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Pulpito sbadiglio

Spiegare le Scritture, svegliare i fedeli. Fare la predica è il lavoro più importante dei preti e nessuno lo sa più fare. Papi in allarme. Per il card. Spidlik, “la chiesa ha posto il Credo dopo l’omelia per invitarci a credere nonostante ciò che abbiamo ascoltato”.

4 Gennaio 2015 alle 06:26

Pulpito sbadiglio

“Via queste omelie interminabili, noiose, delle quali non si capisce niente!”, diceva Papa Francesco ai rappresentanti del clero riuniti ad Assisi nell’ottobre del 2013

“Il testimone è colui che vive per primo il cammino che propone”. (Benedetto XVI)

 

Il miracolo della chiesa è di sopravvivere ogni domenica a milioni di pessime omelie”, disse una volta il cardinale Joseph Ratzinger passando mentalmente in rassegna uno dei grandi punti dolenti della chiesa, l’incapacità dei suoi ministri di predicare bene. Qualità rara, ben pochi sono in grado di tenere alta l’attenzione dei fedeli spiegando, spesso per sommi capi, i contenuti delle Scritture. E anche i migliori, a volte, incappano in qualche défaillance. Perfino san Paolo, che gli Atti degli apostoli presentano come il più intrepido e audace predicatore di Cristo “sino agli estremi confini della terra”, ogni tanto la tirava troppo alla lunga, al punto che “un ragazzo di nome Eutico, seduto alla finestra, mentre Paolo continuava a conversare senza sosta, fu preso da un sonno profondo; sopraffatto dal sonno, cadde giù dal terzo piano e venne raccolto morto”. Il punto è che la grande maggioranza delle omelie pronunciate dai pulpiti o, più spesso, dagli amboni, sono perle di rara bruttezza. Se ne rendeva perfettamente conto perfino un insigne principe della chiesa come il cardinale Tomas Spidlik, convinto che “il motivo per cui la chiesa ha posto il Credo dopo l’omelia è per invitarci a credere nonostante ciò che abbiamo ascoltato”. La pensava così pure Yves Congar, che notava come “in Francia, nonostante oltre trentamila prediche ogni domenica, c’è ancora fede”. E’ sufficiente fare il giro di qualche parrocchia, la domenica mattina, da nord a sud della penisola, per accorgersi dello stato desolante della predicazione.

 

Non è un problema nuovo, di oggi, visto che già Paolo VI, nell’enciclica Ecclesiam suam promulgata un anno dopo l’elezione al Soglio di Pietro, scriveva che “dobbiamo ritornare allo studio non già dell’umana eloquenza, o della vana retorica, ma della genuina arte della parola sacra. Dobbiamo cercare le leggi della sua semplicità, della sua limpidezza, della sua forza e della sua autorità per vincere la naturale imperizia nell’impiego di così alto e misterioso strumento spirituale, qual è la parola”. E questo perché “la predicazione è il primo apostolato”. Servirebbero preparazione e studio, invece oggi si tende a improvvisare, ponendo sconfinata fiducia sulle proprie doti oratorie: “Quella dell’improvvisazione è, forse, la piaga principale dell’omelia, la causa più diffusa dei suoi fallimenti”, scrive Adriano Zanacchi, docente all’Università per stranieri di Perugia, all’Università pontificia salesiana e alla Sapienza nel libro “Salvare l’omelia” (Edizioni Dehoniane Bologna). C’è oggi la tentazione, sottolinea, ad “abusare di un particolare significato del termine ‘omelia’ indicato dai dizionari”, e cioè “di parlare per immediata ispirazione confidando indebitamente nello Spirito Santo come surrogato della dovuta preparazione”. Un po’ come accade all’atteggiamento degli “studenti impreparati che vanno ad accendere un cero davanti all’immagine di qualche santo nel giorno dell’interrogazione”.

 

Non serve fare come il santo curato d’Ars, che passava le notti in sacrestia meditando omelie efficaci attraverso le quali inculcare alle duecento anime del povero villaggio francese i fondamenti del catechismo dopo gli sconvolgimenti rivoluzionari e controrivoluzionari che avevano portato alla chiusura di centinaia di parrocchie su tutto il territorio nazionale. A forza di presentare le vite dei santi nella forma più semplice possibile, di parlare di Inferno e Regno dei Cieli con parole comprensibili lontane dal dotto latinorum che san Vianney poco e male padroneggiava, i suoi parrocchiani divennero tra i più esperti conoscitori delle vicende bibliche, anche a decenni di distanza da quelle severe e brevi lezioni mattutine. Certo, pur senza passare nottate seduti al tavolo da studio, le Scritture del giorno sarebbe opportuno conoscerle, così da non fare come quel misterioso vescovo – scrive Zanacchi – “che nell’imminenza della celebrazione chiedeva a chi lo assisteva quali fossero le letture del giorno”. La scarsa preparazione non è tipica solo delle domeniche del tempo ordinario, magari estive, quelle cioè dove la partecipazione dei fedeli è bassa e distratta e quindi il sacerdote può anche improvvisare qualche parola sul momento. No, accade anche nelle Solennità più importanti, compresa la Pasqua di Resurrezione, quando può capitare di sentire il sacerdote infarcire un discorso di venticinque minuti con una serie di “dunque”, “ecco”, “allora”, “cari fratelli e sorelle” e passare dalla constatazione che il Cristo-è-risorto-alleluja a quanto lavorò il giovane Karol Wojtyla nella Polonia comunista, e così pure Angelo Roncalli nei suoi difficili anni tra la Bulgaria e la Turchia. Il trait d’union di tutto ciò? Il fatto che una settimana dopo Pasqua ci sarebbe stata la duplice canonizzazione di Giovanni Paolo II e Giovanni XXIII, spiegava il sacerdote in questione.
In effetti, “molte omelie improvvisate finiscono per mancare, frequentemente, di un filo conduttore, per condurre alla banalizzazione del discorso, alla sua superficialità e dispersività, alle frasi fatte, alle parafrasi abborracciate delle letture appena sentite, alle esortazioni astratte, ripetitive, all’assenza di agganci concreti e forti alla vita dei fedeli e alla realtà in cui vivono tutti i giorni”, sottolinea ancora Zanacchi. Del problema è ben consapevole il Papa regnante, Francesco, che appena insediatosi in Vaticano ha rotto con la tradizione decidendo di tenere ogni mattina, all’alba e nella cappella del residence dove ha scelto di abitare, una messa con gruppi di invitati che possono sentire così dalla sua voce l’omelia basata sulle letture del giorno. Parole che vengono poi riprese dalla Radio Vaticana e dall’Osservatore Romano. Una cosa che mai era accaduta prima. Ed è stato lui, Bergoglio, a tuonare più d’una volta contro la “brutta predica”. Ad Assisi, incontrando il clero, le persone di vita consacrata e i membri dei consigli pastorali, parlando del sacerdote si domandò “come può predicare se prima non ha aperto il suo cuore, non ha ascoltato, nel silenzio, la Parola di Dio? Via queste omelie interminabili, noiose, delle quali non si capisce niente. Questo è per voi!”. Sempre Francesco, nell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium, summa programmatica del pontificato, osservava che “la predicazione all’interno della liturgia richiede una seria valutazione da parte dei pastori. Mi soffermerò particolarmente, e persino con una certa meticolosità, sull’omelia e la sua preparazione, perché molti sono i reclami in relazione a questo importante ministero e non possiamo chiudere le orecchie”. Anche perché, il rischio è che qualche sacerdote, come don Sergio Mercanzin, arrivi a proporre di rendere volontario l’ascolto dell’omelia: “Si tenga alla fine della messa. Chi vuole resta”.

 

I vescovi italiani, già nell’immediato dopo Concilio, mettevano nero su bianco le regole fondamentali per impostare un’omelia di successo. Ai sacerdoti era richiesta “non la predica moraleggiante, non il fervorino untuoso e vuoto, non il pezzo più o meno retorico d’occasione, né, tanto meno, l’elucubrazione erudita, ma la vera omelia ex textu sacro, come si esprime il Concilio”. Il tutto è rimasto lettera morta. Si va dai parroci che usano l’ambone per commentare la politica quotidiana, con il date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio che diventa lo spunto per lanciare strali contro la corruzione e i corrotti dei palazzi del potere, fino a quelli che usano quei pochi minuti a disposizione per sfogarsi contro i malcapitati fedeli andati in chiesa, imbracciando metaforicamente quei bastoni di cui tanto parla Bergoglio quando biasima i preti che fanno dei confessionali una sorta di stanza dove randellare il peccatore che, probabilmente, ci penserà due volte prima di tornarci. Urgono soluzioni e dalle parti della congregazione per il Culto divino e la disciplina dei sacramenti ci stanno lavorando. Prima idea, resa nota a cavallo delle festività natalizie, pubblicare un “direttorio omiletico” che ambisce a fornire a sacerdoti e seminaristi le coordinate metodologiche e contenutistiche da metabolizzare nella fase di preparazione dell’omelia. Il che non vuol dire recarsi all’ambone con il foglietto in mano e leggere, magari in modo piatto e monotono, quanto si è scritto in precedenza o si è scaricato un’ora prima da internet. Pratica, questa, a quanto pare sempre più abituale tra i sacerdoti a ogni latitudine del globo.

 

Il ricettario perfetto non esiste, però qualche utile indicazione la si può dare, ha di recente spiegato alla Radio Vaticana Sergio Tapia-Velasco, docente alla facoltà di Comunicazione sociale presso la Pontificia Università della Santa Croce e coordinatore del corso Ars praedicandi. Bisogna, dice, “porsi le domande giuste per strutturare l’omelia. Che cosa interessa veramente i fedeli? Che cosa dice veramente il testo? Che cosa ha detto questa lettura al mio cuore? Come dice Papa Francesco, è importante non rispondere a domande che nessuno si pone: l’inter-lectio ha proprio lo scopo di interleggere, e capire che cosa dice il testo, che cosa hanno bisogno di ascoltare i fedeli e cosa ha detto il testo a me stesso. Altrimenti l’omelia risulta non autentica”. L’importante, insomma, “è di avere una domanda di partenza e poi si può strutturare il discorso seguendo la retorica classica, ma sempre attenti alle forme di comunicazione contemporanea”.

 

Mai dimenticare, però, chiariva il Papa argentino, che “l’omelia è la pietra di paragone per valutare la vicinanza e la capacità d’incontro di un pastore con il suo popolo. Di fatto – aggiungeva – sappiamo che i fedeli le danno molta importanza; ed essi, come gli stessi ministri ordinati, molte volte soffrono, gli uni ad ascoltare e gli altri a predicare. E’ triste che sia così. L’omelia può essere realmente un’intensa e felice esperienza dello Spirito, un confortante incontro con la Parola, una fonte costante di rinnovamento e di crescita”. Niente show, “l’omelia non può essere uno spettacolo di intrattenimento, non risponde alla logica delle risorse mediatiche, ma deve dare fervore e significato alla celebrazione”, scriveva ancora il Pontefice nell’Evangelii Gaudium: “E’ un genere peculiare, dal momento che si tratta di una predicazione dentro la cornice di una celebrazione liturgica”. Proprio per questo, “deve essere breve ed evitare di sembrare una conferenza o una lezione. Il predicatore può essere capace di tenere vivo l’interesse della gente per un’ora, ma così la sua parola diventa più importante della celebrazione della fede. Se l’omelia si prolunga troppo, danneggia due caratteristiche della celebrazione liturgica: l’armonia tra le sue parti e il suo ritmo”. La Conferenza episcopale italiana s’era messa all’opera già nel 2012, con l’iniziativa “ProgettOmelia”, un programma che si ripropone di insegnare l’arte della proclamazione liturgica. Ventincinque sacerdoti che si sottoporranno a lezioni studiate ad hoc e che, soprattutto, accetteranno le valutazioni critiche degli osservatori. Scriveva il vescovo di Alghero-Bosa, mons. Mauro Maria Morfino, che “il malessere cresce quando l’assemblea è costretta a subire pesanti debolezze. La non logicità obiettiva del discorso, la povertà dei contenuti reali, la deriva moralistica, la scarsità della qualità religiosa influiscono in modo determinante”.

 

[**Video_box_2**]Qualche anno fa, della questione s’era interessato anche il vicario della diocesi di Verona, don Mario Masina, autore di un denso volumetto intitolato “Il manuale del predicatore”, ossia “tutto quello che un prete dovrebbe sapere per non annoiare i suoi fedeli”. Già l’introduzione spiega bene la portata drammatica del problema: “Domenica. In ogni chiesa, grande o piccola, bella o brutta, di città o di campagna, terminata la proclamazione del vangelo, la gente si siede e il prete comincia a parlare. E’ il momento dell’omelia o della predica, per dirla nel linguaggio corrente. Nessuno si meraviglia, nessuno protesta, nessuno si ribella. A questo punto della Messa i cristiani si aspettano alcune cose. In primo luogo di non addormentarsi perché sottoposti a un lungo, confuso e noioso monologo; in secondo luogo di non doversi sorbire l’ennesimo sfogo emotivo di uno che sembra ce l’abbia col mondo intero; infine, di portarsi a casa qualcosa che arricchisca spiritualmente la propria vita cristiana. E vi pare poco?”. Qualcuno, aggiungeva don Masina, “rimane convinto che basti aver frequentato i corsi di esegesi dell’antico e del nuovo testamento, con votazione di esame almeno superiore al venti, per commentare bene le letture domenicali. Qualche altro con meno dimestichezza di ermeneutica e dogmatica, fa affidamento all’imposizione delle mani del giorno della propria ordinazione che, ex opere operato, ha fatto di lui un buon predicatore. Altri, arrivati di corsa all’ultimo momento, si affidano allo Spirito, non avendo avuto il tempo di leggersi in anticipo nemmeno il vangelo. Altri vengono presi dal panico, perché parlare davanti all’assemblea non è mai facile. Alcuni affrontano serenamente il compito perché preparato con cura da tempo”.

 

Un contributo alla causa, ça va sans dire, lo dovrebbero dare anche i fedeli, i cosiddetti praticanti, coloro cioè che partecipano in modo più o meno attento alla santa messa della domenica e delle altre feste di precetto. “Spesso manca in loro un’adeguata sensibilità liturgica, per cui essi sono portati a ignorare il ruolo che nella celebrazione assume l’omelia, quasi che il suo ascolto debba essere una sorta di penitenza, una chiamata al sacrificio, anche se purtroppo, qualche volta, lo è”, nota Adriano Zanacchi.

 

Forse, con una disposizione d’animo migliore e una volontà di non essere meri soggetti supini che distrattamente guardano l’ambone interiorizzando la metà del discorso del sacerdote, si riuscirebbe a trasformare il fedele e distratto ascoltatore in un emulo di quei “più duri di testa, i più ignoranti” che ebbero la fortuna di udire le parole che il cardinale Federigo Borromeo disse all’Innominato, nel capitolo XXIV dei “Promessi sposi” manzoniani: “A vederlo lì davanti all’altare un signore di quella sorte, come un curato […, a pensare a un uomo tanto sapiente, che, a quel che dicono, ha letto tutti i libri che ci sono; a pensare che sappia adattarsi a dir quelle cose in maniera che tutti intendano […]. Anche i più duri di testa, i più ignoranti, saprebbero ripeter le parole che diceva: sì, non ne ripescherebbero una: ma il sentimento lo hanno qui”.

Matteo Matzuzzi

Matteo Matzuzzi

E' nato a Udine nel 1986. Si è laureato per convinzione in diplomazia e per combinazione si è trovato a fare il giornalista. Ha sperimentato la follia di fare l'arbitro di calcio, prendendosi pioggia e insulti a ogni weekend. Milanista critico e ormai poco sentimentale, ama leggere Roth (Joseph, non Philip) e McCarthy (Cormac). Ha la comune passione per le serie tv americane che valuta con riconosciuto spirito polemico. Al Foglio si occupa di libri, chiesa, religioni.

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