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Lo Stato islamico è come l'herpes

Può essere contenuto ma non curato. Il male è l'ideologia

15 Aprile 2019 alle 09:42

L'Isis usa cavie umane per sperimentare armi chimiche

Manifestanti pro-Isis festeggiano l'arrivo dei combattenti sunniti a Mosul (Foto Ap)

“Quattro anni fa, un simpatizzante dello Stato islamico mi disse che il califfato era più resiliente di quanto non si credesse, e che sarebbe sopravvissuto alla perdita quasi totale di controllo del territorio”. Così ha scritto Graeme Wood sul New York Times. “‘Fintanto che vi è una strada in un villaggio dove il califfato impone la legge islamica’, mi disse, ‘il dawla sarà considerato legittimo’ (‘Dawla’ significa stato, in arabo). Tutti i musulmani sarebbero stati obbligati a recarvisi, mi disse (sarebbe stata una strada molto affollata, a pensarci bene). Nessun califfo rivale avrebbe potuto mettere in discussione Abu Bakr al-Baghdadi, il capo dello Stato islamico, fintanto che avrebbe governato su questa strada e applicato l’islam. La settimana scorsa (la terza di marzo, ndt) il califfato si è finalmente ridotto a quella strada, e sabato si è annichilito del tutto. Vedere lo Stato islamico ridotto a queste macerie è un piacere che vale la pena assaporare, anche se è tempo di considerare le minacce che rimangono. Non, come l’ha messa giù semplicisticamente il presidente Trump, dei ‘perdenti’ che ‘risorgeranno’ quando ‘ne avranno occasione’. No, si tratta di una minaccia sistemica. Si ritiene che più di quarantamila stranieri si siano recati in territori controllati dallo Stato islamico, e ora gran parte di essi sono scomparsi. David Malet, scienziato politico all’American University che studia i foreign fighters, mi ha di recente detto che quando questi combattenti nel passato si sono recati in zone di guerra, circa un terzo sono morti. Anche se si ipotizzasse che, per dire, metà dei foreign fighters dello Stato islamico sono morti (dopo tutto, molti si sono convertiti per morire) comunque ne rimangono circa ventimila vivi. Dei più di quarantamila stranieri che si sono uniti allo Stato islamico, diverse migliaia sono ritornati al paese d’origine, non sempre dovendo affrontare un processo. Alcuni pessimisti si preoccupano che queste persone costituiscano una quinta colonna, che si siano ufficialmente riabilitati ma siano segretamente pronti ad attaccare al primo segnale. La storia suggerisce che le nostre preoccupazioni dovrebbero avere un orizzonte più ampio. Il pericolo non è soltanto nelle persone, bensì nelle loro idee. La diffusione dell’ideologia dello Stato islamico iniziò ben prima dell’inaugurazione del califfato, e avvenne silenziosamente, attraverso gli sforzi di una sparuta minoranza. Tra qualche anno, anche quelli che sono stati effettivamente condannati per attacchi terroristici saranno di nuovo liberi (ricordatevi che gli europei tendono a tenere imprigionate le persone per meno tempo degli americani). Lo Stato islamico è come l’herpes: può essere contenuto ma non curato. La Siria sta facendo la crosta, e presto potrebbe cominciare a guarire. Altrove, però, l’infezione è dormiente. Presto, si risveglierà”.

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Commenti all'articolo

  • Ferny55

    15 Aprile 2019 - 11:11

    Noi lo abbiamo capito da molto tempo. E non ci rassegniamo al fatto che dobbiamo contenerlo.

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  • tenen314

    15 Aprile 2019 - 10:10

    I foreign fighters hanno aderito - volontariamente e coscientemente - ad un'organizzazione genocida. Quelli che ritornano dovrebbero essere condannati all'ergastolo come complici del genocidio, anche se non fosse possibile provare la loro responsabilità personale in uno dei molti crimini commessi dall'ISIS. Ed in carcere dovrebbero essere isolati da altri detenuti musulmani, per impedire che promuovano la loro radicalizzazione facendo leva sull'immagine "eroica" dei combattenti del califfato.

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