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Se Putin toglie il foie gras ai fighetti, il popolino apprezza

Ecco l'effetto delle sanzioni: la maggioranza dei russi esulta, Facebook è pieno di commenti del tipo “mangeremo ortiche pur di non piegarci agli stranieri”.

9 Agosto 2014 alle 06:30

Se Putin toglie il foie gras ai fighetti, il popolino apprezza

Carne importata in un supermercato di Novosibirsk, Russia (Foto Ap)

Milano. Ostriche, parmigiano, jamón serrano, foie gras e salmone: la lista dei prodotti di cui fare incetta in attesa di una guerra (fredda) incombente è molto diversa dal classico “sale, sapone, candele” incorporato nel Dna delle babushke. Ma il riflesso condizionato resta quello antico, quando dopo due decenni di abbondanza e raffinatezza senza pari i moscoviti riscoprono che il cibo può sparire. Qualcuno parla già di charter per Parigi e Milano, non più per fare incetta di Chanel e Prada, ma di mozzarelle e camembert. Qualcuno propone di aprire con amici una fabbrichetta autarchica di parmigiano, lamentandosi che bisognerà aspettare almeno due anni prima che sia stagionato. Altri ipotizzano trucchi per aggirare la dogana con etichette false, reimportazioni da paesi terzi o spiragli nella intricata lista dei prodotti vietati  (per esempio, pesce e frutti di mare “freschi, raffreddati, surgelati, sottoposti o meno a trattamento termico, affumicati o sotto sale”, ma non sott’olio). Ma in attesa di scavare tunnel modello Gaza sotto il confine finlandese per contrabbandare il formaggino Viola – il gigante Valio che lo importava dal 1956 ha chiuso ieri la produzione destinata all’est – i russi più ricchi e di successo si stanno rendendo conto, mentre ordinano l’ultimo branzino di giornata, che qualcosa è irrimediabilmente cambiato. I giochi sono finiti, la guerra in Ucraina finora vista da molti come un avvincente film è entrata nelle case e nei frigoriferi di tutti.

 

La maggioranza dei russi esulta, Facebook è pieno di commenti del tipo “mangeremo ortiche pur di non piegarci agli stranieri”, giornali e tv sono pieni di produttori nazionali pronti a riempire gli scaffali di ogni ben di Dio, possibilmente in cambio di sovvenzioni governative, e di casalinghe convinte che dall’estero arrivi solo veleno mentre la roba russa è sana, buona e naturale. Il bando imposto da Putin su quasi tutti i prodotti – carne, pesce, frutta, verdura, latticini, burro e salumi – dall’Ue, dagli Usa, dal Canada, dalla Norvegia e dall’Australia ha spiazzato gli occidentali. “Noi non avremmo mai fatto un embargo sugli alimentari, sono sanzioni contro il proprio popolo”, si stupisce David Cohen del ministero del Tesoro americano. Ma il cibo è un dossier delicato, identitario, psicologico quanto economico, e tanti russi gongolano all’idea che gli oligarchi dovranno rinunciare ai tartufi.  Putin ha sempre preferito le alleanze con il popol(in)o a quelle con le élite, e con le sue contro-sanzioni colpisce in apparenza soprattutto la nuova borghesia, quella più scettica verso di lui, ma anche quella più entusiasta fino a ieri a difendere la ricchezza e il dinamismo di Mosca dove ad avere i soldi ci si divertiva di più che nelle noiose capitali europee. Ora invece di fare shopping da Fauchon dovranno andare, come tutti, al discount, e l’86 per cento del consenso al presidente sembra salvo.

 

Almeno fino a che quelli minacciati da fallimento immediato saranno i ristoranti di pesce (importato al 90 per cento) e i supermercati di fascia alta. Ma la mozzarella e i gamberi sono la punta dell’iceberg. La Russia non produce quantità e qualità di cibo sufficiente, e oltre al circa 40 per cento di alimenti pronti importati (più della metà dai paesi sanzionati) acquista all’estero ingredienti cruciali (dalla carne al latte) anche per il made in Russia. La sostituzione – laddove è possibile – dei fornitori europei e americani con sudamericani e asiatici comporterà riduzione di volumi, aumento di prezzi e in molti casi calo della qualità. Mentre gli oligarchi troveranno il modo di far arrivare il prosciutto di Parma e il tonno con aerei privati, il russo medio che oggi esulta perché i fighetti di Mosca dovranno tornare al borsh dopo essersi abituati al manzo di Kobe, avrà problemi a recuperare le salsicce e gli yogurt per la colazione, o li dovrà pagare di più. Ma mentre Putin, proibendo il cibo straniero, conta sulla fragilità delle democrazie occidentali che vacilleranno sotto la pressione di allevatori e produttori infuriati per la perdita del mercato, non teme contraccolpi dai russi con i frigoriferi semivuoti.

 

Anna Zafesova

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