Una fogliata di libri
Il corrispondente misterioso
La recensione del libro di Marcel Proust (a cura di Luc Fraisse). Garzanti, 184 pp., 20 euro
di
1 SEP 21
Ultimo aggiornamento: 11:36 AM

E’ quasi certo che quando in un archivio o in un cassetto viene scovato, trovato o ritrovato il testo giovanile di qualche grande autore verrà usata la formula del “vediamo già presenti gli elementi caratteristici della sua opera, dei suoi futuri capolavori”. Non è sempre così, e spesso gli editori ci costringono a leggere opere infantili, acerbe, goffe, di poco valore. Possiamo invece pienamente applicare quell’espressione parlando de Il corrispondente misterioso (tradotto da Margherita Botto e a cura di Luc Fraisse, dell’Università di Strasburgo), e il motivo sta proprio nell’originalità del percorso di Marcel Proust e della sua “opera unica”, À la recherche du temps perdu, cui lavorerà fino alla morte. Tutto il materiale precedente finirà in qualche modo nei sette volumi.
Si dice che uno scrittore scrive sempre lo stesso libro – anche questa frase risulta discutibile – Proust è come se avesse scelto di inserire tutti i libri in uno solo. Anche Les Plaisirs et les Jours, primo testo pubblicato da Proust, a cui questa raccolta fa da postumo accompagnamento, può esser visto come un prequel d’ambientazione per il mondo di Swann. E anche qui ne Le Mystérieux Correspondant: scrittori che passeggiano malinconici al Bois de Boulogne, donne malate, lettere attribuite alle persone sbagliate. Sono novelle, racconti, mai pubblicati, a volte nemmeno finiti dove abbiamo il lusso dell’inedito, perfetta lente per mettere a fuoco la genesi di un’idea, di un pensiero. Vediamo le influenze di Poe (sul gioco dell’enigma, e addirittura un dialogo con un corvo), di Schopenhauer (volontà e rappresentazione, melodia e immagini), e troviamo non solo i temi, ma intere frasi (perfette, perché buttarle?) che poi verranno inserite nel Tempo Ritrovato, nelle Fanciulle in fiore, in Albertine. I manoscritti abbozzati sono rimasti tra le carte di Proust, segreti, anche perché il tema di quasi tutte queste prose è l’omosessualità, mai in un’ottica lubrica, studiata e vissuta sempre in chiave psico-morale, come una maledizione, come una condizione tragica. L’opposto del modo in cui la trattò l’edonista coetaneo André Gide.
L’amore è per Proust turbamento della regolare condizione psicofisica. La malattia è sempre presente. Nel testo Agli inferi, esercizio di dialogo tra morti, leggiamo: “L’amore… è una malattia”, e poi “i medici dicono dei poeti in modo piuttosto sensato che sono dei malati, dei pazzi. Ammettiamolo. Ma beata malattia, follia divina come dicono i mistici”.