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Minority report

Leggere il direttorio sulle omelie di Papa Francesco per interpretare meglio certi enigmi

Giovanni Maddalena

Papa Francesco, si sa, è un enigma per l’intellighenzia, anche se non per il popolo. Per alcuni un grande rivoluzionario progressista, per altri un confusionario sudamericano, per qualche mio (caro) amico non è neanche Papa. Qui non faccio questioni di preferenze e credenze ma di comunicazione. E alle volte lo studio filosofico della comunicazione può aiutare a interpretare gli enigmi.

Papa Francesco, si sa, è un enigma per l’intellighenzia, anche se non per il popolo. Per alcuni un grande rivoluzionario progressista, per altri un confusionario sudamericano, per qualche mio (caro) amico non è neanche Papa. Qui non faccio questioni di preferenze e credenze ma di comunicazione. E alle volte lo studio filosofico della comunicazione può aiutare a interpretare gli enigmi.

 

Così, per chi si occupa di filosofia della comunicazione, la notiziola della pubblicazione di un “direttorio” per le omelie da parte di uno dei ministeri vaticani è un fatto eclatante. Quando qualcuno mette per scritto delle regole, i cambiamenti sono effettivi – anche se lenti – e si sbaglia chi dice che “tanto non cambia niente”. Foucault ha ben insegnato che la modificazioni e le normazioni delle “tecniche” – per esempio quelle della confessione sancite in epoca moderna – sono operazioni di potere che mutano l’autocomprensione. Se uno ti dice come dire qualcosa, o ti obbliga a un certo mezzo di comunicazione, ti obbliga anche al contenuto.

 

In questo caso, ci si occupa di qualcosa che tocca qualche milione di italiani, e molti milioni di persone in tutto il mondo. Anche i non credenti lo sanno bene: molti sono non credenti proprio perché le omelie, le “prediche” come diciamo noi, sono estranee o moraliste o rozze o ignoranti. E quasi sempre lunghe. BXVI aveva detto a un certo punto che era miracoloso che ci siano cattolici nonostante le prediche che si sentono. “Predica bene, ma razzola male”, “da che pulpito viene la predica”, “non farmi la predica” sono solo alcuni dei modi di dire che denotano l’insofferenza generale. Sono sicuro che molti cattolici hanno sognato di essere Papi per mettere qualche regola – di tempo soprattutto – a un momento di comunicazione totalmente asimmetrico, in cui cioè si deve stare a sentire senza interloquire.

 

Rimane però il monito di Foucault e il suo campanello di allarme, con la minaccia di un enorme spettro clericale. Mettere una norma è sempre un atto di potere e rischia di limitare la libertà in modo inquietante. Quindi, sono andato a vedere il documento. Vedere di prima mano, anche se di corsa, è ovviamente rivelativo, se uno non ha pregiudizi.

 

[**Video_box_2**]Il documento è un po’ lungo e un paradossalmente po’ noioso, ma fa risaltare una concezione filosofica e un metodo. La concezione è abbastanza sorprendente e antica. In realtà non ci sono regole perché c’è un pensiero di fondo: la predica è concepita come parte di un gesto comunicativo totalizzante, per cui Dio stesso parla attraverso la bocca del prete. Lasciando da parte la teologia, filosoficamente si tratta di un realismo metafisico (di tipo scotista) molto forte. La realtà è tutta comunicazione e l’uomo collabora come uno strumento. È un realismo dal sapore medievale e, per stare nel contemporaneo, tolkeniano: siamo sub-creatori, collaboratori di una realtà che è tutta comunicazione. Niente manuale tecnico foucaultiano, ma la strana aura di un realismo da cattedrale medievale. Niente regole fisse (nemmeno di tempo, purtroppo per i frequentanti) e solo l’indicazione di evitare riduzionismi a misure umane: esegesi, testimonianze (sempre dubbie, spesso patetiche), show.

 

Una delle poche raccomandazioni metodologiche è di usare immagini. “Immagine” è di nuovo un termine da Inklings e da realismo medievale: l’immagine è iconica, rappresenta l’oggetto dando una forma vivente, più vicina all’oggetto, è una comunicazione più vaga – meno razionalista – ma più ricca, capace di dare molti suggerimenti in un sol colpo.

 

Alcuni suggerimenti per l’enigma. Sì, è un Papa decisionista: contrariamente all’immagine paciosa che se ne vuole dare alle volte, tocca gangli vitali. Può essere un atteggiamento pericoloso? Certo, ma dipende da come s’interviene. D’altro canto, di fatto è un intervento che non dà norme ed esprime una concezione antica. Se c’è una rivoluzione, è quella del sentire la voce meno razionalista di questa lunga storia, la voce che faceva scolpire leoni e draghi insieme a santi studiosi. Niente violenza, ma fantasia. Speriamo di annoiarci di meno.

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