cerca

Il diavolo in Terrasanta

La recensione del libro di Enrico Brizzi, Mondadori, 510 pp., 20 euro

7 Agosto 2019 alle 06:00

Il diavolo in Terrasanta

Sono partiti in due, amici da una vita: Cesare Maggi, investito del ruolo di Logista per il cammino, ed Enrico Brizzi, che scrive questo resoconto di viaggio dopo averne vissuti e raccontati altri. Arrivati infatti a Roma, qualche anno prima, al termine della via Francigena, i due si erano accorti che quella meta ne chiamava un’altra, i passi e il cuore cercavano un po’ più in là: Gerusalemme. Così, mettono insieme ferie e permessi e partono per il nuovo pellegrinaggio. Rigorosamente a piedi, oppure via acqua, con i mezzi degli antichi; e poco importa se gli imprevisti imporranno poi qualche compromesso.

 

E il loro viaggio è molte cose insieme. E’ sforzo fisico: i primi giorni la lotta è contro la resistenza del corpo disabituato al cammino; il terzo giorno è un calvario ma è anche la svolta. Ma soprattutto è lotta con la verità di se stessi. Lo scopre, fra gli altri, l’amico Max Montefiori, rampollo nullafacente dell’alta borghesia bolognese: partito con leggeri mocassini e un maglione a trecce color panna, risorgerà completamente trasformato dalla crosta di fango che lo ricoprirà dopo i primi tre giorni lungo il Regio Tratturo. Anche a lui la fatica impone una trasformazione: deciso a proseguire il viaggio fino alla meta, lasciata alle spalle la malsana dipendenza da una moglie che non lo ama, acquista un nuovo equipaggiamento e una diversa consapevolezza di sé: le sue origini in parte ebraiche, evidenti nel cognome che porta, evocate all’inizio spavaldamente e un po’ a caso per accreditarsi come meritevole della meta, a poco a poco diventano parte integrante della sua nuova identità.

 

Dunque fatica, cambiamento e incontri. Anche e soprattutto non previsti: il Grande Blek, l’amico che mette a disposizione la barca; Panta, il dispotico skipper che li guida nella difficile traversata; il losco Nicola Maria, che si rivelerà ladro, bugiardo, traditore. E’ lui il “diavolo” che si portano in Terrasanta: è lui che semina zizzania e che riesce persino a far calare un’ombra di incomprensione tra i due amici; è lui che mina lo spirito del pellegrinaggio e provoca situazioni sordide e sgradevoli.

 

Il cammino è raccontato da una scrittura vivace, innestata di dialetti, incalzante nella narrazione delle avventure – la navigazione nel mare in tempesta…! – e felice nei dialoghi; una scrittura che coinvolge anche laddove i luoghi toccati dai pellegrini diventano occasione per divagazioni e riflessioni di varia natura. In particolare, sono molte le pagine dedicate alla storia ebraica e alle vicende antiche e recenti di Israele, delineate col dolore di chi si sente coinvolto dal dramma del “luogo che gli antichi consideravano il centro del mondo”. E arrivare finalmente alle “bianche mura di Gerusalemme” genera una gratitudine profonda, il desiderio di perdonare, e la consapevolezza che “il diavolo non è una persona, ma lo stato d’animo di chi si sente nella ragione, giustificato a compiere ogni male e aumentare il carico di dolore del mondo”.

IL DIAVOLO IN TERRASANTA

Enrico Brizzi, 

Mondadori, 510 pp., 20 euro

Più Visti

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi