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#JESUISNONSISACHI

Servizi segreti impaludati. Lutto. Staffetta Parigi-Boko Haram. Segni di resipiscenza in occidente e un segno dei tempi dal Cairo: la “rivoluzione” del generale Al Sisi

8 Gennaio 2015 alle 06:30

#JESUISNONSISACHI

Higher level of counter-violence, livello più alto di contro-violenza: qui lo diciamo da tempo in forma forse meno pudica e apparentemente iperbolica (violenza incomparabilmente superiore). Ma ora il medesimo concetto lo leggiamo, per la firma di uno dei maggiori suoi editorialisti, George Packer, sulle colonne del New Yorker, giornale liberal di rinomanza mondiale. In genere bastiamo a noi stessi, e con l’aiuto del Wall Street Journal avanziamo pure, ma evidentemente la questione è posta anche a partire da pregiudizi o ipotesi diversi dai nostri. Tuttavia: che cosa significa una violenza incomparabilmente superiore come risposta alla guerra santa islamista contro di noi? Che formula è mai?

 

E’ formula culturale, politica, civile, militare e tecnologica. La lagna islamofila e pseudo-occidentalista tende a essere spazzata via dalle circostanze: avessero colpito una sinagoga o una chiesa cristiana, allo strepito cerimoniale di prammatica sarebbe seguita in pochi giorni la ripresa del boicottaggio di Israele o il devastante silenzio sui crimini contro gli infedeli, all’insegna del dialogo inter-religioso per eunuchi e del pacifismo di stato, che connotano oggi le nostre società e in parte perfino la chiesa cattolica e altre denominazioni evangeliche europee (non quelle americane). Ma a essere sterminati stavolta sono gli splendidi ubriaconi della satira assoluta venuti dal cuore del ’68, supergoscisti e anarchici spavaldi ed eroici, trasformati in martiri della libertà di espressione dai kalashnikov di tre jihadisti che gridavano le loro preghiere ideologizzanti al cielo di Parigi. Così la fusillade ha messo nei pasticci quelli che l’islamofobia è sempre in divieto di sosta, quelli che le radici della violenza sono nei campi profughi palestinesi, quelli che hanno censurato le vignette di Charlie Hebdo e il film sul profeta Muhammad in nome della laicità repubblicana o della separazione tra fede e politica (il presidente francese Jacques Chirac, il presidente americano Barack Obama: e scusate se è poco), quelli che le vere vittime sono gli islamici, quelli che bisogna riunirsi in preghiera e digiuno per evitare la guerra occidentale alla Siria chimica di Assad (Papa Francesco: e scusate se è poco) eccetera. Non esprimo qui disprezzo, ma dissenso strategico.

 

Il livello più alto di contro-violenza, servizi segreti raccolta dati prevenzione e stretta repressiva capillare a parte, comincia da una presa d’atto necessaria. Abbiamo rinunciato con spocchia all’esportazione della democrazia, che doveva essere una crociata secolare come fu la sconfitta del nazi-fascismo totalitario, e stiamo importando il jihad armato; abbiamo teso la mano all’islam e abbiamo ricevuto una scarica di piombo nello stomaco dall’islamismo; stiamo tradendo Israele, e le conseguenze già si fanno sentire; abbiamo spodestato il Papa di Ratisbona, isolandone le sagge parole, e siamo rimasti senza parole, in mano ai paternoster e all’invocazione della misericordia; abbiamo confuso il multiculturalismo con la dissoluzione dell’identità occidentale, e la sharia è alle porte in Europa mentre si moltiplicano i casi di clandestinità e persecuzione e martirio del libero pensiero occidentale in occidente, dove isolate voci criminalizzate denunciano il suicidio collettivo; abbiamo favorito e protetto con argomentazioni banalmente solidariste l’immigrazione selvaggia e non abbiamo l’integrazione o anche solo una convivenza possibile e ordinata, razionale; abbiamo degradato la croce cristiana a simbolo di intolleranza islamofoba, nascondendola, e abbiamo la mezzaluna nelle moschee dominate dagli imam di ogni genere e il prosternarsi coranico sul sagrato del Duomo di Milano; abbiamo stretto un patto protocollare con l’islam che non conta e non racconta la verità, travestendolo da islam moderato, e abbiamo lasciato al generale Al Sisi, che se le cose non cambiano è il prossimo Sadat, di dire la verità, al Cairo, davanti ai dotti della teologia coranica, sulla necessità di una rivoluzione antifondamentalista e antiletteralista nella religione-che-produce-ideologia-mortuaria e prassi terroristica per ogni dove nel mondo.

 

[**Video_box_2**]La violenza incomparabilmente superiore che riscatta è il rovesciamento integrale nel suo opposto di questo prontuario della resa, della rassegnazione, della sfiducia. Non dobbiamo più essere divisi tra chi denuncia il rischio dell’islamismo e chi combatte l’islamofobia, percorso sicuro per una sconfitta che farà epoca. Dobbiamo nelle parole e nelle cose almeno metterci al livello di un generale egiziano che ha visto al lavoro il governo islamico-moderato dei Fratelli musulmani e che ha saltato il fosso non della fede ma dell’ideologia alla quale l’intera umma islamica è oggi vincolata, come lui stesso afferma: una ideologia, ha detto Al Sisi davanti ai dotti di Al Azhar il primo gennaio 2015, che fa dell’islam un nemico mortale dell’umanità, un soggetto di un miliardo e mezzo di persone che si batte per annichilire il resto dell’umanità. Non solo George Packer, ma il capo dello stato politicamente più importante dell’area arabo-islamica, chiede letteralmente una “rivoluzione” contro l’ideologia islamista. Un livello più alto di contro-violenza è dunque necessario.

Giuliano Ferrara

Giuliano Ferrara

Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.

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