(grafica di Enrico Cicchetti) 

Le emozioni ci fanno dimenticare l'opera che sta davanti a noi

Matteo Marchesini

L’opera non è più al centro dell’attenzione. Lo sono gli autori e il pubblico, o meglio il suo sistema nervoso. Sui rischi di questa tendenza ragiona Paolo D’Angelo ne “La tirannia delle emozioni”, edito dal Mulino

Le estetiche moderne che sottolineavano lo speciale valore conoscitivo dell’arte sembrano oggi impopolari. L’opera non è più al centro dell’attenzione. Lo sono gli autori, mitizzati da un rozzo saintebeuvismo, e lo è il pubblico, o meglio il suo sistema nervoso. L’arte in sé, insomma, conta meno; e non a caso chi se ne occupa teoricamente, ricalcando le orme dei positivisti, tenta di agganciarla a discipline più autorevoli come le neuroscienze.

 

 

Sui rischi di questa tendenza ragiona Paolo D’Angelo nel suo bel saggio “La tirannia delle emozioni”, uscito di recente dal Mulino. In particolare, D’Angelo si confronta con gli studiosi che provano ad applicare i risultati delle ricerche compiute a Parma sui neuroni specchio. A quanto pare, di fronte alle azioni e alle emozioni manifestate da altri, si accende in noi un’empatia neurale che ce le fa comprendere tramite una fulminea “simulazione incarnata”. L’emozione può provenire anche da un prodotto artistico.

 

L’attivazione sensomotoria che si registra davanti a un’opera che esprime sofferenza è la stessa di quella che si registra davanti a una manifestazione di sofferenza nel mondo cosiddetto reale. La circostanza viene spesso citata da coloro che vogliono ricondurre l’esperienza estetica al comune denominatore delle esperienze emotive. Ma D’Angelo giustamente ribatte che così non si capisce appunto la differenza specifica dell’incontro con l’arte. Mettendo in discussione questo riduzionismo, col suo passaggio indebito dalle evidenze sperimentali alle teorizzazioni surrettizie, osserva poi che la “simulazione incarnata” può forse illuminare la ricezione del cinema o di certa avanguardia, e comunque di un’arte in senso lato romantica, ma difficilmente può spiegare cosa accade davanti alle proverbiali “nobile semplicità e quieta grandezza” delle forme classiche. Soprattutto, quel paradigma neuroscientifico non ha quasi niente da dire sulla capacità di giocare alla finzione e di rappresentarsi ciò che è assente, ovvero sulla capacità che fa dell’uomo un animale linguistico e quindi estetico. 

 

 

L’arte è infatti il luogo in cui i fenomeni che nella vita quotidiana ci appaiono confusi e informi si dispongono in un disegno limpido, intelligibile, grazie al quale possiamo contemplare il nostro mondo con distacco, senza essere schiacciati dalle sensazioni. Insistendo sulla sfera emotiva si finisce per dimenticare questa verità, e dunque per ripercorrere i sentieri dei nemici dell’arte, che da Platone a Rousseau l’hanno giudicata come un’eccitazione degli istinti più incontrollabili e immorali. D’Angelo inizia il suo saggio prendendo in esame un’installazione di realtà virtuale. Con l’aiuto di cuffie e visori, il regista Iñárritu pretende di far provare ai visitatori ciò che provano i migranti nel tentativo di varcare il confine tra Messico e Stati Uniti. In quei pochi minuti, in effetti, si potrebbe subire uno shock epidermico; ma sapendo che è una finzione, perché mai si dovrebbero sperimentare le angosce dei veri migranti?

 

Ha ragione D’Angelo: per avvicinarsi a comprendere il loro stato servirebbe semmai una “proiezione immaginativa”, cioè il contrario della sensazione “diretta”. L’inseguimento dell’immediatezza e della partecipazione puramente emotiva, che ha ormai contagiato tutti gli ambiti della nostra esistenza, tende viceversa a sminuire la portata del tema, tanto è vero che se l’installazione di Iñárritu venisse utilizzata a proposito di eventi “la cui tragicità e insopportabilità è ormai riconosciuta (un lager nazista, un gulag sovietico), ci apparirebbe riduttiva, persino irridente, forse platealmente inaccettabile”. E se invece ci abituassimo a questo regime virtuale, le conseguenze sarebbero gravi: perché “chi non sa apprezzare la finzione, se non facendola passare per realtà”, conclude D’Angelo, “finirà inesorabilmente per comportarsi nella realtà come se avesse a che fare con una finzione”.

 

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