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Nove anni dopo

Nel suo discorso di commiato dagli italiani Giorgio Napolitano ha tracciato un sintetico consuntivo della sua esperienza presidenziale, dei “lunghi e travagliati anni” di permanenza al Quirinale. Un addio dignitoso, un bilancio di equilibrio mantenuto e una partita persa con i pm.

2 Gennaio 2015 alle 06:27

Nove anni dopo

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (foto LaPresse)

Nel suo discorso di commiato dagli italiani Giorgio Napolitano ha tracciato un sintetico consuntivo della sua esperienza presidenziale, dei “lunghi e travagliati anni” di permanenza al Quirinale, con l’obiettivo di “rappresentare e rafforzare l’unità nazionale, per sanare le ferite che aveva subito, per ridarle l’evidenza che aveva perduto”. Napolitano pensa che “il reciproco riconoscimento, rispetto e ascolto tra gli opposti schieramenti” auspicato già nel suo discorso di insediamento del 2006, abbia fatto “anche se tra alti e bassi” importanti progressi. L’assillo del presidente, preservare la continuità istituzionale, è stato in qualche modo raggiunto proprio grazie a questi passi in avanti, oggi incarnati nel patto del Nazareno, e se si considera questa la misura dello stato del processo politico, il giudizio di Napolitano appare fondato. Tuttavia quella prospettiva non è l’unica per una valutazione oggettiva della funzione eccezionalmente pregnante esercitata dal Quirinale.

 

Lo squilibrio tra poteri e ordini dello stato, che Napolitano aveva dovuto registrare come presidente della Camera, quando con l’abolizione delle immunità parlamentari si era determinata una condizione di strapotere dalla magistratura, non è stato sanato, ed è giunto fino a condizionare le funzioni di governo, quando, insieme alla pressione europea per l’adozione di un rigorismo cieco, le iniziative giudiziarie imposero le dimissioni del governo eletto e Napolitano lo sostituì con un esecutivo tecnico dal sapore commissariale. Non ha senso ora rinfocolare polemiche retrospettive, nel momento in cui il presidente lascia, ma nel bilancio non si può trascurare che anche i tentativi di limitare lo strapotere della magistratura politicizzata, compresi quelli messi in atto da Napolitano in relazione al processo palermitano sulla presunta “trattativa” non hanno avuto esito.

 

[**Video_box_2**]Il terzo scopo dichiarato da Napolitano, quello di aprire una strada al necessario processo di riforma delle istituzioni e delle relazioni economiche e sociali è ancora in predicato. Napolitano ha incoraggiato i vari tentativi riformisti, e quindi è comprensibile che ora sostenga apertamente quello avviato dal governo di Matteo Renzi, che peraltro sembra realizzare, anche se con personale politico in gran parte estraneo alla tradizione in cui era stato elaborato, l’antico disegno della costruzione di una sinistra riformista cui Napolitano ha dedicato tanta parte della sua battaglia politica. Se è giustificato l’apprezzamento e il sostegno alla prospettiva riformatrice del governo, è un po’ estranea alla tradizionale prudenza del presidente la considerazione ottimistica sul fatto che essa abbia ormai imboccato una strada senza ritorno. Questa eccezione alla consueta e persino puntigliosa ricerca della precisione si può capire soprattutto perché in questa fase particolare è anche di aiuto nell’assumere la decisione delle dimissioni. In questo annuncio, nella sincera e quasi toccante ammissione dei pericoli che possono derivare da un indebolimento delle sue capacità dovuto all’età, Napolitano ha dato invece un’alta lezione di stile. Come aveva testimoniato Giulio Andreotti, quasi tutti i presidenti della Repubblica avrebbero gradito una conferma del mandato. Napolitano, invece, è stato costretto dalle circostanze e dalla pressione convergente di tutte le forze politiche responsabili ad accettare una rielezione che ha interpretato come una breve proroga che ha voluto e saputo delimitare con un rigore e una dignità che gli fanno onore. Spesso è proprio chi deperisce nelle proprie capacità intellettuali a non rendersene conto, Napolitano, invece, proprio temendo un fenomeno che evidentemente non è affatto un destino, ha preferito chiudere l’esperienza presidenziale di propria iniziativa e darne conto agli italiani in modo esplicito e commovente oltre la nota sobrietà.

Sergio Soave

Nato ad Alessandria, in Piemonte, nel 1947, studia a Milano, dove svolge attività nelle organizzazioni politiche, sindacali e cooperative della sinistra. Costretto ad abbandonare queste attività dallo scoppio di Tangentopoli, trova asilo politico e professionale nel Foglio, al quale collabora dalla fondazione. Scrive anche come commentatore politico su altre testate, come l’Avvenire. Ora vive nelle Langhe e passa lunghi periodi in Catalogna e, sul confronto tra il nostro sistema politico e quello di Madrid ha scritto un libretto, “Pasticcio italiano in salsa spagnola”, per Boroli editore.

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