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Gerusalemme ovest

Rolla Scolari

Nel quartiere placido del massacro con le mannaie, dove lo scontro diventa guerra di religione

Milano. Quando i due attentatori hanno fatto irruzione, nella sinagoga c’erano 25 uomini in preghiera. Erano le 7 e 01 del mattino e la polizia israeliana è intervenuta sette minuti dopo, uccidendo i due palestinesi che, armati di una pistola, mannaie da macellaio e un coltello, hanno assassinato quattro persone e ferito altre otto al grido di Allahu Akbar, Dio è il più grande. Le fotografie del luogo dell’attacco dopo l’intervento delle forze dell’ordine sono state rese pubbliche. Un uomo morto giace a terra tra i banchi coperto dal suo tallit, lo scialle da preghiera, c’è sangue sui libri sacri. Le immagini sono forti e cariche di un simbolismo religioso in cui ha fatto irruzione la violenza del conflitto.

 

Il quartiere di Har Nof, dove si trova la sinagoga di Kehillat Yaakov, è nella parte ovest, lontano dai quartieri arabi dell’est e dalla città vecchia, ed è appoggiato nei suoi cerchi concentrici su una collina, a pochi passi da un bosco. E’ una zona che non è mai stata toccata prima da attentati. Gli abitanti sono per la maggior parte ebrei ultra-ortodossi, un’altissima percentuale degli uomini dedica la sua esistenza allo studio delle scritture ed è lontano dal mondo della politica, non è obbligato ad arruolarsi come militare come il resto della popolazione israeliana. Nel quartiere, sono molti gli abitanti arrivati di recente dall’estero: dalla Francia, dagli Stati Uniti soprattutto. Tre delle vittime dell’attacco di ieri sono infatti americane, una britannica. I due attentatori, invece, sono giovani palestinesi di un quartiere della parte est della città, del settore arabo, Jabel Mukaber. Secondo i media palestinesi, non avevano un passato di militanza, erano parenti di un detenuto scarcerato durante lo scambio di prigionieri avvenuto in cambio della liberazione del soldato israeliano Gilad Shalit nel 2011. L’uomo sarebbe da poco tornato in carcere. Torna con l’attacco di ieri l’azione del “lupo solitario”, di giovani soggetti all’incitamento di gruppi come Hamas e Jihad islamico che non sono presenti come organizzazione strutturata ma hanno “un sostegno ideologico nella città”, spiega al Foglio Akiva Eldar, giornalista israeliano del sito Al Monitor.

 

“Tutto questo è il risultato di incitamento e manipolazione da parte di elementi fondamentalisti islamici e di alcune entità politiche attorno a noi”, dice al Foglio Gideon Sher, analista dell’Institute for National Security Studies ed ex capo dell’ufficio di coordinamento politico dell’ex premier Ehud Barak. Secondo Sher esiste un tentativo di trasformare il conflitto tra israeliani e palestinesi da politico a religioso, sfruttando la frustrazione che nelle scorse settimane è emersa nella strada palestinese attorno alle dispute sull’accesso al Monte del Tempio, come lo chiamano gli ebrei, o a Haram al Sharif o Spianata delle Moschee, come la chiamano i musulmani. Nonostante il premier Benjamin Netanyahu abbia dichiarato pubblicamente che Israele non è intenzionato a cambiare lo status quo sui luoghi sacri, l’irrobustirsi della violenza racconta che le tensioni sono diventate difficili da tenere sotto controllo. Domenica notte, un autista di autobus è stato trovato impiccato in una stazione di Gerusalemme. Secondo l’autopsia ufficiale si è trattato di suicidio, la famiglia ha parlato di assassinio legato alle tensioni di queste settimane e ieri Hamas da Gaza ha definito l’attacco alla sinagoga una risposta alla morte dell’autista, ha incitato ad andare avanti con gli attacchi contro “i continui crimini alla moschea di al Aqsa”, luogo sacro ai musulmani, sulla Spianata delle Moschee.

 

[**Video_box_2**]Il presidente palestinese Abu Mazen ha condannato l’attentato contro “fedeli ebrei nel loro luogo di preghiera” e ha detto che le “provocazioni israeliane sul Monte del Tempio” devono finire. E’ stato attaccato duramente dal premier israeliano Netanyahu e dai suoi ministri. “Quello che è accaduto è il diretto risultato dell’incitamento da parte di Hamas e del presidente Abu Mazen”, ha detto il premier, e in seguito ha promesso che Israele risponderà “con il pugno di ferro” all’attacco di ieri. “Abu Mazen sta intenzionalmente trasformando il conflitto da politico a religioso”, ha aggiunto il ministro degli Esteri Avigdor Lieberman. Polizia e servizi segreti israeliani, bloccati nel difficile compito di intercettare l’azione di “lupi solitari”, hanno messo distanza tra loro e le dichiarazioni dei politici: Abu Mazen non sta appoggiando il terrorismo, ha detto ai deputati del Parlamento il capo dello Shin Bet, l’intelligence interno, Yoram Cohen. Netanyahu ha tagliato corto: “Non c’è contraddizione tra quello che dico io e quello che dice il capo dello Shin Bet: Abu Mazen non incoraggia direttamente il terrorismo, ma sta incitando al terrorismo”.

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