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L’ossessione Corano

Da Lévi-Strauss a Garaudy, gli intellettuali francesi assillati e affascinati dal canto del muezzin. Renaud Camus ebbe una folgorazione in visita alla casa di Mauriac, dove vide le periferie francesi piene di donne velate.

8 Gennaio 2015 alle 10:05

L’ossessione Corano

Roma. In tutti i loro scritti c’è un intreccio di presentimento del disastro e di umorismo, di noia e di apocalissi, di cafard e di straordinaria allegrezza. Hanno tutti uno sguardo nero, notturno, fino al nichilismo. E’ la Francia ossessionata dall’islam, che in questi giorni ha il volto del romanzo “Sottomissione” di Michel Houellebecq e della strage dentro la redazione di Charlie Hebdo. Nel 1979 era stato un altro scrittore parigino, anche lui un pessimista che coltivava decadenze come Emil Cioran, a immaginare l’islamizzazione della Francia. “I francesi non si sveglieranno fino a quando la cattedrale di Notre Dame non sarà diventata una moschea”, scriveva Cioran. E ancora: “La tolleranza è diventata civetteria d’agonizzanti”. Un giorno Cioran scende nella metropolitana di Parigi e ne esce con due pagine (poi inserite da Gallimard in un libro) sulla fine della Francia, paragonata alla Roma imperiale travolta dai barbari. “Istituzioni, associazioni e civiltà si differenziano per durata e significato”, scriveva Cioran. “Nella metropolitana, una sera, ho guardato con attenzione attorno a me, erano tutti stranieri. Lo stesso spettacolo a Londra (…) Una volta che un popolo ha completato la missione storica che doveva incarnare non ha più alcuna ragione per preservare la propria differenza. Dopo aver governato entrambi gli emisferi, gli occidentali sono pronti a diventare lo zimbello, spettri condannati a una condizione di emarginati, gli ultimi bianchi”.

 

Cioran era convinto che la civiltà occidentale stesse andando alla sua sconfitta, e che questo declino fosse dovuto alla sua raffinata inattività, al suo stile di vita sublime. “Tutte le società dedite alla perfezione si estenuano e muoiono”, scrive Cioran. Alle tesi di Cioran si sarebbe ispirato molti anni dopo Alain Léger, lo scrittore francese autore del bestseller “Tartuffe fait Ramadan”, il Tartufo, la maschera del francese ipocrita, che fa ormai Ramadan una volta al mese. Léger aveva scelto questo incipit folgorante per il libro: “Uno spettro velato ossessiona la Francia e questo spettro, siccome le cose vanno chiamate con il loro nome, non è altro che l’islam”. Poi quel grido: “Le tenebre verdi avanzano. E io dico: basta! La sola minoranza a cui è negato il diritto di difendersi è l’eterosessuale bianco, ricco e colto”.

 

Nel suo precedente romanzo, “Ali il Magnifico” (in Italia uscito per Feltrinelli), Léger aveva fatto le veci di un “beur” (arabo, in gergo francese) che aveva letto Rimbaud e Proust, che dal carcere aveva scritto un libro contro la società occidentale atea e coi suoi spot e slogan pubblicitari, contro i media con i suoi miti di successo e del denaro, che lo eccitavano e frustravano al tempo stesso.

 

Ben prima di Michel Houellebecq, Léger aveva rivendicato allo scrittore il diritto di sfondare il muro del politicamente corretto raccontando e inventando fatti e misfatti di musulmani e omosessuali: “Il dovere di un artista è quello di resistere alla dittatura dello sdolcinato”, aveva scritto Léger, che si è suicidato due anni fa, a sessantasei anni, buttandosi dalla finestra come avevano fatto altri intellò francesi e precedendo nel gesto Dominique Venner, lo storico premiato dall’Académie française e sulle cui riviste scrivevano storici come Max Gallo. Venner si è ucciso proprio dentro alla cattedrale di Notre Dame, reazione ossessiva alla “mala educación” zapaterista germogliata sulle macerie delle bombe di Madrid l’11 marzo 2004. Quel colpo di pistola alla tempia è stato quasi un inveramento della profezia di Cioran.

 

Alla fine della sua vita era ossessionato dall’islam anche uno degli ultimi giganti della cultura francese ed europea, Claude Lévi-Strauss, antropologo e filosofo, “la pietra miliare nella conoscenza dell’uomo” secondo Simone de Beauvoir. Nell’ottobre del 2002, in un’intervista al settimanale Nouvel Observateur, Lévi–Strauss affermò che “siamo contaminati dall’intolleranza islamica”. “Tristi tropici”, il suo libro più celebre, del 1955, conteneva già una messa in guardia dell’islam all’insegna di una nota apocalittica dominante (“il mondo è cominciato senza l’uomo e finirà senza di lui”). Ma fu nel 1985 che lo studioso mise in chiaro la sua visione apologetica dell’occidente: “Ho cominciato a riflettere in un’epoca in cui la nostra cultura aggrediva altre culture e a quel tempo mi sono eretto a loro difensore e testimone. Oggi ho l’impressione che il movimento si sia invertito e che la nostra cultura sia finita sulla difensiva di fronte a minacce esterne, fra le quali figura probabilmente l’esplosione islamica. E di colpo mi sono ritrovato a essere un difensore etnologico e fermamente deciso della mia stessa cultura”.

 

E quando Michel Houellebecq fu mandato a processo nel 2002 per alcune sue intemerate sull’islam, Lévi-Strauss, solitamente appartato, intervenne per difendere lo scrittore: “Quello che pensavo dell’islam l’ho detto in ‘Tristi Tropici’. Non era molto lontano da ciò per cui fanno oggi un processo a Houellebecq”. Quest’ultimo fu assolto in tribunale. Poi tocca proprio al direttore di Charlie Hebdo, Philippe Val essere costretto a difendersi per aver pubblicato sul suo giornale le vignette danesi su Maometto. Il prossimo ad andare a processo sarà Ivan Rioufol, firma di punta del quotidiano Figaro, dove tiene la rubrica “Le bloc notes”. Rioufol dovrà difendersi dall’accusa rivoltagli dal “Collettivo contro l’islamofobia” per aver criticato la campagna “Nous sommes la nation”, che aveva usato il dipinto del giuramento di David nella sala della Pallacorda, il quadro emblema della Rivoluzione francese. Solo che al posto dei Montagnardi c’erano gli islamisti.

 

Entrambi, Cioran e Lévi-Strauss, sentivano venire meno “l’antico modo di essere francese” come lo avrebbe chiamato Renaud Camus, anche lui romanziere assediato dall’islam, candidato fra gli immortali dell’Académie française, autore dei “Tricks”, il libro-culto della cultura gay occidentale prefato da Roland Barthes, l’amico di mostri sacri della cultura francese come il “poeta rosso” Louis Aragon. Come Cioran nella metropolitana, Camus ebbe una rivelazione nella Val-d’Oise, visitando la casa di François Mauriac, dove vide le periferie con le donne islamiche velate, cosicché “con l’immigrazione di massa la Francia si trova ad affrontare lo choc più profondo, il più radicale nelle sue conseguenze, che sia stato conosciuto da quindici o sedici secoli”.

 

In un discorso pronunciato il 18 dicembre 2010, Camus aveva osato esporre le sue tesi sul “Grand Remplacement”, la grande sostituzione del popolo francese e sul totalitarismo soffice dell’islam. Drôle de France al centro adesso del romanzo di Houellebecq. Mosca bianca e scandalosa della cultura francese, Camus osserva oggi la Francia dalla cima del suo castello di Plieux, “fatto per resistere e non per piacere”, situato su un promontorio in un remoto angolo del Gers, la terra che ha dato i natali a D’Artagnan. 

 

Questa “ossessione della perdita”, come è stata definita, agiterà anche le pagine di “Langue fantôme”, il saggio dell’editor di Gallimard Richard Millet, il pamphlet più discusso e attaccato del 2012 sulla “disperazione europea” di fronte al “nichilismo multiculturale”, sulla “perdita di identità”, sulla “denatalità” e l’“irénique fraternité”, dove Millet denuncia “la visione lenitiva di un ‘esotismo’ a domicilio, dietro il quale ci si rifiuta di considerare che il canto del muezzin sancirebbe la morte della cristianità”. Della sfida islamica Millet non conosce interpretazioni, ma pensa che sotto il minareto non ci sia soluzione di continuità tra moderazione e terrore, ma solo diversi gradi d’intensità in direzione del califfato. 

 

E’ assillato dall’islam il gauchiste Maurice Dantec, l’autore cult della mitica Série noire della Gallimard, provocatore e irregolare di professione baciato dal successo, che ha vinto premi su premi, che si è debitamente approfittato del nichilismo occidentale, salvo poi definire l’occidente “irresistibilmente condannato” e aver messo in guardia contro “le bestie selvagge delle periferie francesi”, stigmatizzando la violenza e l’islamizzazione dei ghetti delle banlieue. Per questo Dantec fu attaccato da Libération che titolò: “E’ passato alla destra” e fu linciato in prima pagina dal Monde. Dantec rispose attaccando “la stampa asservita” e i “petis neocollabos frachouillards”.

 

E se due personaggi tra loro così diversi, come Philippe Sollers, scrittore ed editor di Gallimard, e l’accademico di Francia Jean d’Ormesson hanno concluso che l’integrazione di milioni di musulmani è impossibile per la natura “militante” della loro religione, di recente la Francia era stata scossa, oltre che dal saggio “Le Suicide français” di Eric Zemmour, anche dall’ultimo libro del filosofo Alain Finkielkraut, “L’identité malheureuse”, l’identità infelice sospesa fra islam e laicità. Si arriva ai saggi di Robert Redeker, il professore di Filosofia di Tolosa condannato a morte dall’islamismo per un articolo sul Figaro pochi giorni dopo l’epocale discorso di Benedetto XVI a Ratisbona. E’ proprio Redeker uno dei protagonisti del romanzo di Houellebecq sotto il nome di “Robert Rediger”, che ottiene di poter riavere la sua cattedra di insegnante convertendosi all’islam.

 

[**Video_box_2**]L’incontro fra la cultura francese e l’islam ha portato dunque a grandiosi casi di rigetto letterario. Ma anche a straordinari casi di fascinazione e conversione all’islam, come quelli di Michel Foucault e di Roger Garaudy. Foucault, che definì Khomeini “un santo”, fu il più noto intellettuale europeo succube della sbornia khomeinista. “La storia”, scriveva Foucault, “ha posto in fondo alla pagina il sigillo rosso che autentica la rivoluzione. La religione ha svolto il suo ruolo di sollevare il sipario; i mullah ora si disperderanno in un grande volo di abiti neri e bianchi. La scena cambia. L’atto principale sta per cominciare”.

 

E poi Roger Garaudy, il filosofo, autore di decine di libri, già intellettuale cattolico e comunista, eterno eretico, poi presidente degli “islamici d’Europa”. Aveva frequentato i cattolici conciliari, l’Abbé Pierre dei Chiffonniers d’Emmaüs era suo amico, padre Ernesto Balducci pubblicava ad Assisi i suoi libri in italiano. Poi la conversione all’islam. Garaudy pregava sempre al fianco di Issam Attar, l’ex capo dei Fratelli musulmani, fuggito ad Aquisgrana dalla Siria. A Teheran, l’intellettuale errante scopre che il chador è la risposta allo striptease e che il mormorio della preghiera è la risposta al chiasso del rock’n’roll.

 

Con Michel Houellebecq siamo tornati lì. Al clivage della decadenza e della conversione, del cafard e del Corano. Al loro incontro si è consumata la strage alla rivista più corsara e libertina di Francia.

Giulio Meotti

Giulio Meotti

Lavora al Foglio dal 2003. Si è laureato in Filosofia. Ha scritto per il Wall Street Journal. È autore di quattro libri su Israele, alcuni tradotti in più lingue. È sposato. Ha due figli.

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