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I Voltaire dell’islam

Li avevamo davvero i musulmani moderati. Non tipi dalla lingua biforcuta come Tariq Ramadan. Non i capi delle comunità islamiche occidentali, così rispettabili e rassicuranti in televisione.

18 Gennaio 2015 alle 06:30

I Voltaire dell’islam

Manifestazione islamica di protesta a Quetta, in Pakistan, contro Charlie Hebdo, dopo che i fratelli Kouachi hanno fatto strage nella redazione del settimanale (foro Reuters/LaPresse)

Li avevamo davvero i musulmani moderati. Non tipi dalla lingua biforcuta come Tariq Ramadan. Non i capi delle comunità islamiche occidentali, così rispettabili e rassicuranti in televisione. Ma gli intellettuali e i giornalisti islamici che hanno sfidato il terrore e che sono diventati dei martiri moderati. Prima di scatenarsi contro Charlie Hebdo e altre mosche bianche dell’irriverenza europea, gli islamisti hanno orchestrato una caccia alle streghe, da Algeri a Teheran, contro i musulmani laici che avevano osato sfidare il fondamentalismo islamico. Erano le menti più libere, gli scrittori più vivaci e ammirati, gli intellettuali più anticonformisti. Liste nere affisse sulle moschee. E giovanissimi sicari, come i due fratelli della strage di Parigi, che abbattono decine di uomini soli, senza armi, vittime facili, come “Charb” e gli altri vignettisti francesi.

 

Kamel Daoud, scrittore algerino molto venduto in Francia, assieme agli onori delle lettere ha appena raccolto anche una condanna a morte da parte degli imam. Il suo romanzo, “Meursault”, è oggetto di una fatwa e l’autore ha già dovuto annullare un ciclo di conferenze. L’imam Abdelfattah Hamadache, che guida i salafiti dell’Islamic Awakening Front, ha definito Daoud “apostata” e “nemico della religione”. Dalla Francia per lo scrittore si sono mossi intellettuali come Bernard-Henri Lévy.
Un copione che in Tunisia si è riaffacciato un anno fa, con l’assassinio di Chokri Belaid, il “Matteotti tunisino”. E che poche settimane fa si è portato via il professor Muhammad Shakil Auj. Gli imam delle madrasse lo avevano condannato a morte. Auj era il preside della facoltà di Studi islamici dell’Università di Karachi, la più importante del Pakistan. Si definiva “musulmano liberale”, teneva lezioni sull’islam negli Stati Uniti e aveva scritto quindici libri sul Corano e l’islam, contro il letteralismo dei fondamentalisti, a favore del matrimonio fra musulmani e persone di diversa confessione, per l’abrogazione della “legge nera” sulla blasfemia che condanna a morte i cristiani come Asia Bibi.

 

Daoud rischia di fare la fine di un grande scrittore algerino, Tahar Djaout, ucciso nel maggio del 1993 dagli islamisti di Algeri. Una delle gemme della sua eredità è un romanzo breve e agghiacciante intitolato “The Last Summer of Reason”. Il manoscritto del libro, senza titolo, venne ritrovato tra le sue carte dopo l’assassinio. Il protagonista, Boualem Yekker, è un libraio in una città dominata da fondamentalisti chiamati “Vigilant Brothers”, la cui smania per il potere è pari solo alla loro paura e all’odio per la creatività e la bellezza. I suoi libri forniscono a Boualem un’àncora di salvezza, almeno per un po’. Nel nuovo mondo dei “fratelli”, i bambini sono educati per essere “esecutori ciechi e convinti di una verità che è presentata come una verità superiore. Non hanno nulla su questa terra: niente beni materiali, nessuna cultura, nessuna attività per il tempo libero, nessun affetto, nessuna speranza; i loro orizzonti sono bloccati”. Djaout aveva previsto la sua morte pochi giorni prima dell’attentato: “La mia storia rischia di diventare una biografia”. Aveva fondato una rivista culturale, Ruptures, dove sognava un’Algeria pacificata, prospera e disponibile allo scambio con le altre culture. Djaout odiava i fanatici. E lo diceva apertamente.

 

E’ stato ucciso anche il più famoso interprete di musica raï, Cheb Hasni, il simbolo dell’Algeria moderna che gli integralisti islamici giudicavano “blasfema” e che volevano cancellare. Le canzoni della musica raï vennero bollate dagli islamisti come “un veicolo della cultura occidentale” per il modo aperto e spregiudicato con cui parlano dell’amore e delle aspirazioni dei giovani.
Il grande intellettuale egiziano Farag Foda era famoso per i suoi articoli di critica e per le satire taglienti sul fondamentalismo islamico. Prima della sua uccisione, era stato accusato di “blasfemia” dalla grande moschea-università di al Azhar e da alcuni imam, che rivendicarono la sua esecuzione anche in tribunale.

 

Nell’Algeria degli anni Novanta, decine di intellettuali musulmani morirono assassinati dai terroristi. Il romanziere Lâadi Flici fu ucciso nel suo studio con ancora la penna in mano. Il saggista Abderrahmane Chergou venne lasciato a morire dissanguato come un agnello. Il commediografo Abdelkader Alloula, direttore del teatro di Orano e interprete di Gogol’, si beccò tre pallottole nel cranio. Lo scrittore Youcef Sebti venne sgozzato in casa sotto una riproduzione del “3 maggio 1808” di Goya. Sul comodino aveva ancora le bozze dell’ultimo romanzo, “Les illusions fertiles”.

 

Lo psichiatra Mahfoud Boucebci, vicepresidente dell’Associazione internazionale per la psichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza, venne accoltellato a morte il 15 giugno 1993 all’ingresso dell’ospedale in cui lavorava, ad Algeri. Poco dopo il sociologo Mohamed Boukhobza fu legato e sgozzato davanti alla figlia nel quartiere Telemly, ad Algeri. Poi fu la volta del giornalista Omar Ourtilane che aveva diretto il giornale in lingua araba El Khabar, di editorialisti di primo piano come l’inimitabile Saïd Mekbel e del redattore del giornale Le Soir d’Algérie Yasmina Drissi. Un totale di sessanta giornalisti sono stati uccisi da gruppi armati fondamentalisti tra il 1993 e il 1997, secondo il libro appropriatamente intitolato “Inchiostro rosso”.

 

“Coloro che ci combattono con una penna devono morire di spada”, aveva ordinato il Gruppo armato islamico.

 

In Sudan Mohammed Taha, l’unico intellettuale islamico anti fondamentalista, venne impiccato nella pubblica piazza nel 1985 per aver protestato contro l’adozione della sharia da parte del presidente Jaafar al Nimeiri. Nei suoi scritti e nelle sue conferenze, Taha proponeva una società multiculturale e multiconfessionale, guidata non dall’imperativo giuridico della sharia, bensì da quello etico di un islam aperto e cosmopolita, nel quale fosse abolito il principio del jihad. Taha dovette compiere un’operazione ardita: scardinare il dogma del Corano increato per riprendere la tradizione del movimento mutazilita, che sosteneva l’obbligo della continua interpretazione del testo sacro e ne contrastava la lettura formale. Nel 1951, nel suo testo più noto “Il secondo messaggio dell’islam”, Taha aveva confutato apertamente il dogma del Corano eterno, le cui parole sarebbero preesistite allo stesso Profeta Maometto. A causa delle idee espresse in questo saggio, già nel 1965 Taha era stato rinviato a giudizio davanti a un tribunale sharaitico. Al processo, al quale non si era presentato, i giudici lo avevano condannato in absentia per apostasia, gli avevano imposto d’ufficio il divorzio dalla moglie e avevano ordinato il ritiro dei suoi libri. Nel 1985 il giudice al-Mikashfi dichiarò Taha colpevole e lo condannò a morte a meno che non avesse ritrattato le proprie idee e si fosse pentito.

 

Poi ci sono quelli che, per non finire come i colleghi che abbiamo citato, sono diventati invisibili. Come Sayyid al Qemny, un famoso intellettuale egiziano noto come il “Voltaire arabo” (è l’Economist a ribattezzarlo così) per le sue critiche al mondo islamico. I fondamentalisti islamici avevano affisso il suo nome sulle porte di molte moschee. Nel 2005 Qemny ha annunciato il proprio “pentimento e dissociazione da tutte le blasfemie scritte”, nonché la decisione di “rinunciare alla scrittura definitivamente”. Nella lista con Qemny ci sono il poeta yemenita Abdel Aziz al Maqaleh, reo di essere un promotore dell’innovazione poetica, e il marocchino Muhammad Abed al Jabri, reo di “essere un nemico dell’islam” solo perché propone una critica della ragione araba e una rinascita “averroista”. Scampò per un pelo alla furia degli integralisti, colpito da numerose coltellate, il Balzac egiziano, Naguib Mahfouz, premio Nobel per la Letteratura ma troppo tollerante verso cristiani ed ebrei, troppo laico, troppo acceso nel suo solitario illuminismo arabo.

 

Nell’Iraq post Saddam, i terroristi islamici e al Qaida hanno assassinato decine di accademici e intellettuali che, con le loro attività o le loro idee, osteggiavano il fondamentalismo islamista. Oltre ottanta gli studiosi assassinati nella sola università principale di Baghdad. Come il capo dell’Unione dei professori, Essam al Rawi, assassinato all’uscita di casa. Come Najdat al Salihi, professore di Psicologia alla Mustansiriya University, ritrovato con un proiettile nel cranio sul ciglio di una strada. “L’uccisione degli intellettuali ha uno scopo molto chiaro – dissero dall’Iraqi Committee for Sciences and Intellectuals –: svuotare la terra di Babilonia, la terra di tutte le civiltà da ottomila anni…”. Al Qaida ha “sistemato” uno dei più noti calligrafi del mondo islamico. Si tratta di Khalil al Zahawi, il principale cultore dell’arte della scrittura in caratteri arabi classici in tutto l’Iraq. Per studiare con questo celebre calligrafo gli studenti arrivavano da tutto il medio oriente. Chiunque volesse essere considerato un esperto nell’arte calligrafica aveva bisogno della sua approvazione.

 

[**Video_box_2**]In Iran, l’elenco degli intellettuali islamici assassinati si ingrossa di anno in anno. Rahim Safavi, capo dei pasdaran integralisti, lo aveva promesso: “Dovremo tagliare la gola a qualcuno e la lingua a qualche altro”, e fu di parola: Mohammed Puyandeh, scrittore, strangolato. Madjid Sharif, scrittore, ucciso. Daryiush Foruhar, pugnalato a morte e mutilato insieme alla moglie Parvaneh. Mohammed Mokhtari, poeta e linguista, strangolato. Ebrahim Zalzadeh, scrittore, assassinato. A Rahman Hatefi, romanziere e giornalista, tagliarono le vene in carcere e poi lo lasciarono morire dissanguato. A Mehdi Shokri cavarono gli occhi, perché aveva scritto un poema beffardo in cui sosteneva che l’immagine di Khomeini era apparsa in una luna piena. Quasi tutti avevano firmato il manifesto del 1994 che si batteva per la ricostituzione dell’Associazione degli scrittori, sciolta dal clero islamico.

 

In Turchia, uno dei giornalisti e scrittori laici più rispettati del paese, Ugur Mumcu, è stato ucciso a colpi di arma da fuoco per strada. I fondamentalisti islamici hanno rivendicato l’attentato. Poi, una trentina di esponenti della cultura laica della Turchia, riunitisi per una conferenza nella città turca di Sivas, hanno perso la vita in un incendio appiccato da una banda di fondamentalisti islamici che li accusavano di essere “atei” e quindi, secondo la logica dei fanatici, meritevoli di bruciare vivi. Come Aziz Nesin, uno scrittore e giornalista del quotidiano di sinistra Aydinlik, un uomo sulla “lista nera” degli integralisti islamici. Usciti dalla moschea dopo la preghiera, migliaia di fedeli musulmani assediarono l’hotel in cui scrittori e intellettuali si erano riuniti per commemorare il poeta Pir Sultan Abdal, impiccato nel XVI secolo perché sostenitore della rivolta contro l’oppressione ottomana. Nel rogo persero la vita numerosi poeti, scrittori, musicisti, intellettuali. Chi è morto asfissiato. Chi bruciando come una torcia. Fuori, i fanatici continuavano a scandire slogan e a scagliare sassi contro chi cercava di sfuggire al rogo. Morirono bruciati vivi Asim Bezirci, storico della letteratura, Metin Altiok e Behcet Aysan, i poeti della nuova generazione.
La mattanza religiosa dei fondamentalisti islamici è stata dunque preceduta da questa razzia mentale, ideologica, anti volterriana. Woland, il diavolo di Bulgakov ne “Il maestro e Margherita”, diceva che “i manoscritti non bruciano”, a testimoniare la sopravvivenza della grande letteratura a un destino di distruzione. I fanatici islamici invece sembrano esserci riusciti. E di questo loro rogo purificatore in nome di Allah paghiamo adesso le conseguenze.

Giulio Meotti

Giulio Meotti

Lavora al Foglio dal 2003. Si è laureato in Filosofia. Ha scritto per il Wall Street Journal. È autore di quattro libri su Israele, alcuni tradotti in più lingue. È sposato. Ha due figli.

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