Giorgio Napolitano (foto AP)

Napolitano e il metodo Falcone

Redazione

La saggia scudisciata del Quirinale contro i pm specializzati in comizi.

Consegnando alla sorella Maria la medaglia di grande ufficiale della Repubblica, Giorgio Napolitano ha scelto di rendere un omaggio particolarmente sentito alla memoria di Giovanni Falcone. Il presidente ha voluto “ricordare che la lotta contro la mafia la si fa come faceva Giovanni” e ci vuole poco per capire che il paragone indiretto colpiva il metodo di tutt’altro genere che è diventato di moda alla procura di Palermo dalla gestione di Gian Carlo Caselli in poi e che ha assunto in questi mesi di agitazione sulla presunta trattativa stato-mafia persino una coloritura esplicitamente rivolta a infangare subdolamente il Quirinale. Napolitano, naturalmente, non è decampato dal suo stile signorile e compassato, ma il messaggio è stato, di fatto, tutt’altro che criptico. Maria Falcone si è riferita “all’efficacia del metodo Falcone, allo scrupolo con cui veniva trattato ogni dettaglio, cercando sempre il riscontro giuridico della prova”. Esattamente il contrario dei processi imbastiti con le fanfare dello scandalismo ma privi di basi giuridiche e di un apparato probatorio consistente, che finiscono poi molto spesso nel nulla, limitandosi a spargere diffidenza e sospetto anche nei confronti delle istituzioni democratiche.

 

Il gesto di Napolitano, che come ha capito benissimo il deputato democratico Walter Verini “non è affatto un piccolo gesto”, segnala che la tensione sollevata dalla pretesa della procura palermitana di interrogare il presidente nonostante abbia più volte chiarito di non disporre di alcuna informazione utile ai fini processuali, aggravata dal consenso alla richiesta di interloquire dei capi mafia imputati (poi esclusa dalla corte) non si è affatto diradata. Ricondurre la lotta alla mafia al “metodo Falcone”, cioè a un esercizio responsabile ed efficace della giurisdizione, è una delle condizioni fondamentali per condurre con successo l’azione repressiva della criminalità organizzata. Se Napolitano insiste nell’indicare questa esigenza non è certo per qualche ritorsione personale, che sarebbe peraltro più che giustificata. Al contrario ha deciso di accettare l’oggettivo oltraggio dell’interrogatorio, cui avrebbe potuto (e forse addirittura dovuto) sottrarsi, proprio per non dare adito a nessuna interpretazione personalistica della sua critica al metodo disinvolto e più comiziesco che giudiziario della procura palermitana. Sarà bene che chi ha il compito di vigilare sulla buona gestione della giustizia, dal Consiglio superiore della magistratura al guardasigilli, eserciti questa funzione tenendo gran conto delle indicazioni implicite nell’appello di Napolitano a ritornare al metodo Falcone.  

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