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Elogio dell'ombra

Jorge Luis Borges
Adelphi, 161 pp., 16 euro

17 Gennaio 2018 alle 08:37

Ho consacrato la mia vita alle lettere, alla cattedra, all’ozio, alle tranquille avventure della conversazione, alla filologia che ignoro, alla misteriosa abitudine di Buenos Aires e alle perplessità che non senza una certa superbia chiamiamo metafisica”. Inizia così questo “volume in versi” – come lo definisce il suo autore, Jorge Luis Borges (1899-1986) – comparso per la prima volta nel giorno del suo settantesimo compleanno, il 24 agosto del 1969, e ora riproposto da Adelphi con una nuova veste grafica e con una nuova e attenta traduzione di Tommaso Scarano. Sin dalle prime righe, l’autore si lascia andare a confessioni e spiega, ad esempio, di non credere nelle estetiche, “perché le estetiche non sono altro che ‘inutili astrazioni’, variano per ogni settore e per ogni singolo testo e in quanto tali, ‘non possono essere altro che stimoli o strumenti occasionali’”. Le parole sono importanti e fondamentali – loro sì – ma di certo non quelle più ricercate. Meglio propendere per quelle abituali e per quelle più sorprendenti, cercando di inserire, magari, in un racconto o in una poesia – come accade in questo caso – anche piccole incertezze, “perché se la realtà è precisa, la memoria non lo è”. Il tempo fa il suo corso e può anche insegnare a evitare i sinonimi, narrando i fatti come se non li si capissero affatto, fregandosene delle regole, tanto ci penserà lui stesso ad abolirle, ma su tutte, spetterà proprio al tempo una funzione essenziale: far capire agli uomini l’importanza della vecchiaia e la quiete che offrono le sue naturali limitazioni, dalla cecità (che sfuma le forme) ai ricordi (che si diradano) fino alle passioni (che si assopiscono). Invoca la morte e lo fa spesso, un vero e proprio dono, spiega, rifacendosi al culto sudamericano di quel particolare momento che è la fine di ogni uomo, “il momento dell’ombra”, che è poi quello a cui si riferisce il titolo del libro, un manuale prezioso in cui l’autore argentino ha messo e dato il meglio di sé. C’è la sua Buenos Aires con il cimitero La Ricoleta, ci sono “le case confuse” e “le case precarie”, c’è la penombra ma “è lenta e non fa male”, ci sono le donne amate e conosciute e ci sono ovviamente gli amici, ma non c’è spazio per i nemici (“non si sono mai rivelati”), tanto “nessuno può ferirci salvo chi amiamo”. La regola – suggerisce Borges – è non odiare i propri nemici, perché se lo si fa, si diventa loro schiavi. Tutt’al più, bisogna far loro del bene, “il miglior modo di compiacer la propria vanità. L’emozione poetica è ciò che conta davvero assieme alla bellezza – “un qualcosa che è in comune a questo mondo” – meno l’informazione o il ragionamento. Basta essere attaccati alle cose materiali – scrive in questi suoi urli espressi in versi – tanto prima o poi saremo costretti ad abbandonarle visto che “dureranno ben oltre il nostro oblio e non sapranno mai che ce ne siamo andati”.

 

ELOGIO DELL'OMBRA
Jorge Luis Borges
Adelphi, 161 pp., 16 euro

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