Uccisi gli attentatori di Charlie e molti civili. Sei questioni nuove su chi ci attacca

Daniele Raineri

Alla fine dei tre giorni di Parigi ci sono anche sei nuove questioni, che tentano di avvertirci che le condizioni sono cambiate, c’è una nuova normalità poco normale con cui fare i conti, e saranno pane quotidiano per i servizi d’intelligence, che mai come oggi sembrano piccoli e inadeguati di fronte a queste rappresaglie a sorpresa.

Un gruppo di fuoco di tre persone ha massacrato la redazione del giornale satirico Charlie Hebdo a Parigi, s’è separato e ha imboccato vie di fuga diverse, da una parte ha portato a spasso per la campagna francese quasi centomila poliziotti e militari, dall’altra ha ucciso un’agente all’alba successiva nel sud della città, il terzo giorno s’è asserragliato nel capannone di una tipografia in campagna Dammartin-en-Goële e ha preso in ostaggio i clienti, una decina, di un supermarket ebraico in città, a Porte de Vincennes. I siti del jihad chiamano quest’azione “ghauzia baris”, la scorreria di Parigi (ghauzia: poi in lingua italiana è diventato “razzia”). Questa è una versione, data dal Nouvel Obs.

 

Altri giornali e le televisioni hanno invece una versione differente, sorretta da due telefonate fatte ai jihadisti assediati (un reporter ha avuto l’idea di chiamare i telefoni fissi dei due posti circondati). Quelli chiusi nella tipografia di Dammartin hanno detto – con voce calma –  di essere affiliati ad al Qaida nello Yemen e di agire secondo un piano di rappresaglia ideato anni fa; quello dentro il supermarket dice di conoscere i due ma di avere agito non assieme a loro, piuttosto con una divisione dei compiti: “A loro Charlie Hebdo, a me la polizia”, ha detto, e poi ha sostenuto di fare parte dello Stato islamico, il gruppo guidato da Abu Bakr al Baghdadi (ma questa parte non si sente nella chiamata al telefono, è la tv a dirlo). Le forze speciali francesi (i temuti GIGN) hanno fatto due irruzioni sincronizzate in entrambi i posti poco prima del calare del buio, hanno ucciso i due, i fratelli Said e Chérif Khouaci e il terzo uomo, Amedy Coulibaly. Alle sei di sera del teroz giorno, oltre a loro ci sono almeno altri diciassette morti e alcuni feriti gravi.

 

Alla fine dei tre giorni di Parigi ci sono anche sei nuove questioni, che tentano di avvertirci che le condizioni sono cambiate, c’è una nuova normalità poco normale con cui fare i conti, e saranno pane quotidiano  per i servizi d’intelligence, che mai come oggi sembrano piccoli e inadeguati di fronte a queste rappresaglie a sorpresa. Ecco le sei questioni su chi attacca in Francia (ma vale anche per altri paesi): sono troppi, pensano a lungo termine, si muovono a loro agio in ampie zone grigie, si fanno quattro risate del cosiddetto “modello Yemen contro il terrorismo”, sanno fare propaganda di impatto, stanno facendo la guerra per risollevare il nome di al Qaida, da ultimo in ribasso, o per tenere alto – come in una competizione – il nome dell’altro gruppo, lo Stato islamico. Vediamole meglio.

 

Gli aggressori potenziali sono troppi. “Il problema che ci troviamo di fronte è che anche se non ci sono così tanti musulmani radicalizzati in Francia, ce ne sono comunque abbastanza da rendere difficile seguire fisicamente chiunque abbia un profilo sospetto”, ha detto al New York Times Camille Grand, un ex funzionario dei servizi francesi che ora dirige un gruppo di consulenza. “Una cosa è origliare le telefonate o controllare i viaggi, un’altra è mettere qualcuno sotto sorveglianza fisica permanente, o anche soltanto ascoltare le conversazioni al telefono di così tante persone”. Un altro esperto del centro francese per l’antiterrorismo, Jean-Charles Brisard, dice: “Semplicemente non ci sono abbastanza poliziotti e agenti dei servizi segreti per stare alle calcagna di tutti quelli che finiscono in prigione – e ci sono anche quelli che non ci finiscono – Le autorità hanno tenuto sott’occhio Chérif Kouachi per un po’, poi si sono convinte che non fosse una minaccia, o che fosse bassa, e avevano altre priorità. Questa disattenzione forzata vale per i fratelli Kouachi, che forse sono riusciti ad andare anche in Siria nel frattempo, e prima è valsa per altri attentatori – come Mohammed Merah, che andò in Pakistan per mesi e si procurò armi d’assalto anche se era già finito sotto la sorveglianza dell’intelligence francese.

 

Gli aggressori pensano a lungo termine. I due fratelli si preparavano da anni a questa operazione. La sorveglianza attorno a Charlie Hebdo ormai si era allentata, l’automobile che piantonava il portone dell’edificio della redazione era stata assegnata ad altri servizi e i due agenti di guardia mercoledì erano al piano di sopra, distratti, sono scesi quando hanno sentito le prime raffiche. Come diceva però l’ideologo più famoso di al Qaida in Yemen, l’americano Anwar al Awlaki: “Questa polvere non si posa mai”. E’ in molte pagine di Inspire, la rivista in inglese del gruppo. Lo diceva per rimarcare che gli obiettivi restano tali per sempre, non c’è ritrattazione religiosa, non c’è possibilità di perdono umano, non c’è riconciliazione politica. Una volta lanciato il programma d’attacco, è soltanto questione di tempo e di fede, e c’è abbondanza di entrambi.

 

Gli aggressori si muovono in aree grigie. Un mese fa i vicini di Said e Chérif hanno forzato la porta dell’appartamento al quarto piano a Gennevilliers, quartiere a nord di Parigi. Una donna che parla soltanto arabo racconta al sito Globe and Mail che lei e il marito erano preoccupati, sentivano troppe preghiere attraverso i muri a ogni ora del giorno, temevano che si stesse preparando qualcosa di pericoloso. Eppure i due fratelli in moschea erano molto tranquilli e riservati, hanno avuto da dire con l’imam soltanto una volta, dopo che quello durante una predica aveva dato indicazioni su come votare, avevano protestato, non si deve parlare di politica – i gruppi del jihad sono contro le elezioni. Il marito e un amico idraulico entrano, trovano un arsenale, ma i due fratelli rientrano in casa e inchiodano l’uomo contro il frigorifero, chiedono il silenzio assoluto su quello che ha scoperto: “Vero che non ci tradirai?”. L’uomo acconsente, non dice nulla, copre la cellula jihadista della porta accanto.

 

[**Video_box_2**]Il modello yemenita. Quando a settembre il presidente americano Barack Obama ha parlato della sua strategia contro lo Stato islamico in Iraq ha detto che avrebbe agito come già fatto in Yemen e Somalia, “due modelli da copiare per la lotta al terrorismo”. Collaborazione con gli eserciti locali e con le intelligence, aiuti militari a profusione e quando non basta qualche attacco con i droni. Non è mai sembrato un modello solidissimo, ma ora è venuto fuori che uno dei due fratelli si è addestrato per mesi con al Qaida nello Yemen, è lì che ha imparato a usare le armi (bene come si vede nei video dell’assalto al giornale), e secondo l’intelligence yemenita ha anche incontrato il già citato Anwar al Awlaki. Uno dei due fratelli raggiunto al telefono dalla tv francese ha detto che l’intero piano di vendetta contro Charlie Hebdo è stato fatto assieme ad Awlaki, ucciso da un drone americano nel settembre 2011, è che lui è il finanziatore dell’operazione (“la polvere non si posa mai”). Poi il francese è stato buttato fuori dal paese, dopo una grande retata ordinata dal governo, che voleva sbarazzarsi degli studenti stranieri che potevano approfittare del loro soggiorno per entrare in contatto con i gruppi estremisti. A novembre scorso altri due studenti francesi sono stati espulsi per sospetti contatti con il jihad. Se la strategia di contenimento della lotta armata islamista in Iraq e altrove passa per questo piano, non funziona.

 

Un altro punto è il sospetto che esista un video dell’attacco al Charlie Hebdo. Mohammed Merah, il giovane di Tolosa che uccise sette persone nel marzo 2012, aveva comprato una piccola videocamera GoPro – sono quelle che si possono montare sul casco dei ciclisti, per avere una ripresa spettacolare in soggettiva. Filmava gli attacchi, ed ebbe anche il tempo di spedirli ad al Jazeera, ma non sono mai usciti per decisione della rete del Qatar. Nella macchina abbandonata dopo l’assalto al giornale è stata trovata una camera GoPro ancora imballata nella scatola – di riserva? – e uno dei due attentatori su Facebook dice di essere fan della GoPro (il suo account ora è chiuso).

 

Sesta questione. Durante i tre giorni dell’attacco, i due grandi gruppi della guerra santa, al Qaida e lo Stato islamico, hanno taciuto senza rivendicare un attacco che è stato seguito minuto per minuto su tutte le televisioni. Per questo non è ancora chiaro fino a che punto sono coinvolti, ma nel primo caso c’è una volontà di ritornare al centro della scena, nel secondo di restarci. C’è una competizione interna al jihad e l’occidente è un campo da gioco prestigioso.

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  • Daniele Raineri
  • Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione. Segui la pagina Facebook (https://www.facebook.com/news.danieleraineri/)