaccato il Novecento: capitalismo-socialismo, stato-mercato, totalitarismo-democrazia. Alcuni, inutile negarlo, cercano un alibi, una scorciatoia penitenziale, o magari soltanto di tenersi buoni gli avversari, lisciare il pelo, placare, sedare. Altri vogliono solo aggiungere un’altra tacca alla pistola entrando nei santuari della cultura di massa e dell’informazione, e si comprano giornali, tv, studi cinematografici, senza guardare troppo al loro colore. Comunque la si voglia mettere, è un gran calderone mondiale nel quale ribolle anche la zuppetta italiana.

 

[**Video_box_2**]I padroni con il portafoglio a destra e il cuore a sinistra non mancano. Nemmeno quelli che hanno usato la sinistra come un taxi per entrare nella stanza dei bottoni. Ma questa volta il fenomeno è diverso. Nella generazione post sessantottina, ci sono uomini di sinistra che fanno i finanzieri e finanzieri che sterzano a sinistra. Alla prima categoria appartiene Davide Serra, nella seconda possiamo mettere Matteo Arpe.

 

Con il suo fondo speculativo Algebris domiciliato a Londra, Serra ha cominciato anni fa a scuotere la foresta della grande finanza. Nel 2007 ha innescato la scalata alla Abn Amro, banca olandese protagonista anche in Italia, tra Banca di Roma, Antonveneta e Monte dei Paschi di Siena; poi ha messo alla frusta le Assicurazioni Generali e Mediobanca; infine ha attraversato la grande crisi con l’abilità di un vecchio lupo di mare. Si è sempre dichiarato apertamente di sinistra, vicino al Pd; più di un compagno di strada perché ha sostenuto platealmente Matteo Renzi fin dalle primarie perdute del 2012. Serra diventa allora la bestia nera della sinistra radicale che, ben prima di considerarlo il figlioccio di Berlusconi, accusa Renzi di essere un agente della spectre finanziaria internazionale. Il dottor No, tanto per continuare nella metafora da 007 è proprio lui, quel bocconiano che, da ex giocatore di pallavolo, sa bene come alzare e poi schiacciare la palla. Finora, Serra si è tenuto lontano da giornali e tv, anche se alcuni già sospettano che possa giocare un ruolo nel gran risiko che si prepara dal cambio alla direzione del Corriere della Sera per finire con il nuovo assetto della Rai annunciato per l’autunno. La prudenza lo ha spinto a non toccare la patata più bollente del potere italiano, anche se non lo ha messo al riparo dalle accuse di intrecci perversi e conflitti d’interesse. Ora che Renzi ha lanciato l’attacco al santuario delle banche popolari, è venuto fuori che Serra ha acquistato un pacchetto, sia pur inferiore al 2 per cento, del Banco Popolare che, per decreto, dovrebbe diventare società per azioni. Come sempre, honi soit qui mal y pense.

 

L’editoria, invece, è diventata una vera passione per Matteo Arpe. Enfant prodige allevato da Cuccia, banchiere rampante che ha dato una bella sistemata ai conti della Banca di Roma insieme a Cesare Geronzi (prima di sfidarlo apertamente), ha investito la buonissima uscita in un fondo d’investimento chiamato Sator (come il quadrato magico trovato a Pompei) alla cui presidenza ha chiamato un economista di primo piano come Luigi Spaventa già vicino al Pci e alla sinistra storica. E’ il momento in cui ha portato allo scoperto le sue inclinazioni politiche.

 

Parco di parole e lontano dai riflettori, forse ancor più di Sergio Mattarella, arrivato alla soglia dei cinquant’anni con il destino di assomigliare a Mick Jagger, comincia a investire in alcune iniziative che passano per internet, come Lettera 43 diretta da Paolo Madron. Nel 2013 si butta su Banzai, società fornitrice di servizi online (controlla Soldionline, Giallozafferano, Giornalettismo, Pianetadonna e altri siti) fondata da Paolo Ainio, l’uomo che lanciò il portale Virgilio. L’anno dopo si presenta un’occasione del tutto peculiare: salvare l’Unità, esattamente come ha fatto Pigasse con il Monde e Rothschild con Libération. Ma quando sembra fatta, i giochi s’ingarbugliano dentro il Pd che gli preferisce un editore di riviste popolari come Guido Veneziani. Scelta bizzarra che costringe Arpe a ripiegare sul web e a rilanciare portando Banzai in Borsa. L’Unità, del resto, è costata cara anche a Renato Soru, pioniere internet con Tiscali, buttatosi in politica con il Pd e poi ritornato agli affari. Un doppio passaggio che gli ha procurato, naturalmente, guai con la giustizia.

 

Finanzieri, industriali, grandi manager gran consiglieri (come Andrea Guerra, avviato a diventare lo zar della nuova politica industriale), renziani e no: i badilanti della società post ideologica hanno parecchio da scavare anche tra le macerie della Seconda Repubblica italiana. Ma attenzione, la politica nasconde dentro di sé un labirinto di sottigliezze metafisiche e capricci teologici ben più intricato di quello che Marx aveva trovato nel capitale.

Stefano Cingolani

Nato nel bel mezzo del secolo scorso a Recanati, è tornato alla luce in seguito a recenti scavi. Dopo tanto girovagare per giornali (L’Unità, Il Mondo, Corriere della sera, Il Riformista) e città (Milano, New York, Parigi), in cerca di stimoli e affetti, ha trovato al Foglio il rifugio agognato. Ha scritto “Le grandi famiglie del capitalismo italiano” e “Guerre di mercato”. Sopraffatto dalla colpa per non essere riuscito ad assicurare un futuro certo alla figlia maggiore e per non fare i compiti con quella minore, passa il tempo tra l’impero romano-cristiano e la terza globalizzazione (prima o poi riuscirà a spiegare entrambi?). Va al mare sul Baltico, ma vorrebbe essere sul Patna con Lord Jim o a Long Island con Jay Gatsby.

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